La rigida primavera del clima
Ora che gli Stati Uniti hanno faticosamente approvato la riforma della sanità, è probabile che torni all'ordine del giorno la questione del clima e dell'energia, l'altro grande tema del programma elettorale di Obama.
Ora che l’America di Barack Obama ha faticosamente (e si spera per davvero) approvato la riforma della sanità, c’è da attendersi che si rimetta in moto l’altro grande tema del programma elettorale del presidente, quello del clima-energia. Si risveglierebbe così anche l’attenzione internazionale sulla questione dei cambiamenti climatici, dopo il gelo mediatico calato all’indomani del deludente esito della conferenza di Copenaghen. Complice anche la meteorologia alle nostre latitudini, l’appuntamento del 31 gennaio 2010 è passato nel completo disinteresse dei non addetti ai lavori.
L’ATTENZIONE SU COPENAGHEN
Della conferenza sul clima di Copenhagen, prima durante e dopo,
s’è detto e scritto tanto, compresi gli innumerevoli bilanci. E tra gli
elementi positivi va inclusa proprio l’impressionante copertura che il tema dei
cambiamenti climatici e il vertice danese hanno avuto sui media tradizionali e
soprattutto nelle cronache e nei commenti che blog e social networks via
internet hanno permesso. La consapevolezza dell’importanza del tema per le pubbliche
opinioni di tutto il mondo ci è parsa una rilevante eredità di
Copenhagen.
Ciò nonostante, la tensione mediatica è ben presto svanita. Negli Stati Uniti,
dopo lo smacco del seggio senatoriale perso dai democratici nel Massachusetts,
ha tenuto banco la riforma sanitaria. In Europa sono stati la recessione, la
perdita di posti di lavoro e il problema della stabilità finanziaria fuori e
dentro i confini a dominare la scena.
COS’È SUCCESSO IL 31 GENNAIO?
L’accordo di Copenaghen rimandava la soluzione del problema
clima, nei suoi vari aspetti, al 2010, alla Cop16 di dicembre
a Città del Messico, passando per il non trascurabile appuntamento di fine
gennaio. Il cosiddetto Copenhagen Accord, siglato in zona cesarini
nella capitale danese da Stati Uniti e dai paesi del Basic (Brasile, Sud
Africa, India e Cina), di cui hanno poi “preso nota” i rappresentanti dei 192
paesi della Cop15, prevedeva infatti che i vari stati annunciassero entro la
fine di gennaio 2010 quali erano le intenzioni di ciascuno per contribuire al
contenimento dell’incremento della temperatura globale entro i +2oC.
(1)
In particolare, i paesi dell’Annex 1 (del Protocollo di Kyoto:
paesi sviluppati ed economie in transizione) dovevano quantificare i propri
obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni al 2020
rispetto a un dichiarato anno base (Quantified Economy-Wide Emission
Targets, o Qewet), mentre i paesi non-Annex 1 (quelli in
via di sviluppo) dovevano indicare le azioni di mitigazione
che intenderebbero adottare senza ulteriori specificazioni richieste (Nationally
Appropriate Mitigation Actions, o Nama).
Per la verità, già nei giorni precedenti Copenaghen, mentre montava
l’aspettativa mediatica dell’annuncio del grande agognato accordo, si erano
registrati in rapida successione annunci simili, forse motivati dal desiderio e
dall’esigenza di ciascun paese di non essere da meno degli altri. (2)
Questi stessi paesi, con una lettera ufficiale alla Convezione sui cambiamenti
climatici dell’Onu, hanno poi confermato a gennaio quanto precedentemente
annunciato. (3) (vedi tabella)
Dunque, 119 su 192 paesi si sono presentati all’appello del 31 gennaio,
in rappresentanza di oltre l’80 per cento delle emissioni globali. È perciò
difficile condividere l’opinione di coloro che avevano bollato l’iniziativa del
Basic+Usa come “undemocratic” in quanto deviava dal processo dell’Onu
disegnato per offrire uguale voce a ogni nazione. A parte il fatto che tra i
paesi più attivi nel cercare di boicottare l’iniziativa si erano distinti
Venezuela, Bolivia, Cuba e Sudan, il dato rilevante è l’alta percentuale di
emissioni che i paesi impegnati rappresentano. Altra cosa è naturalmente
l’adattamento ai cambiamenti climatici e la vulnerabilità di certi paesi o
regioni e gli interventi e i mezzi necessari per farvi fronte.
