La profezia del dottor Freud saremo sempre nevrotici
Inconscio, Edipo, Super-io. Cosa è cambiato e come siamo cambiati a settant’anni dalla morte del fondatore della psicoanalisi
Settant´anni fa moriva il padre della psicoanalisi dopo aver cambiato per
sempre non solo la cura della mente ma la nostra visione del mondo. Mentre
scadono i diritti delle sue opere e c’è la corsa a ripubblicarle, Bollati
Boringhieri rimanda in libreria i suoi capolavori curati dal grande Musatti. Ecco
un bilancio di quanto dobbiamo all’uomo che disse che è il nostro inconscio a
decidere per noi.
In occasione dell'anniversario la casa editrice manda in libreria l'8 gennaio
tre titoli fondamentali dell'edizione di riferimento curata da Cesare Musatti
in edizione economica: L'interpretazione dei sogni, Psicopatologia della vita
quotidiana e Introduzione alla psicoanalisi
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A settant´anni dalla morte di Freud vien da chiedersi che cosa sopravvive della
sua teoria e che cosa invece si è rivelato caduco. È questa una domanda
legittima, ma che forse vale solo per le scienze esatte, dove verifiche
oggettive e sperimentazioni sempre più approfondite consentono di validare o
invalidare una teoria. La psicoanalisi non è una scienza "esatta", ma
si iscrive nell´ambito delle scienze "storico-ermenutiche". E questo
perché la psiche è così solidale con la storia da essere profondamente
attraversata e modificata dallo spirito del tempo, che è possibile cogliere e
descrivere solo con l´arte dell´interpretazione o, come oggi si preferisce
dire, col lavoro ermeneutico.
Questo spiega perché, a partire da Freud, si sono sviluppati tanti percorsi
interpretativi, approdati ad altrettante teorie psicoanalitiche, da cui hanno
preso avvio le diverse scuole. In comune esse hanno il concetto di «nevrosi»
che Freud, dopo aver rifiutato di considerare la nevrosi una malattia del
sistema nervoso come voleva la medicina di stampo positivista in voga al suo
tempo, ha trasferito dal piano "biologico" a quello "culturale".
Lo ha fatto definendo la nevrosi come un «conflitto» tra il mondo delle
pulsioni (da lui denominato Es) e le esigenze della società (denominate
Super-io) che ne chiedono il contenimento e il controllo.
In questa dinamica è possibile scorgere il tragitto dell´umanità e il suo
disagio che Freud condensa in queste rapide espressioni: «Di fatto l´uomo
primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In
compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua.
L´uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un
po´ di sicurezza». Questa interpretazione del disagio psichico, che sposta la
lettura della sofferenza dal piano biologico a quello culturale, è la grande
scoperta di Freud, tuttora alla base delle successive teorie psicoanalitiche
che, per quanto differenti tra loro, rifiutano di reperire le spiegazioni della
sofferenza psichica esclusivamente nel fondo biologico dell´organismo.
A questa intuizione Freud è giunto grazie alla sua assidua frequentazione della
filosofia e in particolare di quella di Schopenhauer, che Freud considera suo
«precursore»: «Molti filosofi possono essere citati come precursori, e sopra
tutti Schopenhauer, la cui "volontà inconscia" può essere equiparata
alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi». Secondo Schopenhauer,
infatti, ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la «soggettività
della specie» che impiega gli individui per i suoi interessi che sono poi
quelli della propria conservazione, e la «soggettività dell´individuo» che si
illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se
non illusioni per vivere, senza vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono
le immodificabili esigenze della specie.
Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole
«io» e «inconscio». Nell´inconscio occorre distinguere un inconscio
«pulsionale» dove trovano espressione le esigenze della specie, e un inconscio
«superegoico» dove si depositano e si interiorizzano le esigenze della società.
