La riforma incompiuta
Dietro le posizioni della Lega sul federalismo il pretesto per andare alle elezioni
La Lega
chiede il federalismo entro gennaio per continuare ad offrire il proprio
sostegno ad un governo esanime. Da ieri sappiamo che lo chiede anche per
partecipare alle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. È fin troppo
evidente che si tratta di un pretesto per andare alle elezioni. Il federalismo
tanto sbandierato fin qui non c'è stato e non ci sarà in questa legislatura.
Siamo ancora troppo lontani dal realizzarlo. Gli ultimi passi compiuti sono
stati sempre più contraddittori. I costi standard per i Comuni e le Province verranno
definiti con criteri completamente diversi da quelli seguiti per le Regioni,
come se appartenessero a Paesi diversi. Non serviranno a ripartire le risorse
per la sanità. Il decreto che si vorrebbe approvato entro il 23 gennaio non
cambia nulla. Non solo i comuni non vedranno un euro in più, ma non
acquisiranno alcuna autonomia impositiva. Meglio per la Lega che il decreto non venga
approvato. Altrimenti con che faccia i ministri del Carroccio si presenteranno
ai sindaci del Nord? Nessun tributo proprio quando invece nel frattempo Roma ha
acquisito il diritto a introdurre la tassa di soggiorno. Nessuna risorsa in
più, solo i tagli confermati della manovra 2010-12, quando invece il decreto
milleproroghe prevede altri 500 milioni da destinare al piano di rientro del
debito della Capitale.
Quello trovato dalla Lega è un pretesto per andare alle elezioni molto
pericoloso. Perché i mercati oggi sono molto nervosi su ogni operazione che
possa suonare come una perdita di controllo sulla spesa pubblica. Gli incerti
negoziati in Belgio sul nuovo progetto di stato federale (in ballo fino a un
quarto del gettito da spartire fra governo federale e le tre regioni di cui si
compone il paese) sono stati accompagnati da un forte incremento del costo del
servizio del debito. Gli investitori, per comprare i titoli di stato di un
paese storicamente nell'area del marco, richiedono oggi interessi del 6 per
cento superiori a quelli di tre mesi fa, la peggiore performance per titoli di
stato nell'area dell'euro dopo quella dei paesi nell'occhio del ciclone, Grecia
ed Irlanda. Certo, l'Italia non è il Belgio, c'è da noi una gerarchia
istituzionale che lì non è presente. Ma abbiamo anche amministrazioni locali
meno efficienti di quelle delle Fiandre o della Vallonia. E dopotutto la nuova
fase della crisi, la crisi del debito pubblico, appare oggi così difficile da
gestire per un problema di federalismo fiscale mal congegnato nell'area
dell'euro, una "moneta senza Stato" nelle parole di Tommaso
Padoa-Schioppa. Se oggi è così difficile evitare il contagio della crisi greca
e di quella irlandese è proprio perché manca un coordinamento delle politiche
fiscali in un'area del mondo che ha deciso di condividere la stessa moneta.
In questa nuova fase della crisi è fondamentale tenere sotto controllo i
conti pubblici. Fa bene, dunque, Tremonti a non abbandonare la linea del rigore
in questo momento, nonostante le forti pressioni che riceve in vista della
conversione in legge del decreto milleproroghe. L'andamento migliore del previsto
del fabbisogno nel 2010 non crea alcun tesoretto. Non solo perché il Tesoro non
si è ancora degnato di spiegare da dove vengono questi 16 miliardi in più e
quindi non si può sapere se serviranno davvero a ridurre quel che conta,
l'indebitamento. Il fatto è che un paese con un debito pubblico come il nostro
deve prioritariamente destinare ogni euro in più che si ritrova nelle casse
dello Stato alla riduzione del debito pubblico. È l'impegno cui ha richiamato
tutti il Presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno. Ogni italiano
con meno di 30 anni oggi ha sulle spalle 100 mila euro di debito pubblico,
accumulato dalle generazioni che lo hanno proceduto. Bisogna alleggerire il
fardello, in termini di pagamento degli interessi sul debito, che graverà sull'intera
vita lavorativa di chi oggi ha meno di 30 anni. E che gli sta rendendo più
difficile trovare lavoro: ieri l'Istat ha documentato come il tasso di
disoccupazione dei giovani abbia toccato il massimo dall'inizio della crisi.
Ma non basta tenere la barra diritta. Ci vuole una capacità di rimodulare la
spesa in modo tale da favorire la crescita economica e di cambiare la
composizione delle entrate in modo tale da rendere il prelievo fiscale meno
distorsivo. Questa capacità di fare politica di bilancio è sin qui
mancata del tutto al governo che ha scelto la strada dei tagli uniformi o delle
sforbiciate dove incontrava meno resistenza, come nella scuola e università,
indipendentemente dall'efficienza della spesa pubblica. è mancata ancora di più
a livello locale. Un federalismo ben congegnato poteva servire a migliorare la
qualità della spesa delle amministrazioni decentrate. Il principio alla base
del metodo dei costi standard è che non ci sono costi diversi nel fornire
servizi come l'istruzione, le biblioteche o l'assistenza ospedaliera in diverse
parti del Paese perché le tecnologie utilizzate sono le stesse ovunque in
Italia. Ogni differenza di costo nel fornire queste prestazioni è attribuibile
a sprechi e inefficienze delle amministrazioni che spendono di più. Se
l'assistenza alla maternità è più costosa in Calabria, ad esempio, questo
avviene perché in questa regione si ricorre molto di più che altrove (in 44
casi su cento contro i 28 su cento in Lombardia) ai parti cesarei, che rendono
di più agli ospedali (e ai medici) di un parto tradizionale. Il principio
secondo cui i costi standard sono gli stessi in tutto il Paese è, perciò, un
principio di efficienza. Tutte le amministrazioni devono raggiungere livelli
minimi di affidabilità. Si tratta di risparmi che non riducono la qualità del
servizio, ma possono addirittura migliorarlo, ad esempio evitando inutili
interventi chirurgici.
Questo principio è stato abbandonato nonostante fosse stato condiviso da quasi
l'intero Parlamento all'atto del varo della legge delega sul federalismo. Non
avrà alcun peso nella distribuzione delle risorse tra le Regioni.
Bene allora non agitare inutilmente la bandiera del federalismo, magari
contrapponendola a quella nazionale. Chi vuole davvero portarlo avanti, nella
maggioranza come all'opposizione, faccia sul serio, riempiendo lo spazio
politico lasciato aperto dalla Lega. Dovrà mostrare come può migliorare
l'efficienza della spesa pubblica, stabilendo ad esempio che verrà concessa
autonomia solo a chi mostra di saperla gestire questa autonomia. E chi, invece,
vuole andare alle elezioni trovi un pretesto migliore per aprire la crisi. Alla
luce della performance di questo esecutivo c'è solo l'imbarazzo della scelta.
http://www.repubblica.it (08 gennaio 2011)

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