La politica da bere dei giovani
No il dibattito no (e neppure il cineforum), molto meglio l’aperitivo…
C’era una volta la Fgci,
costola «movimentista» del Partito comunista italiano, dove si socializzava,
certo, ma, soprattutto, ci si preparava al lavoro politico leggendo (prima i
«sacri testi» del marxismo, specialmente quelli più cari alla «versione di
Ingrao», e, poi, quelli dei vari filoni del progressismo).
Un’altra epoca. Ieri, infatti, solo per fare un esempio, gli eredi alla lontana
di quell’organizzazione, ovvero i giovani del Pd, hanno costituito la loro
«sezione universitaria» (come si sarebbe detto ai tempi della Fgci) presso
l’Ateneo di Modena e Reggio Emilia. Una vera e propria assemblea fondativa
della Gud (Gioventù universitaria democratica), con tutti i crismi
dell’occasione e… conclusione al bar, per l’aperitivo. «AperiGud»,
giustappunto, come era intitolata questa iniziativa (politica, non va
scordato), che sottolineava nel manifesto come l’Aperol venisse offerto dagli
organizzatori.
Senza volere ricordare a tutti i costi come il Risorgimento, la Resistenza, persino, in
certa misura percentuale, la
Costituzione, il Sessantotto e una marea di altri
appuntamenti con la storia, siano stati resi possibili proprio dai giovani,
colpisce non poco come nel Belpaese si sia scavato un solco apparentemente
incolmabile tra i giovani e la politica. E come la sola risorsa ritenuta buona
per recuperare questo gap consista nel cosiddetto «divertimento». Fun, fun,
fun, altro che resistere, resistere, resistere. Si è cominciato nei rutilanti
anni Ottanta della Milano da bere, quando la politica, a caccia di consensi
giovanili è entrata nelle discoteche, e non si è più smesso, fino ai giorni
nostri, in cui dal primato della politica stiamo passando alla politica dello
spritz, assolutamente trasversale, a destra come a sinistra. Come se la
politica per i giovani avesse da essere ludica, o non potesse essere.
È lo spirito dei tempi, sicuramente, nei quali il disincanto e la
secolarizzazione ci restituiscono sparute minoranze iperpoliticizzate (e
talvolta anacronistiche) a fronte di legioni di ragazze e ragazzi che della
politica nun me ne po’ fregà de meno e smaniano per mettersi in fila al casting
del Grande Fratello, e di altre fitte schiere di loro coetanei nauseati dal
ceto politico o semplicemente disinteressati. Tempi a tal punto problematici
per la chiamata a raccolta delle masse giovanili che, à la guerre comme à la
guerre, puntare sulla gratuità dell’aperitivo può effettivamente rivelarsi una
buona idea. E, tuttavia, detto questo, ci troviamo una volta di più al cospetto
di una specificità molto italiana, l’ennesima che ci tiene lontano da quella
condizione di Paese normale cui dovremmo poter (legittimamente) ambire. In
Francia, i giovani scioperano e si mobilitano, anche in assenza di passioni
ideologiche, su questioni che li investono direttamente o li riguarderanno nel
futuro (dalla scuola alla riforma previdenziale). Negli Stati Uniti, nazione
certo non sospettabile di particolare politicizzazione, la vittoria e poi la
recentissima sconfitta di Obama sono da ascrivere proprio al sostegno e, ora,
alla disapprovazione del mondo giovanile. In Germania e Gran Bretagna, giovani
sono direttamente molte figure che rivestono importanti responsabilità
politiche. La «politica politica», insomma, e non la «politica della drink
card» o «della consumazione tutto incluso», che funziona alla grande anche in
società molto più postdemocratiche della nostra.
Del resto, si sa, l’Italia non è un Paese per giovani; e, forse, ancora una
volta, proprio questo è il punto.
La Stampa 5 Novembre 2010

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