La neolingua del cavaliere
Le parole del populismo.
Le considerazioni che seguono sono sotto il segno di un
celebre motto di Friedrich Schiller: «La lingua poeta e pensa per te». Nella
lingua del nostro tempo, si nota la presenza sovrabbondante di un lessico che
non sarà certo quello di Schiller ma è forse piuttosto quello di Berlusconi,
dei suoi e dei loro mezzi di comunicazione che si esprimono come lui. E noi
abbiamo cominciato a parlare come loro. Ciò può essere interpretato come
un’intrusione nel nostro modo d’essere e di comunicare, oppure come
un’emersione, che non crea nulla, ma solo dà voce.
In questo secondo caso, la radice sarebbe più profonda, la malattia più
pervasiva. In ogni caso, l’uniformità della lingua, l’assenza di parole nuove,
l’ossessiva concentrazione su parole vecchie e la continua ripetizione, sintomi
di decadenza senile, è tale certo da produrre noia, distacco, ironia e pena ma
– molto più grave – è il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica
che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio kitsch, forse
proprio per questo largamente diffuso e bene accolto.
«Scendere» (in politica) Qual è la via che conduce alla politica? O dal basso o
dall’alto. Dal basso, vuol dire dall’interno di un’esperienza politica che,
mano a mano si arricchisce e porta all’assunzione di sempre più vaste
responsabilità e di più estesi poteri. Ciò equivale a una carriera politica e
corrisponde all’idea della politica come professione, nel senso classico di Max
Weber. La legittimità dell’aspirazione al potere politico è interna alla
politica stessa, alle sue esperienze, alle sue procedure e ai suoi rituali.
Oppure la via può essere la discesa, quando si fanno valere storie, competenze
e virtù maturate in altre e più alte sfere. La politica non è, allora, una
professione, ma una missione. La legittimità dell’aspirazione politica è
esterna alla politica come professione, anzi sta proprio nel suo essere
estranea, aliena. (....) Trasferita dalla salvezza delle anime alla salvezza
delle società, è la sempiterna figura della missione redentrice che un
«salvatore» assume su di sé, lasciando la vita beata in cui stava prima lassù,
scendendo a sacrificarsi per gli infelici che stanno quaggiù. Teologia politica
allo stato puro, cioè trasposizione di schemi mentali e suggestioni dalla
teologia alla politica.
C’è poco da ridere o anche solo da sorridere. È cosa seria. È una forma mentale
perenne e universale, ricorrente nella storia delle irruzioni in politica di
tutti i salvatori che si accollano compiti provvidenziali. I «re nascosti», gli
«unti del Signore» che gli uomini comuni devono riconoscere, fanno la loro
apparizione nella storia dei popoli in ogni momento di difficoltà; gli «uomini
della provvidenza», comunque li si denominino e quale che sia la forza
provvidenziale che li manda e dalla quale sono «chiamati» (un Dio, la Storia, il Partito, la
«Idea», la Libertà,
il Sangue e la Terra,
in generale il Bene dell’umanità) sono appena alle nostre spalle, anzi sono tra
noi. La secolarizzazione del potere, premessa della democrazia, non li ha
affatto scacciati. (....)
Quest’idea è pervasiva e va al di là degli schieramenti politici. L’invocazione
di un «papa straniero», salvatore della Patria anch’esso, sia pure di segno
provvidenziale opposto a quell’altro, è la dimostrazione che questa mentalità è
penetrata profondamente ed estensivamente nel modo comune di considerare la
politica e la salvezza politica. Certo, questa formula ha qualcosa d’ironico.
Ma c’è da scommettere che, se un tale personaggio, dal mondo della finanza,
dell’industria o dell’accademia, farà la sua apparizione, questa sarà
circondata dagli stessi caratteri: anche lui «scenderà» in politica e il suo
non sarà un «ingresso» ma una «discesa». Si renda o non si renda conto del
significato di questo linguaggio che, ormai entrato nell’uso, gli sembrerà del
tutto naturale, ovvio.
