La poverta`? Percepita come danno collaterale
In Italia si riscontra, sui dati generali dell’economia, un deficit di analisi e quindi deficit di politiche realmente efficaci.
C’è un’Italia che soffre: pensioni al minimo, cassa integrazione alla stelle, stipendi che perdono potere d’acquisto a ritmo vertiginoso. I dati generali sull’economia non raccontano la vera storia della povertà che aumenta, perché se si ragiona per medie c’è sempre uno che mangia due polli e un altro che non mangia nulla.
E’ il primo problema: deficit di analisi e quindi deficit di politiche realmente efficaci. L’impennata della povertà negli ultimi mesi è drammatica, ma sembra che sia solo un problema di buon cuore da lasciare alla Chiesa e al volontariato e non una questione per un impegno rinnovato dello Stato e delle istituzioni.
E’ la povertà relativa che va meglio misurata, quella che colpisce le famiglie con figli. Averne tre, di figli, significa un rischio di povertà pari al 27 per cento. Ma al Sud si sfiora il 42 per cento. Mancano politiche selettive di sostegno al reddito. L’Italia non ha il reddito minimo garantito, misura precauzionale che funziona in tutta Europa meno che in Ungheria, Grecia e da noi. Ci stiamo allontanando dall’Europa, invece di integrarci maggiormente. Gli interventi a spot, come la Social Card non hanno avuto alcun effetto nella lotta alla povertà. Sono state manovre errate che hanno premiato chi ha già qualcosa e dimenticato molti altri.
La povertà che aumenta rischia di produrre guerre tra poveri. I poveri danno fastidio, i poveri vanno nascosti, i poveri vanno contrastati. Questo Paese è diventato più spietato negli ultimi mesi, per via della crisi dalla quale ognuno cerca di proteggersi guardando solo alle sue tasche, al suo piatto, alla sua casa. La crisi ha provocato instabilità sociale, porta alla individuazione di un nemico. E’ stato fatto con gli immigrati e con le ossessioni circa la sicurezza. Chi è troppo povero diventa automaticamente illegale, soggetto a rischio, minaccia. Non si possono dimenticare le disposizioni creative di amministratori locali contro i lavavetri, i barboni. Addirittura qualcuno ha messo i ferri alle panchine per impedire ai poveracci di sdraiarsi.
Un Paese spietato è un Paese egoista, che non riflette sulle situazioni critiche e non è in grado di prevenirle. E tutto ciò è il segnale della nostra debolezza culturale. L’Italia ha dimenticato la solidarietà, che non è l’elemosina alla Caritas e alla Comunità di sant’Egidio. Ha dimenticato la solidarietà tra generazioni, i rapporti di vicinato, quelli per cui ci si dava una mano, ha smesso di generare opportunità. I poveri sono ormai un dato strutturale nella nostra economia. Quasi che debbano comunque esistere, per permettere ai ricchi di giocare la partita. Purtroppo stanno aumentando, come i ricchi del resto. Il Paese è rassegnato, non scommette più, come si faceva negli anni Sessanta, su un’altra Italia possibile.
I dati Istat, quelli della Caritas, che da anni compila un Rapporto sulla povertà, neppure più inquietano alcuna coscienza. La povertà è un normale danno collaterale. E nessuno ritiene necessario, dentro le istituzioni, ragionare su un Piano nazionale di contrasto alla povertà intrecciato di buona politica e costruito attraverso lo strumento della vera sussidiarietà. Sarebbe un compito normale, in linea con la Costituzione che all’articolo 3 spiega che è dovere della Repubblica rimuove ostacoli di ordine economico e sociale. Ma non accade. Perché pochi, troppo pochi, oggi vedono gli ostacoli. Di solito si preferisce girare il capo dall’altra parte.
http://www.piuvoce.net 13/01/10

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