La nostra identità nel mondo senza centro
Un testo del sociologo anglo-polacco sulla rivista "Reset.
Che lo si voglia ammettere o no, e che la cosa piaccia o incuta timore, gli esseri
umani sparsi tra le oltre duecento "unità sovrane", note come
"Stati", sono in grado di vivere, da qualche tempo, senza un centro;
anche se l´assenza di un centro globale ben definito, onnipotente, incontestato
e di indiscutibile autorità costituisce, per i potenti e gli arroganti, una
costante tentazione a riempire, o almeno a tentare di riempire, quel vuoto.
La "centralità" del "centro" si è disgregata e il legame
tra sfere di autorità prima strettamente connesse e coordinate è stato (forse
irreparabilmente) spezzato. I condensati locali di poteri e influenze a livello
economico, militare, intellettuale o artistico non coincidono più (se mai hanno
coinciso). Le mappe del mondo in cui le entità politiche sono contrassegnate da
colori che indicano la loro importanza e quota relativa in termini –
rispettivamente – di industria globale, commercio, investimenti, potenza
militare, conquiste scientifiche o creazione artistica, non sono più
sovrapponibili. E perché tali mappe siano utilizzabili per un qualsiasi arco
temporale, i colori dovranno essere facilmente cancellabili, e applicati con
parsimonia, visto che l´attuale gerarchia dei territori, ordinati per capacità
di influenza e impatto, non offre alcuna garanzia di durata. E così, nel nostro
disperato tentativo di cogliere la dinamica degli affari planetari, la vecchia
abitudine, dura a morire, di mettere a punto un´immagine mentale
dell´equilibrio di potere globale ricorrendo a strumenti concettuali come
centro e periferia, gerarchia, superiorità e inferiorità, appare sempre più un
handicap anziché, come in passato, una risorsa; i fari di un tempo sono
diventati paraocchi. (...)
La "formazione delle identità", o più correttamente la loro
"riformazione", diviene un compito che dura per tutta la vita, senza
arrivare mai a conclusione; in nessun momento dell´esistenza l´identità può
dirsi "finale". C´è sempre da svolgere un lavoro di riaggiustamento,
poiché le condizioni di vita, il ventaglio delle opportunità e la natura delle
minacce cambiano in continuazione. Questa "non finitezza" innata,
l´irrimediabile inconclusività del compito di autoidentificazione, è causa di
forte tensione e ansia. Un´ansia contro cui non esiste un rimedio istantaneo.
In ogni caso, non vi sono cure radicali, poiché gli sforzi di "formazione
dell´identità" oscillano precariamente, com´è naturale, tra due valori
umani parimenti centrali: la libertà e la sicurezza. Tali valori, altrettanto
indispensabili per una vita umana decente, risultano difficili da conciliare, e
l´equilibrio perfetto tra essi resta ancora da trovare. La libertà, dopo tutto,
tende ad accompagnarsi all´insicurezza, mentre la sicurezza tende ad
accompagnarsi alle limitazioni alla libertà. E se siamo insofferenti sia verso
l´insicurezza sia verso la non-libertà, difficilmente saremo soddisfatti da
qualsivoglia combinazione di libertà e sicurezza. Così, invece di un
"progresso lineare" verso una maggiore libertà e una maggiore
sicurezza, finora si è potuto osservare un movimento a pendolo, che molto probabilmente
continuerà negli anni a venire: prima uno spostamento massiccio e deciso verso
uno dei due valori, poi l´allontanamento in direzione dell´altro. Oggi, a
quanto pare, in molti (forse la maggior parte) dei paesi del mondo,
l´insofferenza rispetto all´insicurezza prevale sulla paura della mancanza di
libertà (anche se nessuno può dire quanto a lungo durerà tale tendenza). (...)
Lo smembramento e la disabilitazione dei centri tradizionali, sopraindividuali,
saldamente strutturati e fortemente strutturanti, sembra correre in parallelo
con la centralità emergente dell´Io reso orfano.
Nel vuoto lasciato da autorità politiche in ritirata o sempre più evanescenti,
oggi è l´Io che si sforza o è costretto ad assumere la funzione di centro della
Lebenswelt (l´interpretazione privatizzata/ individualizzata/
soggettivizzata dell´universo). È l´"Io" che riconfigura il resto del
mondo come propria periferia, assegnando, definendo e attribuendo una rilevanza
differenziata alle sue parti a seconda dei propri bisogni, desideri, ambizioni
e apprensioni. Il compito di tenere insieme la società (qualunque cosa la
nozione di "società" possa significare in condizioni di modernità
liquida) viene "sussidiarizzato", "subappaltato" o ricade
semplicemente nell´ambito della life politics individuale. Ed è lasciato sempre
più all´iniziativa degli Io che "si mettono" in rete e "vengono
messi" in rete e alle loro azioni e operazioni di connessione/
disconnessione.
la Repubblica, 26 gennaio 2011

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