La nostra tolleranza zero
Il sogno occidentale di depurare "l´altro"
Pubblichiamo parte di un articolo di
Zizek che apparirà integralmente sul numero speciale di Libération di oggi
Dalla Francia alla Germania, dall´Austria all´Olanda, nel nuovo spirito di
orgoglio nei confronti della propria identità storica e culturale, i maggiori
partiti trovano ormai ammissibile rimarcare come gli immigrati siano ospiti e
in quanto tali debbano adattarsi ai valori culturali che caratterizzano la società
ospitante: «Questo è il nostro paese: o lo amate o ve ne andate».
I liberali progressisti, naturalmente, sono scandalizzati da questo razzismo
populista. In ogni caso, uno sguardo più approfondito rivela in che modo la
loro tolleranza multiculturale e il loro rispetto per l´altro (in termini di
appartenenza etnica, di confessione religiosa, di sessualità) condivida con
coloro che sono ostili agli immigrati una premessa di fondo: la paura
dell´altro.
Questa paura è chiaramente riconoscibile nell´ossessiva
angoscia che i liberali hanno delle molestie. In sintesi, l´Altro è accetto
soltanto nella misura in cui la sua presenza non è invadente, ovvero
fintantoché l´Altro non è veramente Altro… Il mio dovere di mostrarmi
tollerante verso l´altro significa soltanto che non dovrei mai avvicinarmi
troppo a lui, non dovrei mai invaderne gli spazi. (...) Sempre più spesso nelle
società tardo-capitaliste va prendendo piede il fondamentale diritto umano a
non essere vessati o molestati, ovvero il diritto di restare a distanza di
sicurezza dagli altri.
Ciò premesso, non stupisce affatto che in quest´ultimo periodo si vada
affermando sempre più il concetto di "natura tossica". Questo
concetto trae origine dalla psicologia popolare, intende metterci in guardia
nei confronti dei "succhiasangue" che là fuori vivono alle nostre
spalle, ma poi si espande, spingendosi ben oltre il campo delle relazioni
interpersonali: l´aggettivo "tossico" si riferisce ormai a una sfilza
di peculiarità appartenenti a livelli del tutto diversi tra loro (naturale,
culturale, psicologico, politico).
Un "individuo tossico" può essere un immigrato affetto da una patologia letale e che dovrebbe essere messo in quarantena; un terrorista, (...) un ideologo fondamentalista, che dovrebbe essere messo a tacere perché semina odio; un genitore, un insegnante o un prete che abusi e perverta i bambini. (...) A essere tossico, in ultima analisi, è il Prossimo stesso, lo straniero in quanto tale, insieme a tutta la voragine dei suoi piaceri, dei suoi principi e via dicendo, così che obiettivo ultimo di tutte le regole delle relazioni interpersonali è mettere in quarantena – o quanto meno neutralizzare e contenere – questa dimensione tossica, con lo scopo ultimo di ridurre il Prossimo a un proprio simile. (...)
Il meccanismo di questa neutralizzazione fu formulato molto bene già nel 1938 da Robert Brasillach, l´intellettuale francese fascista condannato a morte e giustiziato nel 1945 che si considerava un antisemita "moderato" e che inventò la formula dell´"antisemitismo ragionevole": «Al cinema ci accordiamo il permesso di applaudire Charlie Chaplin, un mezzo ebreo; tolleriamo di apprezzare Proust, un mezzo ebreo, di battere le mani a Yehudi Menuhin, un ebreo, mentre la voce di Hitler viaggia su onde radio che prendono il nome dall´ebreo Hertz. (…) Non vogliamo uccidere nessuno. Non vogliamo pianificare alcun pogrom. Nondimeno, crediamo anche che il modo migliore per ostacolare le azioni sempre imprevedibili dell´antisemitismo istintivo sia la strutturazione di un antisemitismo ragionevole». Non è forse questo l´atteggiamento già in essere che constatiamo nelle modalità con le quali i nostri governi si occupano della "minaccia dell´immigrazione"? Avendo giustamente respinto l´esplicito razzismo populista in quanto "irragionevole" e inaccettabile per i nostri parametri democratici, di fatto i nostri governi si dicono favorevoli a provvedimenti cautelari "ragionevolmente" razzisti… Ovvero, alla stregua di odierni emuli di Brasillach, alcuni di loro – talvolta nientemeno che socialdemocratici – ci dicono: «(...) Non vogliamo pianificare alcun pogrom. Nondimeno crediamo anche che il modo migliore per contenere le sempre imprevedibili e violente misure difensive contro gli immigrati sia l´organizzazione di una ragionevole protezione dagli immigrati».