La parola-chiave è dunque «scendere». Scendere da dove? Da una vita superiore.
Scendere dove? In una vita inferiore. Per quale ragione? Per rispondere a un
dovere, al quale sacrificarsi. Quale dovere? Salvare un popolo avviato alla
perdizione. Con quali mezzi? Mezzi politici. Dunque: «scendere in politica».
Non con i mezzi corrotti del passato però, ma con mezzi inediti e con compagni
d’avventura nuovi di zecca. Tutto dev’essere reso «nuovo», generato a un’altra
vita. Ciò che è vecchio sa di corruzione. Per questo, si deve scendere
dall’alto, dove c’è virtù, purezza, capacità di buone opere, e non dare
l’impressione di salire dal basso, da dove nascono solo creature che si
alimentano e vegetano nella putredine.
«Contratto» Da dove si scende, è ben detto fin dall’inizio, in quel volumetto
del 2001, intitolato Una storia italiana,
dove la vita del protagonista, prima della «discesa», è rappresentata come un
idillio familiare, intriso di buoni sentimenti, di felicità nel suo rapporto
con la natura, come una sequela di successi professionali, come una dedizione,
già allora, al bene di tutti coloro che hanno a che fare con lui. Ma ora, c’è
un popolo intero che ha bisogno di soccorso. Non rispondere alla chiamata,
sarebbe un atto d’egoismo. Noi miscredenti pensiamo che la politica sia il
luogo del potere, necessario ma pericoloso. No: è il mezzo per portare
soccorso, da agevolare dunque. Resistere alla chiamata o opporsi al chiamato
significa volere il male del bisognoso (...).
Questi concetti, ripetuti poi infinite volte, dovrebbero essere analizzati uno
per uno. Non sono detti a caso. Ci deve essere una mente: la condizione beata
di partenza, il sacrificio personale consacrato al paese infelice e bisognoso
d’aiuto, il soccorso, la chiamata, l’altruismo, le armi. C’è già in nuce
tutto quanto seguirà. Compreso il rito elettorale, inteso non come laico
confronto tra persone e programmi, ma come una sorta di giudizio di Dio
affidato al popolo ( vox populi, vox dei). Il programma elettorale
diventa qualcosa di diverso da una proposta di governo. Diventa rivelazione
della propria missione salvifica, «buona novella» che deve essere annunciata
tramite «apostoli della libertà». L’investitura elettorale è la risposta
all’annuncio. Il «contratto con gli Italiani» è cosa assai meno ingenua di quel
che appare. È la sanzione dell’avvenuto riconoscimento del salvatore da parte
dei salvati, da parte del suo popolo. La funzione mistica attribuita a questo
«contratto», presentato come tavola fondativa d’un patto indistruttibile e
sacro, è completamente al di fuori della logica della democrazia rappresentativa.
Si spiega nella logica del disvelamento e del riconoscimento, della discesa
dall’alto che incontra un bisogno e un’invocazione dal basso.
«Amore» Nel discorso con il quale fu dato l’annuncio (il Kérygma) della
«discesa» in politica (26 gennaio 1994), un passaggio-chiave, una frasetta che
sembra buttata lì, fu «L’Italia è il Paese che io amo». Così anche l’amore
faceva la sua discesa nel linguaggio della politica, non senza conseguenze
pervasive. Il neonato Partito Democratico, a sua volta, ritenne di non dovere
essere da meno e rispose per le rime nel «Manifesto» fondativo del 2007, che
inizia così: «Noi, i democratici, amiamo l’Italia». Questo è un esempio delle
conseguenze perverse dell’imitazione nel campo della comunicazione politica. Le
due dichiarazioni d’amore si equivalgono? No, non si equivalgono. La prima
(«L’Italia è il Paese che io amo») è una dichiarazione sovrana che proviene da
uno che ha già detto che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita
felice in sé e per sé, oppure avrebbe potuto prescegliere un altro luogo per
vivere o per discendere sulla terra dei comuni mortali. L’Italia, così, è la
prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l’amore che
tanto gratuitamente le è stato donato. La seconda dichiarazione è tutt’altra
cosa. Non è un atto sovrano. È un atto obbligato. Potrebbe un partito politico
che, ovviamente, è dentro, non sopra il Paese al quale chiede consensi, dire:
«Tu non mi piaci affatto». Questa dichiarazione, come dichiarazione d’amore,
suona falsa perché è obbligata e l’amore obbligato che cosa è? Può essere
un’adulazione interessata. Anche la prima, naturalmente, lo è, ma si presenta
in tutt’altro modo, come un dono d’amore, una dedizione gratuita, un atto
commovente. Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi
potrebbe, a sua volta, non riamarlo?
