La politica dell´antistato
Smantellare questa politica anti-istituzionale radicale è il compito più urgente.
È arduo farsi un´idea precisa della portata della
trasformazione politica prodotta dai governi Berlusconi. Ma è urgente
cominciare a fare un rendiconto per poter agire con prudente speditezza e
capire che cosa fare. Partiamo dalle accuse mosse dal presidente della Camera,
Gianfranco Fini, al premier nel momento del suo congedo burrascoso dal Pdl. La
prima accusa è di trattare gli affari di stato come affari di partito e gli affari
di partito come affari suoi; la seconda accusa è di far passare l´impunitá per
garantismo. La logica patrimonialista viene denunciata da anni; ora è
confermata dal suo piú autorevole testimone. Queste le componenti inanellate:
lo Stato è il partito e il partito è l´azienda del premier; di qui nasce la
politica dell´illegalitá, che non è dunque una semplice questione morale. Tutto
si lega nella logica privatistica che è, questo è il punto, una logica
dell´anti-Stato.
Questo governo non lascerá solo macerie, dunque. Lascerá qualcosa di nuovo,
forse il lascito piú tremendo e anche quello che occorrerá subito demolire,
senza second thought. Il monito di qualche giorno fa del presidente della
Repubblica a mettere in moto gli «anticorpi» interni alla nostra democrazia è
un autorevole punto fermo dal quale partire. È urgente smontare il metodo di
governo messo in piedi in questi anni, ovvero l´identificazione della decisione
con l´emergenza, dell´informazione con la propaganda, della giustizia con la
persecuzione, della legge con i lacci alla libertá, della pratica dell´illecito
con la favola della «poche mele marce». A questo metodo corrisponde il teorema,
sintetizzato dal presidente della Camera, della illegalitá sistemica, composta
e ridimensionata ad arte come questione morale. Ma dietro il linguaggio bonario
delle «poche mele marce» che il premier e i suoi Tg dispensano per noi popolo
dell´ascolto passivo, si nasconde una vasta e organica trama di governo
sotterraneo degli affari, delle amicizie, dei privilegi; una trama che ha la
natura di una politica dell´anti-Stato, volta a cambiare il carattere del
potere pubblico e delle relazioni tra Stato e cittadini.
Chiamandolo anti-Stato riconosciamo che questo partito-governo-azienda ha e ha
avuto una filosofia, un progetto preciso, a suo modo sovversivo e radicale. In
una lettera a Repubblica del 5 luglio scorso, il Ministro Bondi, spiegando la
tempra innovativa del suo leader, affermava che la «solitudine» del premier
rispetto, non all´opinione pubblica, ma «al mondo politico, istituzionale e
culturale», al mondo delle «alte magistrature istituzionali» era causato
proprio dal fatto che il premier è «totalmente avulso» dalla logica dello Stato
di diritto, dal «potere di veto derivante da una architettura istituzionale» e
«dalla sedimentazione di norme burocratiche». Questa analisi è illuminante e da
prendere sul serio. Il presidente del Consiglio è un «uomo nuovo», e per questo
ammirato da chi ha sempre sentito le istituzioni come un impaccio alla libertà,
invece che come canali di coordinamento delle azioni collettive per rendere la
libertà individuale sicura perché non alternativa alla libertà altrui.
Questa è una rottura radicale con lo Stato moderno; e una ferita che peserà
sulla nostra democrazia, nonostante i suoi provati anticorpi. Peserà, perché
l´ammirazione per il guasconismo del neofita non è per nulla un fatto isolato,
ma una componente della nostra tradizione politica nazionale. Che il Premier
sia visto come un modello di modernità a paragone dei funzionari pubblici (le
«alte magistrature istituzionali») è segno di una filosofia radicalmente
sovversiva della modernità: un´esaltazione della rivolta del dominium (potere
della forza, economica e privata) contro l´imperium (potere del pubblico). Un
nuovo ancien régime nell´età del mercato, una rivincita dell´oikos contro la
polis, della «fatticità» della forza degli interessi contro la «nomatività»
delle relazioni pubbliche, del fastidio quasi a veder trattare «me» e «te» come
uguali nonostante il «mio» potere sia tanto più grande del «tuo», della
repulsione verso l´eguaglianza di rispetto. Alcuni «rivoluzionari» di
quarant´anni fa sono rimasti irretiti e stregati da questo «uomo nuovo» perché
hanno visto in lui la personificazione della loro convinzione che l´idea della
legge imparziale sia ideologia da parrucconi, fatta per nascondere il «vero»
potere, quello che opera nella società, che agisce senza orpelli e senza
ipocrita imparzialità.
Perché onorare le istituzioni se sono solo una formalità e un espediente
ideologico? Perché non ammirare il potere nella sua diretta espressione? La
lettura della «solitudine» di Berlusconi rispetto al mondo dello Stato rivela
questa antica attrazione per il «realismo» contro la norma, il disprezzo per
chi crede nel diritto e non sa ammirare il potere «reale», un potere capace di
rimescolare il pubblico e il privato gettando alle ortiche la stantia e
ipocrita arte liberale della limitazione e della separazione. L´illiberalità,
denunciata anche da Fini, è la logica che presiede un´idea di libertà come
potenza.
La pratica del rimescolamento di pubblico e privato che il Premier e i suoi
amici e ammiratori hanno inaugurato in questi anni è un macigno che pesa e
peserà ancora sulla nostra vita pubblica. Smantellare questa politica
anti-istituzionale radicale è il compito più urgente, un compito il cui
successo dipenderà da almeno due fattori: che l´opinione pubblica e
l´informazione facciano il loro lavoro di svelamento e critica, che non
accettino più di essere strumenti di nascondimento della verità per tenere i
cittadini spettatori passivi e adoranti; che l´illegalità venga chiamata col
suo nome e perseguita con sistematica determinazione affinché il governo degli
affari sia smantellato e la sua filosofia si mostri per quello che è, una
ideologia del potere illimitato.
La Repubblica, 3 agosto 2010

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