La prova del tifone
Ripensare l´Europa, ora
Hanno la memoria corta, coloro che guardando fuori dalla
finestra, e vedendo i tempi come son brutti, concludono che non è sotto cieli
sì rabbuiati che si può fare dell´Europa una grande potenza.Una grande potenza
decisa a non farsi abbattere dalle raffiche dei mercati e da quel che le
raffiche dicono: la crisi di un mondo, non del mondo; la nascita di un universo
multipolare, non più egemonizzato da America e Occidente. L´idea
dell´unificazione europea non nacque nei sogni di uomini che se ne stavano
sdraiati su verdi prati, ma nella tormenta e nella guerra, quando le forze dei
nazionalismi e delle dittature mietevano morte.
Lo sanno gli italiani, che da quelle guerre uscirono più saggi perché vinti. Lo
sanno soprattutto i tedeschi, per i quali l´Europa fu redenzione democratica.
Sembrano averlo dimenticato, ma se negli Anni ´30 la crisi li spezzò, anche
spiritualmente, fu perché la
Germania era stata trattata, dopo il 14-18, come uno Stato da
vessare, da punire economicamente. I suoi creditori furono esosi e
sterminatamente vacui, le riparazioni imposte al vinto divennero un cappio
insostenibile. I disoccupati, alla fine del ´31, erano 6 milioni. Mancò nei
vincitori la saggezza della solidarietà e fu catastrofe, per i tedeschi e per
l´Europa.
I moderni euroscettici non sanno la storia che fanno e che ripetono, intontiti.
Anche, quando commentano tristemente che mancano stavolta i grandi uomini, che
il vento della crisi è troppo forte per prendere decisioni, che la decadenza
essendo alle porte non resta che intirizzire e rimpicciolirsi, non sanno quel
che dicono. È vero, mancano i grandi, la bufera travolge e sparpaglia gli
uomini: che altro fare, se non pregare? È quel che fanno i politici: invece di
agire, predicano. Viene in mente il Tifone di Joseph Conrad: «È questa la forza
disgregatrice di un gran vento: isola l´uomo dai propri simili».
Quel breve romanzo di Conrad vale la pena rimeditarlo, perché in esso oggi ci
rispecchiamo e perché nostra è la domanda che assilla il protagonista, il
capitano MacWhirr. Il suo vice, Jukes, gli fa capire a un certo punto che
l´immane tempesta forse la potrebbe schivare, deviando dalla rotta stabilita.
Perché MacWhirr non segue questo consiglio in apparenza prudente, di buon
senso? Perché si getta a capofitto nel tifone quando potrebbe aggirarlo?
MacWhirr ha qualcosa di ottuso, cocciuto, non immaginativo, lo sguardo perso
nel vuoto. Quel che dice a se stesso, provo a riassumerlo in un monologo
immaginario: «Cosa dirò, quando arriverò al porto con due giorni di ritardo
avendo allungato il percorso pur di scansare la tormenta? Non potrò
giustificarmi evocandola, perché neppure l´avrò vista («Come sapere di cosa è
fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Di quale impedimento ciancerò,
non avendolo neanche sfiorato? Dirò che ho letto tanti manuali, ma in quale
manuale è contemplato il preciso tifone che mi s´accampa forse davanti? Non
sono, tutte le «strategie della tempesta» enumerate dagli esperti, figlie –
come dice Keynes – di qualche economista defunto? Il fatto è che dovevo
arrivare al porto di Fu-Chau venerdì a mezzogiorno, col mio carico umano di coolies
cinesi, e che per evitare un tifone che mi resta ignoto ho fatto tutto un giro
di Peppe e non ho rispettato i patti. Questo mi rende inaffidabile, non atto al
comando, ora e in futuro. La tua occasione è questa, ed è ora e qui».
Ecco, a me sembra che gli uomini eccelsi siano creature delle occasioni, colte
nel momento in cui si presentano. Non appaiono prima che l´ora spunti e il
vento li metta alla prova, minacciando di separare individui e nazioni. Si può
contrastare infatti la sua forza disgregatrice, traversando da forti il tifone.
In Europa, oggi, quel che salva è guardare in faccia la tempesta, farsi da essa
educare alla grandezza, arrivare in porto all´ora giusta. Quel che ci perde è
allungare il tragitto di 300
miglia, far deviare la nave di cinquanta gradi verso
Est: un incubo, per il capitano della Nan-Shan.