E se non riama? Se l’amore non è corrisposto? Se non c’è corrispondenza a un
amore così grande che è quasi un sacrificio, è perché qualcuno odia. Solo
apparentemente, le parole d’amore, spostate dal campo che è loro proprio, cioè
quello delle relazioni interpersonali concrete, e riversate nella campo della
politica, cioè dei rapporti impersonali astratti, sono parole benevolenti. In
realtà sono parole violente, destinate a provocare divisioni radicali,
contrapposizioni e incomunicabilità, tra «noi che amiamo» e «voi che odiate».
Valga, tra le tante possibili, questa citazione: «Noi non abbiamo in mente
un’Italia come la loro, che sa solo proibire ed odiare. Noi abbiamo in mente
un’altra Italia, onesta, orgogliosa, tenace, giusta, serena, prospera,
un’Italia che sa anche e soprattutto amare» ( L’Italia che ho in mente,
Milano, Mondadori, 2000, p. 280). Se guardiamo all’Italia di oggi, possiamo
tristemente riconoscere che la spaccatura è avvenuta e non sappiamo come si
potrà sanarla.
«Assolutamente» Un avverbio e un aggettivo apparentemente innocenti, da qualche
tempo, condiscono i nostri discorsi e in modo così pervasivo che non ce ne
accorgiamo «assolutamente» più: per l’appunto, assolutamente e assoluto. Tutto
è assolutamente, tutto è assoluto. Facciamoci caso. È perfino superfluo
esemplificare: tutto ciò che si fa e si dice è sotto il segno dell’assoluto.
Neppure più il «sì» e il «no» si sottraggono alla dittatura dell’assoluto:
«assolutamente sì», «assolutamente no». (...) Il predecessore dell’assoluto è
il «categorico» d’un tempo, quando non c’era posto per le sfumature ma solo per
le convinzioni granitiche, per gli «imperativi categorici» presi dalla filosofia
morale e gettati nell’agone politico. Ciò che l’assoluto esclude è «il
relativo». Il relativo è ciò che costringe al confronto e induce a pensare.
L’assoluto, invece, comanda e pretende obbedienza, assolutamente. Il relativo è
proprio dei deboli, perché è insidiato dal dubbio; l’assoluto è forte perché,
insieme ai dubbi, esclude la possibilità di venire incontro, di cercare accordi
e stabilire compromessi con chi non condivide i nostri «assoluti». Tra assoluto
e fanatico c’è parentela stretta in uno stesso mondo spirituale. (....)
