La politica della diceria
In questo circuito mediatico è sempre più difficile distinguere con chiarezza la chiacchiera, il gossip, dalla calunnia,
Nella società dell’audience, le dicerie si sono conquistate
un loro pubblico, molto corteggiato e alimentato. Se nelle monarchie assolute
era sufficiente far circolare fra i pochi cortigiani una diceria contro un
nemico designato, nella società mediatica le dicerie devono estendere il loro
raggio d’azione per poter colpire nel segno. Benché l’effetto "sasso nello
stagno" sia lo stesso, il fenomeno è oggi molto più pervasivo a causa del
processo di auto-alimentazione della tecnologia informatica. Sembra che una
delle ragioni che muove gli Internet addicted sia proprio il desiderio di
sapere qualcosa in più degli altri per poter aggiungere qualcosa in più alla
chiacchiera con gli amici. In questa atmosfera di bulimia della novità, diventa
più difficile distinguere con chiarezza la chiacchiera, il gossip, dalla
calunnia; e su questa oggettiva difficoltà i quotidiani italiani di questi
giorni fanno le loro prime pagine, soprattutto il giornale che fa capo al
presidente del Consiglio (è un fatto sorprendente in un paese democratico che
il capo della maggioranza possieda, come famiglia, un quotidiano nazionale).
Ha scritto Cass Sunstein in On Rumors, recentemente tradotto da
Feltrinelli col titolo Voci, gossip e false dicerie, che uno dei
processi attraverso i quali le dicerie si diffondono è per "cascata":
se la maggior parte delle persone che conosciamo crede in una diceria, tendiamo
a crederci anche noi perché «in mancanza di informazioni di prima mano
accettiamo le opinioni degli altri»; se poi "gli altri" hanno le
nostre stesse idee, allora questa diceria è naturalmente accreditata ai nostri
occhi. Ci crediamo. Più siamo pregiudizialmente identificati con un’idea o un
gruppo più siamo facili a credere a ciò che più conviene a quell’idea o a quel
gruppo. Questo significa che in un paese politicamente polarizzato come
l’Italia le dicerie hanno grande corso. È a questo presupposto che la fortuna
politica di leader e candidati fa affidamento.
Anche per una ragione semplice: perché, benché la rete ci dia l’illusione di
avere il mondo tra le dita, è un fatto che le notizie non le produciamo noi
direttamente ma le riceviamo già digerite, se così si può dire, confezionate in
modo da conquistare la nostra fiducia (ma meglio sarebbe dire credulità) o, più
semplicemente, approfittare della nostra propensione a credere in ciò che non
possiamo provare. «Una cascata ha luogo quando capiscuola, leader, promuovono
certe affermazioni e comportamenti, e altre persone li seguono. In economia le
dicerie possono alimentare una bolla speculativa»; in politica possono far
nascere emozioni di repulsione o innamoramento per un leader, oppure la paura
per un fenomeno (per esempio l’immigrazione). Quel che è peggio, possono
alimentare discredito per la politica e lo Stato (il detto "sono tutti
ladri"). L’effetto "cascata" è così forte – e chi lo alimenta sa
che è forte e scommette su questo – da far sì che l’esito di una diceria che si
afferma in questo modo finisce per rendere inefficace ogni informazione che
possa correggerla o negarla.
Il problema è che la diceria vive della stessa aria di cui vive la democrazia:
la libertà di parola. Una democrazia non può esistere se i suoi cittadini non
godono della libertà di dire quello che pensano, anche quando quello che
pensano non è corretto. Il codice non si occupa delle dicerie, ma consente la
denuncia per colpire una diceria che si fa affermazione falsa fatta con
malevolenza (questa è la calunnia), ovvero per danneggiare la reputazione di
qualcuno o qualche cosa. Nel nostro codice il delitto di calunnia è stato
collocato tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia perché
considerato reato in grado di offendere non solo la rispettabilità del soggetto
calunniato ma anche il regolare svolgimento dell’amministrazione della
giustizia da parte dello Stato.
Ma la diceria non è né può essere reato, non è né può essere trattato come la
calunnia. Nel caso della diceria, quindi, occorre fare affidamento sul civismo
e la responsabilità degli operatori dell’informazione. Non è un caso che per i
cattolici l’affermazione diffamante sia un peccato anche quando non violi
alcuna legge civile. I credenti sopperiscono con il timore della punizione
divina al silenzio della legge civile. Chi si rifà a un’etica laica usa
argomenti come il senso del rispetto per gli altri - scriveva Cicerone che il
rispetto e la sincerità sono la condizione senza la quale non si dà amicizia,
aggiungendo che in una repubblica la cittadinanza è una forma di amicizia.
Comunque sia, dove non c’è dolo e proprio perché la libertà di parola è sacra
in un governo libero, occorre saper trovare ragioni di autocontrollo negli
individui. La questione morale implicata nella diceria è delicata anche perché,
pur supponendo che la persona che ne è vittima riesca a provare che quella voce
non corrisponde al vero, il suo nome può tuttavia restare associato a quella
diceria per molto tempo nella memoria della gente. Aggiungiamo che quando la
persona ricopre incarichi istituzionali, ad essere compromessa è anche, anzi
soprattutto, l’istituzione. Il persistente richiamo del presidente della
Repubblica a tenere fuori le istituzioni dal "gioco al massacro" che
si sta consumando in questi giorni, è ispirato da questa consapevolezza.
Parlare di cultura morale significa spostare l’attenzione dal fatto
all’intenzione. Ora, che ruolo ha l’intenzione del perpetrante in questo gioco
al massacro che è la diceria? Molta, poiché, spiega ancora Sunstein, le dicerie
si diffondono e si propagano perché chi le mette in circolo conosce molto bene
i meccanismi di diffusione e gli effetti. Per questa ragione la responsabilità
morale di chi opera nell’informazione - di chi confeziona le notizie dalle
quali nascono le credenze - è grande anche, anzi soprattutto, quando non ci
siano risvolti penali. Che i cittadini debbano essere esposti a notizie
veritiere, ci ammonisce costantemente Gustavo Zagrebelsky, che le informazioni
che riceviamo (naturalmente insieme a giudizi e quindi tinte di opinioni e
preferenze) siano equilibrate, che si sappia e si voglia fare distinzione tra
mezzi di informazione e mezzi di propaganda: tutto questo si appoggia su
null’altro che il senso di una responsabile libertà democratica, che non è una
libertà da stato di natura, né è fatta per danneggiare gli altri e le
istituzioni.
La Repubblica, 27 agosto 2010

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