La potenza di Eros tra istinti e ragione
Nel suo nuovo libro "Scuote l´anima mia Eros" lo scrittore e giornalista Eugenio Scalfari riflette su desiderio e condizione umana
Sono anni che Eugenio Scalfari intreccia la riflessione filosofica e letteraria
con il proprio privato, o meglio con quella parte della memoria che evoca
personaggi che hanno attraversato la sua lunga vita, e letture che hanno
accompagnato la sua formazione. È un legame tra due mondi che rendono viva la
materia trattata, alleggerendola da quei tratti specialistici che sovente
affliggono la nostra saggistica.
Scuote l´anima mia Eros (il titolo
del nuovo libro richiama un verso di Saffo) si apre con una significativa
dedica a Italo Calvino, che è l´occasione per delineare due caratteri, due
anime, due posture. Come se Calvino sia davvero l´alter ego che gli fa
scrivere: «Io sono stato, a differenza di lui, un mercuriale che sognava di
essere un saturnino». E la malinconia – anche se non esibita – ha qui un posto
d´onore, quasi a voler attraverso essa stilare un bilancio che non è solo
intellettuale ma di vita. In fondo, non è forse Eros il dio (dalle incerte
origini) che racchiude in sé la parte mentale e insieme istintiva? La psiche e
il bios? La natura delle nostre pulsioni desideranti e la necessità di
imbrigliarle, governarle, disciplinarle? Non è dalla fusione dei due momenti
che si realizza quella conoscenza suprema alla quale fin dall´inizio di questa
avventura ha pensato Platone? Dopo di lui, Eros ha assunto vari volti, ma è
grazie a Freud che diventa il motore delle nostre pulsioni più segrete. In
seguito, Bataille e Marcuse ne esaltano la funzione liberatoria dalla Civiltà.
Quanto a Roland Barthes – che pratica una scrittura autobiografica – riconduce
Eros al suo valore impolitico. Come si vede è il Novecento a imprimere al
"discorso amoroso" (e andrebbero citati anche i nomi di Simone Weil e
Hannah Arendt) una varietà di letture che Scalfari lascia sullo sfondo della
propria riflessione.
Nella radicalità del suo sguardo egli privilegia le questioni che ruotano
attorno al costituirsi dell´individuo o meglio, come egli usa ripetere, di
quell´Io la cui complessità, nel nesso tra mente e psiche va indagata
all´origine. Siamo come dei centauri – ci avverte – il cui equilibrio precario
tra la parte animalesca (il dominio degli istinti) e quella più propriamente
umana (sorretta dalla ragione) può sempre rompersi. Resterebbe da indagare se
quegli "istinti" sono pura connotazione animale e appartengano a quel
selvaggio irrazionale che è in noi o, viceversa, quell´area che ribolle – come
anche la psicoanalisi ha suggerito – non sia già carica di simbolico, non sia
già pregna di una lingua altra che è già un "voler dire".
Nella visione antropologica di Scalfari, arricchita dai continui rimandi al
mito, quale ruolo dunque svolge Eros, signore degli istinti? Il dio dell´amore
è anche colui che infonde il desiderio di sopravvivenza. Quell´istinto, che nei
momenti peggiori ci ha salvati dalla catastrofe definitiva, è l´amore per gli
altri: una tensione che alberga in ciascuno di noi e che contende all´egoismo
lo spazio psichico. In questa prospettiva si comprende l´attenzione dell´autore
nei riguardi dei Vangeli e della predicazione di Gesù, come pure più
trasparente e solida diventa, in alcune pagine, la presenza del Cardinal
Martini. Non un puro confronto teologico, ma un´esperienza umanissima tra due
figure che, pur partendo da versanti opposti, condividono nel dialogo la
volontà di capirsi.
Rispetto a Per l´alto mare aperto (il libro che precede questo), dove la
modernità era genealogicamente indagata nei quattro secoli in cui essa nasce,
trionfa e declina, Scuote l´anima mia Eros si incammina su un percorso più
dolente e intimo, quasi che il "discorso amoroso" dialoghi con la propria
ombra, con la finitezza destinata alla morte. E questa ci appare essere il vero
centro segreto del libro, la cifra che marca il viaggio, che lo spiega e lo
ricomprende in una singolare tensione poetica. Tensione che Scalfari registra
con il passar degli anni, quando più imperioso si fa il suo bisogno di poesia:
«Non ho mai composto versi e non credo che mai ne scriverò, ma la poesia come
tempo sospeso, come tempo perduto e ritrovato, come rapimento melanconico è
diventata per me il solo modo di accarezzare me stesso. Di consolarmi di
esistere».
Il compito della poesia è anche quello di allontanarci dalla malattia del
potere (dalle sue patologie) e di metterci in contatto con le forze
dell´ignoto. Il tempo dei poeti è un tempo segreto e fragilissimo. Sembra
questa l´implicita conclusione alla quale l´autore giunge. E vi approda
attraverso i versi di García Lorca. Poeta facile, e sovraesposto, qui ribadito
per la forza che vi riveste Eros, ma soprattutto per la trascinante malinconia
che genera il presentimento della morte. Che in Lorca fu un´ossessione. E in
Scalfari l´orizzonte che tutto ricomprende. È questa la sola certezza
inscalfibile: la morte spiega la vita e non viceversa. Scalfari ammira
Montaigne, si lascia attrarre da Nietzsche, e alle spiegazioni
"sotterranee" di Freud e può dunque affermare, in linea con il loro
pensiero, di non credere «alla verità definitiva e al senso ultimo delle cose».
Ci ritroviamo così nel cuore di una possibile disputa che, nel corso del
Moderno, ha dato i frutti intellettualmente più tragici e interessanti. È a
questa modernità, ormai esaurita, che le apprensioni di Scalfari si rivolgono,
nella lacerante consapevolezza che ogni viaggio, per quanto lungo, volge sempre
alla fine.
Repubblica 6.5.11

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