«Fare-lavorare-decidere» La «discesa» dalla quale abbiamo iniziato a che cosa
mira? La rigenerazione ch’essa promette in che cosa consiste? Non nella
salvezza delle anime, né nell’elevazione civile della società e nemmeno nella potenza
della Nazione o dello Stato, come fu per diverse «discese salvifiche» in altri
tempi e luoghi. Lo dice ancora una volta il linguaggio del nostro tempo, così
impregnato di aziendalismo e produttivismo. L’idea che la vita politica si basi
su un legame sociale che – certamente – implica ma non si esaurisce in
benessere materiale, consumi, sviluppo economico, è totalmente estranea al modo
di pensare attuale e alla lingua che l’esprime. L’Italia è «l’azienda Italia» e
tutti devono «fare sistema», «fare squadra» perché possa funzionare. Basterebbe
pensare alla politica delle «tre I», slogan lanciato a suo tempo per
sintetizzare il senso delle riforme nella scuola italiana: inglese, Internet,
impresa. Dalla scuola si bandiva quella cosa così evanescente, ma così
importante per tenere insieme una società senza violenza e competizione
distruttiva, che è la cultura. La scuola, davvero, si orientava verso il «saper
fare», cioè verso la produzione di «risorse umane» finalizzate allo «sviluppo»
dell’azienda e da utilizzare intensivamente fino al limite oltre il quale ci
sono gli «esuberi».
La politica, a sua volta, è venuta configurandosi come il logico prolungamento
di questa concezione del bene sociale. Così, il governo diventa il «governo del
fare» il cui titolo di merito «assoluto» è di avere posto fine al «teatrino
della politica» e di andar facendo. «Fatto» diceva un non dimenticato spot
pubblicitario governativo costruito su un timbro sonoramente impresso su
qualche foglio di carta. Per «fare», però, occorre «lavorare» e, così, quello
che lavora, non quello che chiacchiera, è il governo buono. Bisogna «lasciarlo
lavorare». Chi si mette di traverso, cioè «rema contro» la squadra di
canottieri che fa andare la barca non è un oppositore ma un potenziale sabotatore,
uno che non ama l’Italia. (.....) Ora, l’ideologia aziendalista del fare e del
lavorare mette in evidenza, esaltandolo, il momento esecutivo e ignora, anzi
nasconde il momento deliberativo. Chi decide, in che modo decide e che cosa
decide? Tutto questo è «assolutamente» fondamentale in democrazia perché
rappresenta il momento formativo e partecipativo delle scelte politiche. La
logica aziendalista, trasportata in politica, fa dell’efficienza l’esigenza
principale: efficienza per l’efficienza. Il fare per il fare: attivismo. Tante
leggi, tante riforme: è la quantità a essere messa in mostra. Viene meno il
rapporto tra il fare e il «che cosa fare», un rapporto che presuppone una
divisione tra il realizzare e il determinare l’oggetto da realizzare. Viene meno
il fine dell’agire. (....)
Alla medesima logica appartiene il «decidere», per esempio nell’espressione
«democrazia decidente», che ha preso piede anche nel lessico di parte di forze
politiche d’opposizione (...) Anche qui ciò che viene passato sotto silenzio è
ciò che dovrebbe garantire che non si operi male. Forza delle parole: il mezzo,
cioè l’efficienza (fare, lavorare, decidere), da mezzo quale è, diventa il
fine.
«Politicamente corretto» (....) Negli anni appena trascorsi è stata condotta
vittoriosamente una battaglia semantica contro la dittatura del «politicamente
corretto», accusato di conservatorismo, ipocrisia e perbenismo. I tabù
linguistici sono caduti tutti. Perfino la bestemmia è stata «sdoganata» perché
qualunque parola deve essere «contestualizzata». I contesti sono infiniti. Così
ogni parola è infinitamente giustificabile. Il degrado è pervasivo, e ha
contagiato anche chi non l’ha inaugurato e anzi, all’inizio, l’ha deplorato.
Così, ci si è assuefatti. Ma il risultato non è stato una liberazione, ma un
nuovo conformismo, alla rovescia. Oggi è politicamente corretto il dileggio,
l’aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la
semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono
politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l’occultamento delle
difficoltà, le promesse dell’impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e
privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d’amicizia,
essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose
politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come
plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio
plebeo è diventato quel «politicamente corretto» dal quale dobbiamo liberarci,
ritrovando l’orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non
conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente,
razionalmente.
La Repubblica, 14 ottobre 2010

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