Questa visione della disintossicazione del Prossimo mette in luce un passaggio
evidente, ormai avvenuto, dalla barbarie assoluta alla barbarie dal volto
umano; una visione che pratica una regressione dall´amore cristiano nei
confronti del Prossimo all´abitudine pagana di privilegiare la nostra tribù (i
Greci, i Romani) in contrapposizione all´Altro, barbarico. (...)
A questo punto, tuttavia, iniziano i veri guai: ogni pratica di universalismo
non è forse radicata in uno specifico ambito culturale? È proprio questo a
rendere la faccenda dell´istruzione universale obbligatoria così preoccupante.
I liberali sostengono che si dovrebbe concedere ai bambini il diritto di
continuare a essere parte integrante della loro particolare comunità, ma a
condizione che sia loro offerta la possibilità di scegliere. Prendiamo il caso
dei bambini amish che vivono negli Stati Uniti: affinché possano godere di
un´effettiva libertà di scelta allorché adottano un determinato stile di vita,
dovrebbero ricevere dai loro genitori o dagli "inglesi" informazioni
esaurienti su tutte le opzioni a loro disposizione, ed essere istruiti su
tutte. L´unico modo possibile per ottenere una cosa del genere, però, sarebbe
quello di sradicarli dalla loro appartenenza alla comunità amish, e quindi in
sostanza renderli "inglesi".
Tutto ciò dimostra inoltre manifestamente i limiti del tipico atteggiamento
liberale nei confronti delle donne musulmane che indossano il velo: lo possono
fare se è una loro libera scelta, non se è una condizione imposta loro dai
mariti o dalla famiglia.
In ogni caso, nel momento stesso in cui le donne indossano il velo per loro
libera e personale scelta, il significato stesso dell´indossare il velo muta
completamente: il velo non è più un simbolo della loro appartenenza esplicita
sostanziale alla comunità musulmana, bensì espressione della loro personalità
individuale, della loro ricerca spirituale, della loro protesta contro la
volgarità dell´odierna mercificazione sessuale, oppure ancora un esplicito
gesto politico di contestazione nei confronti dell´Occidente. Una cosa dunque è
indossare il velo per appartenenza esplicita a una tradizione sostanziale;
un´altra è rifiutarsi di indossare il velo; ma un´altra cosa ancora è indossare
il velo non per un´appartenenza sostanziale bensì come gesto di scelta
etico-politica.
Ciò spiega per quale motivo nelle nostre società laiche di
appartenenza, le persone che mantengono un´appartenenza religiosa di fondo si
trovino in una posizione subordinata: per quanto sia loro consentito mantenere
i loro principi, questi principi sono "tollerati" come frutto di
scelte/opinioni personali e individuali; nel momento in cui le manifestano
apertamente per ciò che rappresentano per loro (una questione di appartenenza
sostanziale) sono accusati di "fondamentalismo".
Tutto ciò sta a significare che un "soggetto di libera scelta" (nel
senso multiculturale "tollerante" occidentale) può affermarsi
soltanto come l´esito di un processo estremamente violento di estrapolazione
dal particolare stile o contesto di vita del singolo, di uno sradicamento
assoluto dalle proprie radici.
Traduzione di Anna Bissanti
Repubblica 2.12.10

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