La normalità di Gomorra
L’uomo è un animale cooperativo. Ma nella società italiana di oggi prevale la logica della “consorteria”.
C’è normalità e normalità, nella vita quotidiana degli uomini. La Grecia ha inventato l’etica
e la politica. E i nostri modelli educativi mirano a formare esseri umani
capaci di libera decisione, di responsabilità, di veglia morale e riflessione
critica – detto altrimenti, “capaci di pensare con la propria testa”. Ma la
storia recente ci insegna che di questo tipo umano le comunità, anche quelle
che hanno sviluppato istituzioni come la democrazia, possono facilmente fare a meno,
come Aldous Huxley vide assai bene quando prospettò, in Brave New World, la sua
società di ipnotizzati morali. La “questione morale” è in effetti una questione
antropologica, nel senso che il modello “socratico” di umanità è una
possibilità, ma certamente non una necessità della nostra natura. Una
possibilità preziosa, tuttavia, di cui dobbiamo chiarire il fondamento, se
vogliamo provare a combattere il progressivo affermarsi delle società di
ipnotizzati morali, per i quali è “normalità” proprio quell’assenza di virtù
socratiche che il Novecento ha fotografato nell’espressione “banalità”. Del
male.
L’uomo è animale normativo. Questo vuol dire che mentre gli altri primati
vivono in base agli istinti, tutta la nostra vita è invece soggetta a norme.
Bisognerebbe imparare a sentire, nella parola “normalità”, proprio il senso
pervasivo della normatività radicata nel nostro comportamento quotidiano. Del
resto, l’anima di ogni cultura – a cominciare dalla suo stesso scheletro, la
lingua di quella cultura – è un’anima normativa, è in qualche modo coscienza di
un dovuto. Nell’esempio della lingua lo si vede con la massima chiarezza.
Nessuno parla come gli passa per la testa, perché non parlerebbe affatto.
Parlare è piegarsi alle norme di senso della lingua in cui si parla. Questa è
anche la ragione per la quale la degenerazione della lingua nello spazio della
ragione pubblica è un sintomo così grave di declino della civiltà, perché eleva
a “normalità” lo sgorbio, il solecismo, perfino l’osceno.
Da dove viene il potere obbligante delle norme? Da Dio, dalla Natura, dalla
Società, dalla Ragione? Possiamo ricostruire la storia della filosofia in base
alle risposte che si danno a questa questione. Ma se il mondo antico e quello
moderno ancora disputano in noi con le loro risposte, è dai tempi di Socrate
che noi conosciamo un modello di “normalità” umana che è centrato sul potere
dell’interrogativo, sul fondamento delle norme. Socrate incentrò su questo
potere la sua paideia, l’educazione dell’uomo alla ricerca dei fondamenti di
giustificazione delle norme, di qualunque tipo, inclusi i nostri mores. È il
modello della veglia morale: «Fatti non foste a viver come bruti…». Lungo la
via di Socrate è cresciuto, nell’anima d’Europa, quasi tutto ciò per cui vale
la pena di vivere: la libera ricerca nelle scienze, nelle arti, nell’etica, nel
diritto, nella politica, nella religione. La “normalità ” socratica è il
rinnovamento morale quotidiano. In un certo senso è l’eterna giovinezza: in un
senso opposto a quello della grottesca, scimmiesca simulazione di giovinezza
che abbiamo sotto gli occhi nelle viziose gerontocrazie di oggi.
La normalità come rinnovamento tende sempre a sclerotizzarsi nella normalità
come routine. La veglia del dovuto tende sempre a decadere nel sonno del “si fa
così”. Lo stupore e lo sdegno tendono sempre a spegnersi nell’indifferenza e
nella rassegnazione. E questo è possibile proprio perché le società umane sono
organizzate in modo cooperativo. Alla base della cultura c’è una mutazione
genetica che ci rende animali cooperativi, a differenza degli altri primati –
come hanno mostrato le ricerche di Michael Tomasello. Ma la cooperazione
funziona tanto nella giustizia quanto nell’ingiustizia – quello che cambia non
è necessariamente l’efficienza dell’organizzazione, ma la distribuzione equa
dei doveri e dei diritti. Da uno zero a un massimo di giustizia. Il fenomeno
più palese della cooperazione senza giustizia è la consorteria, origine di ogni
forma di criminalità organizzata, che è oggettivamente la tendenza a co-operare
non nel rispetto del dovuto, ma conformemente al vantaggio dei cooperanti
(qualunque sia lo svantaggio di terzi estranei). Il modello di normalità umana
che sembra oggi dominante, almeno qui, è la “normalità” dell’uomo di
consorteria. Questa coincide con la soggettività degli ipnotizzati morali. Al
meglio, è semplicemente quella dell’uomo tribale o dell’uomo pre-moderno, che
non ha ancora trovato se stesso come qualcosa di distinto dal “noi” collettivo,
o l’ha perduto: l’uomo-massa. Al peggio, è la soggettività così caratteristica
dei nostri giorni, per la quale non abbiamo ancora una parola, se non la
banalizzazione della parola “normale”.
È la normalità incosciente, nel senso letterale di priva di coscienza morale,
letteralmente priva di ogni senso di (in)adeguatezza, priva perfino dell’ombra
di un interrogativo. È la mentalità dell’esecutore di posizioni prese altrove,
che sia poi quella del complice, del servitore o di quel mezzo fra i due che è
il moderno servo dei potenti. È ovunque caratterizzata dalla perfetta assenza
di una disponibilità personale a rispondere di decisioni, comportamenti o
asserzioni – anche le proprie: esattamente come se fossero “prese altrove”. Il
tipico rappresentante di questa normalità esiste in una gamma quasi infinita di
varianti, a seconda del tipo di consorteria a responsabilità personale nulla di
cui si tratta: dalle cordate dei concorsi universitari alle cosche mafiose.
il Fatto quotidiano, 16 settembre 2011

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