La ricetta della crescita
Un governo che non ci crede non riuscirà mai a cambiare le aspettative di investitori che continuano a essere molto negative sul nostro Paese
Quando i migliori allenatori
vogliono motivare le loro squadre prima delle partite più impegnative, li
caricano all´ingresso in campo con un "dovete crederci!". Sanno che
solo i giocatori convinti nell´impresa possono dare il massimo. E anticipare le
mosse dell´avversario, spingere il pubblico dalla loro parte e disorientare
anche gli avversari più temibili. Chi non ci crede è già sconfitto in partenza,
rassegnato a subire l´iniziativa della controparte. Un governo che non ci crede
non riuscirà mai a cambiare le aspettative di investitori che continuano a
essere molto negative sul nostro Paese: anche ieri, l´ottimismo dei mercati
dopo l´annuncio di politiche monetarie espansive coordinate tra le due sponde
dell´Atlantico non ha intaccato lo spread fra i nostri titoli di Stato e i Bund
tedeschi, ritornato ai livelli di prima degli interventi della Bce.
Purtroppo il nostro governo ha ampiamente dimostrato di non credere nella
possibilità che l´Italia ce la faccia da sola. Non ci ha mai creduto il
presidente del Consiglio che, alle prime avvisaglie della crisi di credibilità,
ha chiesto aiuto all´Europa sostenendo che non potevamo farne a meno, il
peggior segnale possibile da dare ai mercati, consci del fatto che il nostro
Paese è troppo grande per essere salvato. Non ci crede il ministro Tremonti che
continua a ripetere che è arrivato il momento degli eurobond, come se fossero
la nostra unica ancora di salvezza. In realtà è vero proprio il contrario: solo
un´Italia che mostri di potercela fare da sola renderà possibili gli eurobond o
qualsiasi altro strumento più o meno esplicito di condivisione dei costi del
debito dei paesi periferici. È un problema politico non certo economico ad
allontanare questa prospettiva e di questo problema il nostro governo, prima
ancora che la tanto vituperata Angela Merkel, è parte integrante. Come
ricordava ieri Daniel Gros su queste colonne, i disarmanti tentennamenti
italiani nel varare la manovra hanno rafforzato la convinzione tra i
contribuenti tedeschi di avere di fronte un Paese a cui, se si dà una mano, si
prende un braccio, che allenta la presa sul risanamento dei conti pubblici non
appena qualcuno (la Bce)
li aiuta.
Per credere nel salvataggio del nostro Paese bisogna credere nelle riforme a
costo zero, misure che possono rilanciare la nostra economia anche quando non
ci sono soldi da spendere. Paradossalmente la crisi e gli errori del nostro
esecutivo non fanno che renderle ancora più numerose ed efficaci. Il governo,
come sottolineato ieri da Confindustria, ha varato la manovra più recessiva che
si potesse confezionare, rendendo con il suo operato indispensabili nuove
manovre che dovranno rimediare al peggiore andamento della nostra economia
rispetto alle previsioni dell´esecutivo. Il dato saliente documentato ieri dal
centro studi di viale dell´Astronomia è che è una manovra tutta incentrata
sulle tasse anziché sui tagli di spesa. Se sbagliano, queste valutazioni degli
industriali lo fanno per difetto: secondo le nostre stime (vedi lavoce.info) il
contributo delle entrate all´aggiustamento potrebbe arrivare nel 2012
addirittura all´86% nel caso in cui gli enti locali reagissero ai tagli
aumentando le imposte locali. La pressione fiscale salirà di ben due punti,
fino al 44,6% e il peso delle entrate sul Pil al 48,7% il che significa che per
ogni euro generato nel nostro Paese, cinquanta centesimi finiranno all´erario.
Si introdurranno una decina di nuovi balzelli, tra cui l´ennesima tassa
intestata a Robin Hood che graverà questa volta anche su imprese i cui prezzi
sono regolati da autorità pubbliche in modo tale da non generare extra-profitti
e remunerare unicamente gli investimenti in maggiore efficienza. Insomma, si
tratta della tassa più distorsiva che si potesse brevettare. Invece dei tagli
annunciati, ci sono diverse spese discrezionali in più. Fra queste, i 5
miliardi assegnati al fondo Ispe, il Fondo interventi strutturali per la
politica economica (Ispe). Sulla carta dovrebbero servire per azioni a sostegno
dell´italianità delle nostre imprese. In realtà il governo è attivamente
impegnato a invitare imprenditori cinesi a fare acquisti in Italia. Il fondo
continuerà così a essere un vero e proprio bancomat in mano al ministero
dell´Economia per offrire copertura in corso d´anno a interventi non previsti
dalla legge di bilancio: in un anno elettorale o pre-elettorale questi soldi verranno
presumibilmente destinati a quelle prebende che rappresentano da sempre i più
alti costi della politica. Strano che nessuno in Parlamento abbia chiesto di
utilizzare queste risorse per ridurre il debito pubblico.
Come si vede, ci vuole davvero poco per fare meglio. Il vero interrogativo è:
basteranno politiche per la crescita a invertire la china, anche sapendo che
normalmente queste riforme (ieri Confindustria ne ha elencate una decina) hanno
effetti graduali, che si materializzano nel corso del tempo? Io penso di sì a
condizione che siano riforme che liberino il lavoro, facilitando gli ingressi
dalla porta principale dei contratti a tempo indeterminato e la transizione fra
inattività (tra cui la scuola) e il lavoro e spostando altrove la pressione fiscale.
La ragione di questo è che gli italiani hanno oggi molto più bisogno che solo
due anni fa di lavorare. Molti di loro hanno subito perdite ingenti dei loro
patrimoni, o comunque non contano più di vivere dei loro rendimenti. Ci sono
coniugi a carico che progettano di mettersi a lavorare e figli che stanno
imparando a non contare più sull´eredità dei loro genitori. Liberando il lavoro
potremmo attenderci effetti molto più importanti che in passato sui tassi di
partecipazione, sulla percentuale di italiani che lavora, genera reddito e paga
le tasse. Il fatto che gli italiani abbiano già di fatto pagato una
patrimoniale a questo governo così inetto nell´affrontare la crisi ci dice
anche che ci potrebbero essere effetti virtuosi anche sulla domanda da politiche
che liberano il lavoro. Sono infatti proprio i consumi di chi ha visto
decurtare le proprie ricchezze ad essere calati di più.
| 16 Settembre 2011

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