La sindrome Fukushima a Wall Street
Cosa hanno in comune la grande crisi economica scoppiata nel 2008 e il disastro nucleare di Fukushima?
Le conseguenze del terremoto in Giappone, e in modo particolare la grave
situazione tuttora in corso nella centrale nucleare di Fukushima, appaiono
lugubri agli osservatori della crisi finanziaria americana che ha dato il via
alla Grande Recessione. I due avvenimenti costituiscono altrettanti ammonimenti
sui rischi e su come malamente i mercati e le società li gestiscano.
Naturalmente, da un certo punto di vista, non è possibile instaurare alcun
paragone tra la tragedia del terremoto – che ha provocato la morte o la
scomparsa di oltre 25.000 persone e la crisi finanziaria, alla quale non si può
di sicuro attribuire una sofferenza fisica così devastante.
Quando però parliamo della fusione nucleare di Fukushima, subentra un aspetto
comune a entrambi gli avvenimenti. Gli esperti in campo nucleare e finanziario
ci avevano assicurato che le nuove tecnologie avevano pressoché eliminato il
rischio di una catastrofe. Ma gli eventi li hanno smentiti categoricamente: non
soltanto i rischi sussistevano, ma oltretutto le loro conseguenze sono state di
tale immane portata da annientare d’un sol colpo e assai facilmente i presunti
vantaggi dei sistemi che i massimi esponenti di questi settori promuovevano.
Prima della Grande Recessione, i guru dell’economia in America – dal capo della
Federal Reserve ai magnati della finanza – si vantavano di aver imparato a tenere
sotto controllo il rischio. Strumenti finanziari "innovativi", quali
i derivati e i "credit default swap", permettevano di spalmare il
rischio in tutti i settori economici. Adesso sappiamo che quei guru non hanno
disatteso soltanto le aspettative della società, ma addirittura le loro.
È così diventato palese che quei maghi della finanza non avevano compreso fino
in fondo quanto complessi fossero i rischi, per non parlare del pericolo
costituito dalle "distribuzioni a coda spessa" – termine peculiare
della statistica atto a designare eventi rari dagli effetti esorbitanti, spesso
definiti "cigni neri". Tali eventi – che si supponeva dovessero
verificarsi soltanto una volta ogni secolo o addirittura una sola ed unica
volta in tutta la vita dell’universo – paiono invece verificarsi ogni dieci
anni. Ma c’è di peggio. Non soltanto si è clamorosamente sottovalutata la
frequenza di questi devastanti eventi: così pure il danno astronomicamente
immenso provocato dagli stessi, qualcosa di paragonabile soltanto alle fusioni
che continuano ad angosciare il settore nucleare.
Le ricerche in campo economico e in psicologia ci possono aiutare a comprendere
per quale motivo continuiamo a gestire così malamente questi rischi. Disponiamo
di una scarsa base empirica per valutare gli eventi rari, pertanto è difficile
arrivare a valutazioni affidabili. In simili circostanze, pertanto, può essere
senz’altro utile qualcosa di più dei pii desideri: potremmo avere ben pochi
incentivi a riflettere seriamente. Al contrario, quando sono gli altri a
doversi accollare l’onere degli errori di valutazione, gli incentivi facilitano
l’autodelusione. Un sistema che abbina perdite e privatizza i guadagni è
predestinato ad amministrare male il rischio.
In realtà, l’intero settore finanziario pullula di problemi con le agenzie
coinvolte e di esternalità. Le agenzie di rating avevano incentivi ad assegnare
rating eccellenti ai titoli ad alto rischio prodotti dalle stesse banche di
investimento che le finanziavano. Chi erogava mutui ipotecari non era
minimamente tenuto a rispondere della propria irresponsabilità, e così pure
coloro che si dedicavano al prestito predatorio o creavano e commercializzavano
titoli concepiti appositamente per perdere valore lo facevano con modalità che
li mettevano al riparo da qualsiasi procedimento civile o penale a loro carico.
