La prima crepa del muro di Berlino
Storie di vita vissuta : Ungheria 1989
Ogni anno torno in Ungheria per un mese durante le vacanze .
Nel 1989 vi trascorsi il mese di agosto. Si respirava un’aria molto diversa.
Alcuni mesi prima, il 16 giugno avevano celebrato i funerali solenni di Imre
Nagy primo ministro, Pal Maleter
ministro della difesa durante la rivoluzione ungherese del ’56 e di altri
martiri, impiccati nel 1958 i cui corpi giacevano in un’anonima fossa comune.
Centinaia di migliaia di ungheresi avevano preso parte a questi “funerali in
ritardo”.
Un amico mi aveva registrato questo evento, così lo guardai la sera stessa del
mio arrivo, nonostante, dopo aver guidato 1400 km in una sola tirata
con due bimbe piccoline, fossi stanchissima.
Noi ungheresi “adoriamo” i funerali riparatori: mentre guardavo la cassetta mi
venne in mente un’altra celebrazione, guidata dallo stesso Imre Nagy. Allora,
nel 1956, l’impiccato da riabilitare era un altro comunista
"revisionista", Laszlo Rajk, prima ministro degli Interni e poi degli
Esteri, accusato di complicità con l’eretica Jugoslavia di Tito, e per questo
condotto al patibolo il 15 ottobre 1949.
Comunque il 16 giugno 1989 fu la giornata che sancì, definitivamente, la svolta
: a Nagy fu resa finalmente giustizia e l’insurrezione del ’56, considerata
fino a quel momento un fatto “controrivoluzionario”, fu chiamata finalmente col
suo vero nome: rivolta di popolo.
Dovetti rivedere la cassetta più volte…. non ci potevo credere : Il discorso di
Viktor Orban - allora giovane ed entusiasta democratico che solo
successivamente scivolò nella destra razzista ed antisemita - mi fece venire la
pelle d'oca…per la sua audacia e lucidità. Tutti eravamo meravigliati,
increduli, felici ma anche impauriti nello stesso tempo.
Sono di Keszthely, una graziosa cittadina sul lago Balaton che durante tutta la
divisione delle due Germanie era il luogo d'incontro tra i tedeschi dell'est e
quelli occidentali. Anche nell’agosto dell’‘89 era piena di turisti tedeschi e
si percepiva uno strano, inebriante fermento. Nei bar si commentavano notizie
provenienti da Budapest: molti tedeschi della DDR si sono rifugiati
all'ambasciata della Germania Occidentale chiedendo asilo politico e la polizia
ungherese li lasciava fare.
I giornali però, almeno all’inizio non
riportavano nessuna notizia di questi fatti e successivamente solo
qualche trafiletto asettico. L’assenza dei commenti rese la nostra incertezza
ancor più marcata.
Alcuni miei conoscenti tedeschi decisero di salire a Budapest. Non avevano idee
chiare sul da farsi, ricordo discussioni accese tra mariti e mogli: gli uomini
erano più intenzionati a tentare la sorte, mentre le donne non volevano
lasciare la loro casa, la loro vita di sempre.
Venimmo a sapere che i giovani del Forum Democratico stavano organizzando una
specie di festival paneuropeo lungo la frontiera con l'Austria. Il luogo
distava circa 100-120 km
da noi, così decisi di andarci con un’amica. Avevo le figlie piccoline, ero
abbastanza tesa, ma sentivo che stavano succedendo grosse cose, volevo esserci.
Lasciai dunque le bambine dalla mia vicina che aveva un figlioletto della loro
età. Le promisi che sarei tornata in serata. Non fu una decisione facile, per
la prima volta mi separai da loro anche se solo per un giorno.
All’inizio sembrava un happening: tanti giovani sdraiati su plaid, cestini con
panini, bottiglie di vino che giravano tra sconosciuti...qualche raggruppamento
intorno ai relatori, ma anche cori improvvisati con repertori surreali che
mescolavano canzoni dei beatles, protest-song e marce del movimento operaio. Atmosfera
indescrivibile. Una Babele, un mix di lingue: ungherese, tedesco ma anche ceco
e slovacco…incontrai anche dei polacchi e italiani. La lingua che ci univa era
il sorriso. Sì, tutti sorridevano. Raramente avevo visto tante facce sorridenti
in vita mia.
I soldati di frontiera, con i mitra in mano, ci guardavano incuriositi, ma
senza ostilità.
….Poi la ressa. Non so come, non so chi, ma un piccolo gruppo - prevalentemente
tedeschi - aveva forzato una specie di passaggio a livello, che segnava la
frontiera con l'Austria. I soldati, anziché sparare, come sotto sotto tutti temevamo, li
lasciò fare. Il gruppo attraversò la terra di nessuno…poi si fermarono
increduli in territorio austriaco. Qualcuno tornò immediatamente indietro,
sorridendo:
- E’ finita! La cortina di ferro non c’è più! E’ finita! –
Allora molti tedeschi presero le chiavi delle loro macchine e le lasciarono a
degli sconosciuti pregandoli di spedirle ai loro parenti o agli amici in DDR.
Distribuii tutte le pagine bianche del mio diario, che servirono per annotare
frettolosamente targhe, indirizzi, numeri di telefono. Poi, questi giovani
tedeschi - dapprima decine, poi centinaia o forse più - raccolsero zaini, borse,
le loro cose e come ubriachi
attraversarono la frontiera. C’erano parecchi bambini con loro….
Nonostante l’atmosfera gioiosa, a questo punto ebbi paura. Quando vidi che
sempre più persone si dirigevano verso il varco di frontiera volli andar via.
Volli tornare a Keszthely, dalle mie figlie. Non so di cosa ebbi paura: di una
rivoluzione, di qualche azione punitiva?…davvero non lo so. Ricordo solo che
volevo riabbracciare le mie figlie al più presto.
Al ritorno vedemmo per chilometri una fila di macchine abbandonate lungo la
strada: Volkswagen, Wartburg e tante tante Trabant, targate DDR.
Dopo alcuni mesi crollò il muro di Berlino. Ma la prima picconata lo ricevette
in Ungheria.

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