La politica che crea capitale sociale e quella che lo distrugge
Non può esistere una società forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari contrapposti.
I pilastri di ciò che è visibile sono invisibili. Gli indicatori di performance che ogni giorno osserviamo nel sistema economico (produttività, crescita, occupazione) trovano i loro fondamenti in un ingrediente cruciale che gli economisti chiamano capitale sociale. Il capitale sociale è un concetto contenitore che include la fiducia e la meritevolezza di fiducia nei rapporti interpersonali, la fiducia nelle istituzioni, il senso civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici e la morale fiscale (che è il contrario dell’evasione fiscale).
Secondo Luhmann “Senza fiducia l’individuo non potrebbe
neanche alzarsi dal letto ogni mattina. Verrebbe assalito da una paura
indeterminata e da un panico paralizzante” mentre Baier ricorda come “Abitiamo
in un clima di fiducia come abitiamo un’atmosfera e ci rendiamo conto della
fiducia così come ci rendiamo conto dell’aria che respiriamo, quando è scarsa
inquinata”
La fiducia è così importante perché tutte le relazioni sociali ed economiche si
svolgono nella “nebbia” dell’informazione imperfetta (non sappiamo fino in
fondo chi abbiamo davanti e il nostro interlocutore spesso nelle transazioni
economiche è addirittura uno sconosciuto). Non essendo possibile scrivere
contratti di migliaia di pagine in grado di proteggerci da qualunque tipo di
possibile abuso della controparte in ogni immaginabile situazione e conoscendo
le lentezze della nostra giustizia - quando anche fossimo in grado di portare
in giudizio il nostro interlocutore in caso di abuso - siamo costretti a
fidarci. Usando una metafora, la fiducia è quella sostanza che facilita i
rapporti interpersonali come i conduttori facilitano il passaggio
dell’elettricità.
Numerosi studi empirici recenti dimostrano che il capitale sociale non è dato in
quantità costante nel tempo ma può crescere e diminuire. Vale la pena pertanto
domandarsi se ed in che modo la classe politica ha contribuito ultimamente alla
sua crescita o meno.
Da questo punto di vista non possiamo non constatare come la cultura che la
classe dirigente ci ha trasmesso negli ultimi anni (ed è questa a mia avviso
una delle sue principali responsabilità) ha sistematicamente sgretolato i
giacimenti di valore del nostro paese. Puntando progressivamente alla
distruzione del senso dell’unità, esaltando soltanto furbizia ed opportunismo e
facendo leva sugli istinti più bassi.
Il successo dell’Italia nel dopoguerra è stato determinato dall’abbinamento tra
valori e flessibilità, tra principi universali e capacità di fare. Tramontati i
primi è rimasta soltanto una sterile furbizia (i cui effetti macro sono stati
enormemente tarpati dall’impossibilità di utilizzare come in passato le
svalutazioni competitive) e la capacità di arrangiarsi, accompagnate da
un’estemporaneità ed un improvvisazione sempre meno credibili agli occhi dei
nostri partner internazionali. Guardando all’esempio della Germania troviamo
invece capacità di programmazione e norme morali e sociali che rappresentano
paletti importanti in grado di orientare l’agire sociopolitico in direzioni
virtuose.
Ormai, dopo aver progressivamente sgretolato ogni elemento valoriale (lodevole
eccezione da questo punto di vista è il lavoro di costruzione nostro presidente
della repubblica) i politici al potere danno per scontato questo impoverimento
morale e trattano i cittadini da minus habens promettendo giochi di prestigio e
spostamenti di ministeri da una città all’altra e contrapponendo una regione
all’altra.
Alcuni eventi recenti però indicano che forse il fondo è stato toccato e gli
italiani sono stufi di questa falsa euforia dei depressi, di questa esaltazione
dell’autointeresse miope che lascia dietro di sé solo macerie. Abbiamo voglia
di valori anche correndo il rischio di un po’ di retorica. Ma soprattutto ne
abbiamo bisogno per risollevare il paese perché non può esistere una società
forte e competitiva se l’unica molla che la anima è lo scontro dei particolari
contrapposti.
http://www.benecomune.net 21/06/2011

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