Sono esigenze della specie la sessualità, senza la quale la specie non vedrebbe
garantita la sua perpetuazione, e l´aggressività che serve per la difesa della
prole. Queste due pulsioni, proprio perché sono al servizio della specie, l´io
le subisce, le patisce, e perciò diventano le sue «passioni», che la società,
per salvaguardare se stessa, chiede di contenere, nella loro espressione, entro
certi limiti.
Tra le esigenze della specie (Es o inconscio pulsionale) e le esigenze della società
(Super-io o inconscio sociale) c´è il nostro io, la nostra parte cosciente, che
raggiunge il suo equilibrio nel dare adeguata e limitata soddisfazione a queste
esigenze contrastanti, la cui forza può incrinare l´equilibrio dell´io (e in
questo caso abbiamo la nevrosi) o addirittura può dissolvere l´io sopprimendo
ogni spazio di mediazione tra le due forze in conflitto, e allora abbiamo la
psicosi o follia. La psicoanalisi, che per curare ha bisogno dell´alleanza
dell´io, può operare solo con la nevrosi, aggiustando le incrinature dell´io,
mentre è impotente con la psicosi, dove inconscio pulsionale e inconscio
sociale confliggono corpo a corpo, senza uno spazio di mediazione.
Ma proprio perché la psiche è «storica» e perciò muta col tempo, non si può essere
fedeli a questa grande intuizione di Freud, se non superando Freud, perché il
suo concetto di nevrosi ben si attaglia a una «società della disciplina» dove
la nevrosi è concepita come un «conflitto» tra il desiderio che vuole
infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Oggi la
società della disciplina è tramontata, sostituita dalla «società
dell´efficienza» dove la contrapposizione tra «il permesso e il proibito» ha
lasciato il posto a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra «il
possibile e l´impossibile».
Che significa tutto questo agli effetti della sofferenza psichica? Significa,
come opportunamente osserva il sociologo francese Alain Ehrenberg in La fatica
di essere se stessi (Einaudi), che nel rapporto tra individuo e società, la
misura dell´individuo ideale non è più data dalla docilità e dall´obbedienza
disciplinare, ma dall´iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai
risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé.
L´individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla
legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma deve fare appello alle sue
risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a
partire dai quali verrà valutato.
In questo modo, dagli anni Settanta in poi, il disagio psichico ha cambiato
radicalmente forma: non più il «conflitto nevrotico tra norma e trasgressione»
con conseguente senso di colpa ma, in uno scenario sociale dove non c´è più
norma perché tutto è possibile, la sofferenza origina da un «senso di
insufficienza» per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non
si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno
misura il valore di se stesso. Per effetto di questo mutamento, scrive
Eherenberg: «La figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. Il
problema dell´azione non è: "ho il diritto di compierla?" ma:
"sono in grado di compierla?"». Dove un fallimento in questa
competizione generalizzata, tipica della nostra società, equivale a una non
tanto mascherata esclusione sociale.
Del resto già Freud, considerando le richieste che la società esigeva dai
singoli individui, ne Il disagio della civiltà si chiedeva: «Non è forse lecita
la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, e magari tutto il genere
umano, sono diventati "nevrotici" per effetto del loro stesso sforzo
di civiltà? [...] Pertanto non provo indignazione quando sento chi, considerate
le mete a cui tendono i nostri sforzi verso la civiltà e i mezzi usati per
raggiungerle, ritiene che il gioco non valga la candela e che l´esito non possa
essere per il singolo altro che intollerabile».
Alla domanda iniziale: cosa resta di Freud a settant´anni dalla sua morte?
Rispondo: l´aver sottratto il disagio psichico alla semplice lettura biologica,
l´averlo collocato sul piano culturale, l´aver intuito per effetto di questa
collocazione che il disagio psichico si modifica di epoca in epoca, per cui
compito della psicoanalisi, più che attorcigliarsi nelle diverse denominazioni
delle nevrosi, è quello di individuare le modificazioni culturali che
caratterizzano le diverse epoche, che tanta ripercussione hanno sulla modalità
di ammalarsi «nervosamente».
http://www.repubblica.it 3.1.10

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