La retorica delle riforme
Oggi, tutti auspicano, propongono, vogliono riforme, con il risultato che il termine ha perso il significato che nella tradizione politica moderna ha generalmente avuto: realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali.
"Riforma" è la parola passepartout della politica italiana. Non c´è discorso politico che non la contempli. Negli anni della cosiddetta prima repubblica era la sinistra parlamentare che la invocava per marcare la fedeltà alla democrazia costituzionale e un´identità non rivoluzionaria. "Riforme di struttura" era una delle espressioni più spesso pronunciate nel Paritito comunista (e per qualche tempo anche in quello socialista): voleva dire portare la democrazia oltre le istituzioni politiche; estendere i metodi elettivi di selezione e controllo nei luoghi di lavoro e nelle scuole; fare politiche di redistribuzioni per dare al maggior numero possibilità concrete di esercitare la cittadinanza.
Questa è stata dal 1948 in poi, l´utopia riformatrice italiana. Alcune riforme importanti sono state fatte: gli Anni 70, ci hanno dato il decentramento amministrativo, un sistema sanitario e di previdenza nazionali, la pratica della concertazione tra le parti sociali per risolvere contenziosi sulle dinamiche salariali, le politiche occupazionali e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Il termine riforma ha per decenni significato incremento e ampliamento della democrazia.
A partire dalla fine della Guerra fredda e del consenso largo che l´ha accompagnata,
"riforma" è diventata una formula sulla quale si sono stabilizzati
partiti nuovi o rinnovati nella convinzione che la crisi del sistema politico
fosse essenzialmente una questione di ingegneria istituzionale e di tecnica
elettorale. La retorica della riforma ha così cominciato a transitare dal
sociale all´istituzionale. A partire dai referendum elettorali che si sono
succeduti negli ultimi due decenni, le "riforme istituzionali" hanno
sostituito nel linguaggio partitico le "riforme di struttura", con
una modifica radicale: non solo i partiti di opposizione ma anche quelli di
governo hanno preso a dirsi riformatori o riformisti. Oggi, tutti auspicano,
propongono, vogliono riforme, con il risultato che il termine ha perso il
significato che nella tradizione politica moderna ha generalmente avuto:
realizzare le promesse scritte nella carta dei diritti costituzionali.
L´esito è che riformare può anche significare smantellare quelle promesse: per esempio decurtando i diritti sociali, impoverendo la scuola pubblica, istituendo un federalismo che ricusa la solidarietà nazionale. Infine, dalla nascita di Forza Italia ad oggi, e con una responsabilità nemmeno troppo velata dello schieramento opposto, la retorica delle riforme ha fatalmente esteso le sue mire sulla Costituzione e il sistema di giustizia. Non c´è settore della vita pubblica sul quale i nostri politici non si dilettino con proposte a volte bislacche e immaginifiche, sempre sollevando lo spettro dell´emergenza. La retorica delle riforme segue i cicli delle fortune politiche di chi la usa, la rilancia o l´atterra. Tutto il paese, noi tutti, dipendiamo da questi cicli e da questi leader guicciardiniani.
Con la recente riorganizzazione del Pd, la retorica delle riforme è tornata a
fare da centro magnetico del discorso pubblico. Sul tappeto, non c´è la
realizzazione delle promesse della democrazia, ma invece l´urgente bisogno del
presidente del Consiglio di tutelarsi da possibili futuri guai giudiziari.
L´attacco ai giudici comunisti si sta mescolando, colpevole il recente grave
attentato alla sua persona, alla predica buonista della grande riconciliazione:
"concordia" è la parola che torna spesso in questi giorni; non perché
siamo in clima natalizio e la bontà di cuore è di pragmatica, ma perché si deve
riuscire a convincere l´opinione pubblica che senza un intervento urgente per
salvare il premier, sarà l´Italia intera a rimetterci. Bisogna far credere agli
italiani l´opposto di quel che è, poiché è evidente che non è l´Italia ad aver
bisogno di "queste" riforme.
Occorrerebbe aver il coraggio di dire che occorre conservare, non riformare:
l´Italia ha urgente bisogno di conservare lo stato di diritto e il governo
della legge. Scriveva Massimo Giannini su queste pagine alcuni giorni fa che
esiste un condizionamento ferreo per il quale «se non c´è lo scudo processuale
a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via
costituzionale del Lodo Alfano e dell´immunità parlamentare, il Pdl non può
concepire altre riforme di struttura». In sostanza, la maggioranza non è
autonoma; la sua politica è direttamente dipendente dalla necessità di
"queste" riforme, e con essa lo è la vita intera del nostro paese.
Questa mancanza di autonomia politica della maggioranza non può essere trascurata
dalle opposizioni. Anni fa si cercò con una regìa non dissimile di imbastire
una bicamerale. Quale che fosse l´intenzione ragionata, si trattò di una
politica improvvida perché ha abituato i politici a usare la nostra
costituzione come merce di scambio per creare o affossare alleanze.
In quell´occasione, i leader politici (allora al governo) non ebbero l´acume di imbrigliare il potere dell´interlocutore prima di farci compromessi politici. Non fecero caso al fatto che solo tra eguali ci si può accordare perché chi ha un potere sovrastante fa quel che vuole e non onora gli accordi. Ora si ripropone uno scenario simile, con l´aggravante che quel potere esorbitante governa il paese e l´opinione pubblica. Non si tratta di resistere alle sirene della concordia per ragioni di pragmatismo, una forma nobile di politica che non ha nulla a che fare con il trasformismo ("inciucio" in gergo). E nemmeno di appellarsi alla fiducia nelle buoni intenzioni del premier. Il veto viene da un fatto più semplice e che domina l´arena politica con la forza di una legge naturale: chi vuole "queste" riforme non può permettersi di ottenerne altre rispetto a quelle di cui ha urgente bisogno.
http://www.repubblica.it 28-12-2009

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