La rivoluzione dell’eguaglianza
L'intervento di Stefano Rodotà al terzo Festival del diritto di Piacenza.
Quando, alla fine del Settecento, sulle due sponde del Lago Atlantico le
dichiarazioni dei diritti pronunciano le parole «tutti gli uomini nascono
liberi e eguali», si manifesta pubblicamente la fondazione di un'altra società
e d'un altro diritto, e "la rivoluzione dell'eguaglianza" diviene un
tratto caratteristico della modernità. Per l'eguaglianza comincia una nuova storia,
nella quale si riconoscono riflessioni millenarie e diffidenze mai sopite, con
una ritornante contrapposizione della libertà all'eguaglianza. È una vicenda
che attraversa due secoli, non è conclusa, nel Novecento ha conosciuto
tragedie, ma ha pure generato una promessa che ancora ci sfida e attende
d'essere adempiuta.
Con questi dilemmi si misurano, nel momento fondativo della Repubblica, i
costituenti italiani. Riconciliare libertà e eguaglianza è tra i loro
obiettivi. E nasce un capolavoro istituzionale, l'art. 3 della Costituzione,
frutto di un incontro tra consapevolezza politica e maturità culturale oggi
impensabile. Muovendo da qui, si possono indicare sinteticamente alcuni
itinerari da seguire perché davvero si possa essere liberi e eguali.
1) Un esercizio di memoria, anzitutto. La triade rivoluzionaria «libertà,
eguaglianza, fraternità» vede precocemente dissolto il legame tra libertà e
eguaglianza dal ruolo attribuito alla proprietà (Napoleone, nel proclama del 18
Brumaio, parlerà di «libertà, eguaglianza, proprietà»). La proprietà si
presenta come presidio della libertà: solo il proprietario è davvero libero, e
così torna il germe della diseguaglianza che sarà all'origine delle tensioni
dei decenni successivi.
2) Proprio il tema delle diseguaglianze economiche, e più in generale "di
fatto", caratterizza l'art. 3 della Costituzione, dove si prevede che
compito della Repubblica sia quello di rimuoverle. In questo riconoscimento
dell'eguaglianza sostanziale, che segue quello dell'eguaglianza formale, si sono
visti «due modelli contrapposti di struttura socio-economica e
socio-istituzionale», «l'uno per rifiutarlo, l'altro per instaurarlo». Ma non
possiamo più dire che si tratta di una norma a due facce, l'una volta verso la
conservazione dell'eredità, l'eguaglianza formale; l'altra rivolta alla
costruzione del futuro, l'eguaglianza sostanziale. Già l'inizio dell'art. 3,
che parla di dignità sociale, dà evidenza a un sistema di relazioni, al
contesto in cui si trovano i soggetti dell'eguaglianza, poi esplicitamente
considerato dalla seconda parte della norma. Questa lettura unitaria
dell'articolo non ne depotenzia la forza "eversiva", ma dice che la
stessa ricostruzione dell'eguaglianza formale non può essere condotta
nell'indifferenza per la materialità della vita delle persone. E la concretezza
dell'eguaglianza ha trovato riconoscimento nella versione finale della Carta
dei diritti fondamentali dell'Unione europea, dove il riferimento astratto
"tutti" è stato sostituito da "ogni persona".
3) Il riferimento alla dignità dà ulteriori indicazioni. Descrivendo il
tragitto che ha portato all'emersione dell'eguaglianza come principio
costituzionale, si è parlato di un passaggio dall'homo hierarchicus a quello
aequalis. Ora quel tragitto si è allungato, ci ha portato all'homo dignus e la
rilevanza assunta dalla dignità induce a proporne una lettura che la vede come
sintesi di libertà e eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della
democrazia. L'antica contrapposizione tra libertà e eguaglianza è respinta sullo
sfondo dalla loro esplicita associazione nell'art. 3. A questo si deve aggiungere
l'«esistenza libera e dignitosa» di cui parla l'art. 36. Dobbiamo concludere
che l'ineliminabile associazione con la libertà è la via che immunizza dagli
eccessi dell'eguaglianza e dalle ambiguità della dignità, che tanto avevano
inquietato nel secolo passato e che proiettano ancora un'ombra sulle
discussioni di oggi?
4) L'eguaglianza oggi è alla prova delle diversità, e più radicalmente della
differenza di genere. La Carta
dei diritti fondamentali «rispetta la diversità culturale, religiosa e
linguistica» e stila l'elenco fino a oggi più completo dei divieti di
discriminazione. Il rispetto delle diversità diventa così fondamento
dell'eguaglianza, in palese connessione con il libero sviluppo della
personalità, dunque con una rinnovata affermazione del nesso tra eguaglianza e
libertà. E l'eguaglianza si dirama in due direzioni. Da una parte, si presenta
come rimozione delle cause che producono diseguaglianza; dall'altra, come
accettazione/legittimazione delle differenze, rendendo esplicita la sua
vocazione dinamica, "inclusiva".
5) Si distingue tra eguaglianza delle opportunità o dei punti di partenza e
eguaglianza dei punti di arrivo. Negli ultimi tempi, ponendo l'accento sulla
difficoltà delle politiche redistributive, si è quasi cancellato il momento dei
risultati con un riduzionismo improponibile. Un solo esempio: per la tutela
della salute si può prescindere dall'effettiva disponibilità dei farmaci?
Altrimenti si rischia di consegnare al cittadino "eguale" una chiave
che apre solo una stanza vuota.
6) L'eguaglianza riguarda l'accesso ai beni della vita. Alla conoscenza,
superando ogni "divario", e non solo quello digitale. Alla salute e
al cibo, che non possono essere affidati alle disponibilità finanziarie. Al
lavoro, che non può subire le esigenze della globalizzazione fino a cancellare
la dignità della persona. Altrimenti, il peso delle diseguaglianze, associato
alla pura logica di mercato, fa rinascere la cittadinanza censitaria. E la
disponibilità crescente di opportunità tecnologiche, l'avvento del post-umano,
impongono una attenzione forte per eguaglianza e dignità, insieme a una libertà
declinata come autodeterminazione.
7) L'associazione di eguaglianza, libertà e dignità può metterci al riparo dal
rischio dell'eguaglianza assoluta o estrema, che dissolve la società e attenta
ai diritti delle persone. Ma le difficoltà antiche e nuove delle politiche
egualitarie, la pressione delle identità possono indurre ad un pericoloso
realismo che accantoni l'eguaglianza come inservibile. Errore politico e
culturale clamoroso. La costruzione infinita della persona eguale rimane tema
ineludibile. L'eguaglianza non significa solo divieto di leggi ad personam, ma
garanzia del legame sociale. Proprio quando è negata, è lì ad ammonirci, a
inquietare le coscienze. Rimane un potente strumento di azione culturale e
lotta politica, "eversivo" rispetto a ogni tentativo di restaurare
gerarchie sociali e di distorcere la democrazia.
la Repubblica,
22 settembre 2010

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