L’AGENDA DEL 2010
Ma come si procederà da questo punto in avanti?
Anzitutto gli appuntamenti internazionali. I negoziati in ambito Unfccc
ripartono da Bonn ad aprile (9-11), per poi approdare di nuovo a Bonn (31
maggio-11 giugno) e infine a Cancun, in Messico, per Cop16 (29 novembre-10
dicembre). Se ufficialmente prevale ancora l’idea che a fine anno l’accordo di
Copenaghen porterà all’atteso trattato vincolante, già
circolano i pareri che collocano lo storico evento un anno più avanti, nel 2011,
alla Cop17 del Sud Africa. La ragione appare abbastanza evidente e convincente:
non sarà possibile varare la riforma della politica climatica ed energetica
statunitense prima della fine di quest’anno.
Dopo la riforma della sanità, il presidente Obama intende rilanciare subito
l’offensiva sul fronte della riforma delle regole della finanza, dei nuovi
controlli su banche e derivati e dei poteri aggiuntivi agli organi di
vigilanza. È inoltre in cantiere una riforma scolastica che cambia il sistema
di valutazione degli studenti, per recuperare il ritardo accumulato con i
concorrenti asiatici nella qualità dell’istruzione. E soprattutto Obama può ora
rimettere al centro della sua azione l’economia e gli stimoli all’occupazione,
la preoccupazione numero uno per gli elettori. Sul fronte ambientale, invece,
Barack Obama ha intenzione di convocare ad aprile un nuovo summit del Major
Economies Forum (Mef), le diciassette più grandi economie del pianeta, nel
tentativo di trovare un accordo sui tagli delle emissioni di gas serra che
possa servigli anche a sbloccare la legge sul clima al senato Usa.
È così che il numero dei veri attori nel negoziato sulla
riduzione delle emissioni si ridimensiona rispetto alla totalità del tavolo
Onu. Il fatto sembra scandalizzare alcuni, ma pare essere la tendenza emersa a
Copenaghen, pronta a riproporsi anche nel corso di quest’anno. È probabilmente
la natura terribilmente complessa del tema a indicare questa come una delle
possibili strategie di semplificazione. Se un gruppo limitato
di paesi, che tuttavia rappresenti un’elevata percentuale (diciamo l’80 per
cento) delle emissioni globali, riesce a negoziare un accordo efficace
di riduzione delle proprie emissioni, l’obiettivo si può dire in buona parte
raggiunto.
E il negoziato sui cambiamenti climatici è davvero estremamente complesso. Non
vi è solo infatti la riduzione delle emissioni di gas-serra attraverso opportune
politiche di mitigazione, che incidono largamente sui consumi energetici e
quindi prevedono interventi a carico di complessi sistemi infrastrutturali. Vi
è anche il grande tema della deforestazione e dell’uso del
suolo, la cosiddetta Redd,Reducing Emissions from
Deforestation and Forest Degradation: le emissioni di gas-serra provengono
per circa il 30 per cento da usi non-energetici legati al suolo, alle foreste e
all’agricoltura. Per alcuni paesi, tra cui Brasile, Russia, Indonesia, queste
tipologie di intervento sono assolutamente cruciali, perché quei settori
generano importanti quote di attività economica e reddito per importanti fasce
di popolazione. È dunque necessario l’apporto finanziario della comunità
internazionale per favorire l’adozione di comportamenti e pratiche che evitino
la continua riduzione dei grandi serbatoi di carbonio terrestri.
L’altro tema cruciale, giustamente emerso in modo dirompente nella capitale
danese, è quello dell’adattamento delle regioni più povere e
vulnerabili del mondo agli effetti avversi dei cambiamenti climatici. Qui si
parla di Africa, e si parla di ingenti interventi finanziari a carico
soprattutto di quei paesi che sono maggiormente responsabili del fenomeno e che
sono pure quelli che possono (o dovrebbero) permettersi tali interventi. I nodi
da sciogliere sono molteplici, in quanto non è per nulla chiaro da dove
dovrebbero provenire i fondi necessari, se saranno genuinamente nuovi e
addizionali, come saranno allocati e verso dove incanalati. A ciò si aggiunga
che un aspetto dell’intervento riguarda anche il trasferimento di know-how
tecnologico da imprese private o pubbliche dei paesi sviluppati: questo
discorso diventa assai delicato perché resta da chiarire se si tratti di
concessione di licenze, cessioni gratuite ovvero onerose di brevetti e simili.