Gli euroscettici somigliano al primo ufficiale Jukes, che suggerisce di
allungare la via: gli stessi tremori e timori li indolenziscono. L´ora del
grande vento non è la migliore – dicono – per azioni ardite. Non è questo il
momento, in tanta turbolenza, di ripensare l´Europa, di immaginare quel che si
perde scassandola, di escogitare i mezzi perché possa resistere solidalmente
alla recessione, non isolando i popoli uno dall´altro. Salvare l´idea europea
dello Stato sociale, ricominciare a crescere ma in maniera diversa,
risparmiando energia e sintonizzandosi con i Paesi emergenti che crescono al
posto nostro: tale la via. E dare agli europei un corpo politico più vasto:
perché la taglia conta nella mondializzazione, se vuoi governarla e non
affidarla solo ai mercati.
Gli eurobond di cui si parla in questi giorni (proposti da Tremonti e il
presidente dell´Eurogruppo Jean-Claude Juncker, da Mario Monti, da Romano Prodi
e Alberto Quadrio Curzio) sono frecce che l´Unione potrebbe mettere nella sua
faretra. E certo son tanti i problemi, ma anche per l´Europa vale la domanda
sorta in Italia di fronte agli sconquassi berlusconiani: se non ora, quando? È
ora che va riaggregato quel che il vento disgrega. È ora che i politici sono
chiamati a farsi modellare dal tifone e apprendere il comando. È ora che
occorre avere fiducia nella società e nelle nuove generazioni, le più colpite
dalla crisi perché a lungo trascurate dalle generazioni precedenti.
Che la Germania
sia oggi la più paralizzata ha qualcosa di stupefacente e tragico. Proprio lei
che ha sperimentato la rinascita dopo il disastro oggi si chiude, si assoggetta
a defunti dottrinari del mercato. Pensa che ognuno debba far prima ordine in
casa propria. È tentata dal destino della piccola Svizzera, sfiancata da una
moneta troppo forte. Senza ben saperlo, è immersa in discorsi decadenti
sull´Europa.
I discorsi sulla decadenza sono un´impostura, sempre: per l´Europa e ancor più
per i giovani (con che faccia tosta dir loro che il mondo finisce?). I rinvii e
le ignavie fanno comodo ai gruppi di interesse che corrodono le democrazie, ma
il comodo è breve anche per loro. Le deviazioni non ci fanno tornare indietro
agli Stati-nazione, come alcuni sperano o temono. Non ritorneremmo, se l´Euro
si sfasciasse, allo Stato sovrano descritto da Nietzsche («il più freddo di
tutti i mostri freddi») perché quel che accade è per buona parte del mondo un
progresso, col quale entreremo in contatto solo se faremo blocco. Solo se gli
Stati risaneranno le proprie economie, e al contempo faranno in modo che una
nuova crescita parta dal continente Europa.
Gli eurobond potrebbero aiutare questa crescita collettiva, perché implicano
l´istituzione di un Fondo finanziario europeo, che emetta titoli di due tipi:
titoli per trasformare i debiti degli Stati in debito europeo, e titoli per
finanziare nuovi piani infrastrutturali comuni. All´inizio l´idea fu
considerata utopica. La proposero fin dal maggio 2008 tre economisti – Alfonso Iozzo,
Stefano Micossi, Maria Teresa Salvemini – in un progetto per il Centro studi di
politica europea a Bruxelles (Ceps). L´estendersi della crisi resuscita l´idea.
Ma allo stesso modo in cui fu necessario creare nuove condizioni perché l´Euro
nascesse – sostiene Alfonso Iozzo – oggi occorre un salto di qualità
dell´Unione: «Nel caso della moneta unica, fu necessario rassicurare i tedeschi
con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità. Non diversa la sfida
degli eurobond: per il passaggio dai debiti nazionali al debito federale
europeo, saranno necessarie norme costituzionali dell´Unione che garantiscano
la supremazia delle decisioni europee sulla possibilità di fare deficit a
livello nazionale».
L´altro scenario c´è: è il giro di Peppe. Se aspettiamo il bel tempo saremo
perduti, perché è quando fa brutto che l´uomo escogita l´ombrello, i tetti
sopra le case, il fuoco per scaldarsi. Anche il Welfare fu concepito da
Beveridge in piena guerra, nel ´42. I giovani, quando vedranno che i vecchi
s´inventano tetti e ombrelli, non si ribelleranno.
La Repubblica 31/08/2011.

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