Tutto ciò ci conduce all’interrogativo seguente: ci sono altri eventi
"cigni neri" in procinto di verificarsi? Purtroppo, alcuni dei rischi
davvero grandi ai quali dobbiamo far fronte oggi molto verosimilmente non sono
neppure eventi rari. La buona notizia in tutto ciò è che questi rischi possono
essere tenuti sotto controllo con poca spesa o addirittura nessuna spesa. La
cattiva notizia è che farlo incontra la forte opposizione della politica, in
quanto indubbiamente ci sono persone che traggono vantaggio dallo status quo.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a due dei più grossi pericoli possibili, ma
abbiamo fatto ben poco per tenerli sotto controllo. A quanto si dice, il modo
col quale è stata gestita l’ultima crisi potrebbe di fatto aver aumentato il
rischio di un tracollo finanziario in futuro. Le banche troppo grandi per poter
fallire e i mercati nei quali esse operano, adesso sanno di potersi aspettare
un salvataggio in extremis dal fallimento, nel caso in cui si trovassero in
cattive acque. In conseguenza di questo "rischio morale", queste
banche possono prendere capitali in prestito a condizioni favorevoli, e ciò
conferisce loro un vantaggio in termini di competitività che non si basa su una
performance migliore, bensì sulla forza politica. Mentre alcuni di questi
eccessi nell’assunzione del rischio sono stati effettivamente ridimensionati,
il prestito predatorio e il commercio sregolato in complessi e oscuri derivati
overthecounter prosegue. Le strutture di incentivo che incoraggiano gli eccessi
nell’assunzione del rischio restano teoricamente immutate.
Così pure, mentre la Germania
ha chiuso i suoi vecchi reattori nucleari, negli Stati Uniti e altrove
continuano a essere in attività impianti che presentano il medesimo design
pieno di pecche di Fukushima. L’esistenza stessa del settore nucleare dipende
da sussidi pubblici occulti, mentre in caso di disastro nucleare è la società
intera a doversene accollare palesemente le terribili conseguenze, come pure i
costi dello smaltimento delle scorie nucleari, ancora non gestito e
regolamentato. Grazie per cotanto capitalismo sregolato! Ma sul pianeta incombe
un altro pericolo ancora, che al pari degli altri due è pressoché sicuro: il
riscaldamento globale e il cambiamento del clima. Se esistessero altri pianeti
sui quali trasferirci con spesa contenuta nel caso in cui si verificasse
l’evento pressoché certo previsto dagli scienziati, si potrebbe anche sostenere
che il gioco vale la candela. Ma giacché tale soluzione non esiste, così non è,
e il gioco non vale il rischio.
La spesa per ridurre le emissioni è niente rispetto ai possibili pericoli ai
quali va incontro il nostro pianeta. E ciò vale anche nel caso in cui
escludessimo a priori l’opzione nucleare (i costi della quale sono sempre stati
sottovalutati). Certo, le società petrolifere e carbonifere ne risentirebbero,
e i grandi Paesi inquinatori – come gli Stati Uniti – pagherebbero naturalmente
un prezzo ben più alto rispetto a quelli che mantengono uno stile di vita meno
dissoluto. In definitiva, coloro che giocano d’azzardo a Las Vegas perdono
sempre più di quanto guadagnino. Come società anche noi stiamo giocando
d’azzardo: con le nostre grandi banche, con le nostre centrali nucleari, con il
nostro pianeta. E come a Las Vegas sono davvero pochi – i banchieri che mettono
a rischio la nostra economia, chi possiede società energetiche che mettono in
pericolo il nostro pianeta coloro che potranno guadagnarci una bel gruzzolo. Ma
in media e quasi certamente noi tutti, come società, al pari di ogni giocatore
d’azzardo, ci rimetteremo. E questa, purtroppo, è la lezione del disastro
giapponese che continuiamo a ignorare, a nostro stesso rischio.
da Affari & Finanza di Repubblica, 11 aprile 2011

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