È possibile, e forse auspicabile, che almeno per buona parte del percorso
questi aspetti del negoziato siano portati avanti su tavoli separati,
in quanto gli attori non sono sempre gli stessi.
C’è infine una questione che si tende a dimenticare: l’osservanza
degli impegni. Il problema era già successo a Kyoto, ma a Copenaghen la Cina ha fatto muro contro la
possibilità di accettare verifiche esterne sui progressi compiuti nel
soddisfacimento degli impegni presi, in quanto violerebbero la sovranità di un
paese. Se la questione della misurazione, notificabilità e verificabilità
(Monitoring, Reporting and Verifiability) è un’ulteriore dimensione
del problema, non va dimenticato che anche il discorso delle sanzioni
dovrà essere affrontato.
Vi è un ultimo aspetto che entro breve dovrà essere discusso e risolto. A Bali
nel 2007 il percorso del negoziato era stato sdoppiato in due gruppi di lavoro:
uno sugli ulteriori impegni per i paesi Annex 1 sotto il
Protocollo di Kyoto (AWG-KP) e uno sulle azioni cooperative a lungo termine
sotto la Convenzione
quadro (AWG-LCA). Il primo gruppo abbraccia tutti i paesi che hanno ratificato
il Protocollo, e che quindi sono impegnati nel primo periodo di commitment
che va dal 2008 al 2012. Il gruppo di lavoro doveva contribuire a decisioni
finali che a Copenaghen non sono state prese, lasciando così aperto un varco
che va chiuso al più presto per dare certezze a operatori, organizzazioni e
stati circa il loro destino dopo il 31 dicembre 2012: si pensi allo schema di
commercio internazionale dei permessi previsto dal protocollo oppure ai noti
Cdm.
Con una legislazione già approvata al 2020, su questo fronte l’Unione Europea è
pronta e appare inevitabile che si assuma la leadership per preparare il
terreno per il post-2012. Dalla firma del Protocollo a Kyoto nel 1997 alla sua
entrata in vigore nel 2005 sono passati nove anni. Aspettare la Cop17 del Sud Africa e il suo
possibile accordo onnicomprensivo potrebbe essere suicida.
(1) Il testo del documento si trova qui: http://unfccc.int/resource/docs/2009/cop15/eng/l07.pdf
(2)
http://versocopenhagen.blogspot.com/2009/12/guida-copenhagen-gli-stati-ai-blocchi.html
(3)http://unfccc.int/home/items/5264.php,
http://unfccc.int/home/items/5265.php
e http://unfccc.int/meetings/items/5276.php
Tabella: Obiettivi di riduzione annunciati dopo l’Accordo di Copenhagen al 31 gennaio 2010
|
Nazione |
Quanto |
Entro quando |
Relativamente a quando |
|
Annex 1 – QEWET al 2020 |
|||
|
Australia |
25% o 5%-15% |
|
1990 |
|
Bielorussia |
5-10% |
|
1990 |
|
Canada |
17% |
|
2005 |
|
Croazia |
5% |
|
1990 |
|
EU |
20-30% |
|
1990 |
|
Giappone |
25% |
|
1990 |
|
Kazakhstan |
15% |
|
1992 |
|
Nuova Zelanda |
10-20% |
|
1990 |
|
Norvegia |
30-40% |
|
1990 |
|
Russia |
15-25% |
|
1990 |
|
USA |
17% |
|
2005 |
|
Non-Annex 1 (NAMA) (selezione di paesi) |
|||
|
Brasile |
38-42% |
2020 |
2020 BAU |
|
Messico |
30% |
2020 |
2020 BAU |
|
Sud Africa |
34% |
2020 |
2020 BAU |
|
Corea del sud |
30% |
2020 |
2020 BAU |
|
Indonesia |
26-41% |
2020 |
2020 BAU |
|
Cina |
40-45% CO2/GDP |
2020 |
2005 |
|
India |
20-25% CO2/GDP |
2020 |
2005 |
Note: BAU è lo scenario tendenziale al 2020 in assenza di interventi; CO2/GDP indica il grado di carbonizzazione di un’economia: si tratta di un target relativo e non assoluto di riduzione delle emissioni.
http://www.lavoce.info 26.03.2010

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