La politica accorciata
La deriva populista : ne ineluttabile, ne irresistibile.
Il potere politico, nel tempo della crisi. Non solo la sua composizione sostanziale: i rapporti di forza che lo determinano, le strutture e le decisioni che gli danno effettività e consistenza.
Anche il suo riflesso mediatico, che è non meno penetrante e reale; lo spettacolo che mette in scena ogni giorno di sé, il modo in cui si propone e viene percepito attraverso i mille racconti che frantumano e poi di continuo ricompongono la nostra vita quotidiana. È questo, credo, il grande tema del momento, su cui bisogna fermarsi a ragionare.
In ogni emergenza, infatti - che si tratti di economia o di terremoto, e tanto più se di tutt`e due insieme - l`immagine della politica tende inevitabilmente a trasformarsi. Lo stato d`eccezione - e la storica fragilità dell`Italia ne moltiplica a dismisura le occasioni - spinge in maniera inesorabile a richiedere e a costruire una rappresentazione "contratta" e semplificata del potere, e a soddisfarsene come l`unica adeguata alla concitazione e all`incalzare delle circostanze. Fra la ferita e la terapia non sembra siano necessarie mediazioni. C`è bisogno di presa diretta. Una politica "accorciata" al massimo (c`è chi dice "verticalizzata", ma dubito che sia la parola giusta), e anche una politica "vicina" e "veloce", che non si nasconde nelle nebbie dell`indistinto. Se la situazione precipita, il leader che può tirarcene fuori deve essere identificabile, certo, presente: e forte e immediato il suo rapporto con le masse in pericolo.
Definirei questa condizione come l`inevitabile "deriva populista" che accompagna sempre, in ogni democrazia, e tanto più se condizionata dai media, una stagione di difficoltà e di paure. È qualcosa di simile a una "legge tendenziale", cui non si può sfuggire. Vi sono però almeno due modi, fondamentalmente diversi, di comportarsi di fronte a questa specie di obbligato slittamento, a questa metamorfosi che fa ormai parte in qualche modo della nostra fisiologia democratica.
Il primo è quello che, per così dire, tende a rendere "istituzionale" la spinta populista, ad assumerne acriticamente i contenuti emotivi di volta in volta più incalzanti e meno elaborati, a prolungarne e a dilatarne indefinitamente gli effetti nello spazio sociale e nel tempo storico, e a farne l`unico centro di una strategia politica che non sa e non vuole vedere altro. Esso mira unicamente a stabilire e ad alimentare un rapporto fideistico fra il leader e il "suo" popolo, e a comprimere e marginalizzare tutto il resto - altre forme di rappresentanza, divisione dei poteri, contrappesi decisionali - come un inutile impaccio. L`emergenza - crisi economica, terremoto, gestione dei rifiuti a Napoli - è solo il pretesto per cementare ed esibire questo legame di salvezza, dove i ruoli sono assolutamente predeterminati: da una parte un popolo bisognoso e immobile, spettatore passivo e indistinto di una "grazia" che arriva dall`alto, sotto forma di tempestività, lungimiranza, risorse; e dall`altro un "capo" che sceglie e decide per tutti, al più coadiuvato da un ristretto manipolo di tecnici e di esperti. È un modo di stressare, per così dire, la democrazia, schiacciandola su una sola delle sue componenti, per quanto essenziale: la ricerca e la verifica del consenso, il transfert di sovranità alla base dell`investitura a governare. È lo stile di Berlusconi: per esempio, quando dice della tempesta economica che bisogna solo aspettare che passi, e al resto pensa lui, con pochi provvedimenti d`urgenza, perché non c`è altro da fare; o quando gira fra le popolazioni del terremoto e assicura che sarà lui stesso il garante della ricostruzione. Sono la politica e la democrazia ridotte alla loro forma più elementare e impoverita: al solo corto circuito carismatico.
Ma vi è un diverso modo di reagire alla deriva di cui stiamo parlando. Ed è la risposta che definirei della "frontiera democratica". Essa non nega, ma accetta di fare i conti con la spinta populista; non rifiuta, ma valorizza la componente carismatica nella ricerca del consenso al tempo della crisi; e però utilizza entrambe non come fini a se stesse, per la pura conservazione del potere, bensì come mezzi per la realizzazione di un disegno più ampio, per trasformare cioè, in una parola, il consenso in egemonia. A suo tempo, ne fu capace De Gaulle, ed è anche la ragione per cui la sua eredità riuscì a incrociare, al momento opportuno, il cammino di Mitterrand.
E soprattutto, questa seconda risposta riequilibra onda populista e personalizzazione carismatica attraverso una continua richiesta di partecipazione collettiva, di presenza democratica "dal basso"; innesta nel circuito del consenso messaggi nuovi, e mette al centro della propria strategia non la conservazione in quanto tale del potere, ma un`idea complessiva di autoriforma della società, come unica via per superare davvero l`emergenza e lo stato d`eccezione. Usa il consenso per cercare di costruire un`egemonia intellettuale e morale. È lo stile di Obama (se gli andrà bene, come tutti speriamo). In questo senso, credo che al nostro centrosinistra farebbe bene un po` di populismo, e anche una certa dose di forza carismatica. Voglio dire, una vocazione a intercettare i bisogni, le ansie, le fantasie - forse non tutte "politicamente corrette", ma questo è il vero e ineludibile nodo della questione - di quella parte di popolo già "liquefatta" dalla trasformazione postindustriale, e ora dalla crisi, con cui ha purtroppo smesso da un pezzo di intendersi.
Ma prima di cercare un nostro Obama, occorrerà porsi il problema di una generale riattivazione politica e democratica del corpo sociale del Paese, di ridargli insomma un`anima "popolare" condivisa, e nello stesso tempo orientata verso nuovi orizzonti, dettati dalla ragione, e non solo dalle pulsioni emotive: più conoscenza, più saperi, più proporzione fra profitti e lavoro. E insieme più coesione, più merito, più eguaglianza, più senso critico. Ne saremo capaci?
http://www.repubblica.it - 25 Aprile 2009

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