La neo-Costituzione preventiva
Immaginate una legge congegnata nel modo seguente: «Abbiamo una Costituzione. Ma vogliamo modificarla».
«E allora mettiamo da parte la Costituzione vigente e applichiamo subito una
Costituzione ipotetica, incerta, giuridicamente inesistente, di cui si ignora
se, come e quando verrà approvata».
Un colpo di sole, un effetto della calura agostana? No, questa linea compare
nel decreto sull´emergenza economica fin dal suo primo articolo: «In
anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola
del pareggio di bilancio, si applicano le disposizioni di cui al presente
titolo». E più avanti, in maniera ancor più sconcertante, si aggiunge: «In
attesa della revisione dell´articolo 41 della Costituzione, Comuni, Province,
Regioni e Stato, entro un anno adeguano i rispettivi ordinamenti al principio
secondo cui l´iniziativa e l´attività economica privata sono libere ed è
permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge».
“In anticipazione”, “in attesa”?
Se si rispetta la più elementare grammatica costituzionale, queste sono
espressioni insensate, e pericolose. Prima di un cambiamento legislativo, le
norme esistenti debbono restare ferme, soprattutto quando si tratta di norme
costituzionali – fondamenta del sistema giuridico. Ma quegli articoli del
decreto provano il contrario, sono la testimonianza della scomparsa del senso
stesso di che cosa sia una Costituzione, manifestano una voglia di liberarsi
delle regole costituzionali ignorando la procedura per la loro revisione e
imponendo addirittura una radicale e rapidissima (un anno!) riscrittura
dell´intero ordine giuridico dell´economia.
La via della “decostituzionalizzazione”, già evidente nelle proposte di riforma
della giustizia, si fa sempre più scivolosa, può portare ad un vero disordine
giuridico. Considerate solo una ipotesi. L´annunciata riforma dell´articolo 41
non viene approvata in Parlamento o è bocciata dal voto dei cittadini, come
accadde nel 2006 quando più di sedici milioni di italiani dissero di no alla riforma
costituzionale del centrodestra.
A questo punto l´”attesa” sarebbe finita e, mancando il necessario appiglio
costituzionale, verrebbe travolta l´intera nuova impalcatura giuridica
approvata nel frattempo da Stato e sistema delle autonomie. E, al di là di
questa ipotesi estrema, l´arbitrio del legislatore potrebbe già essere
censurato dalla Corte costituzionale, alla quale è possibile che si rivolgano
enti locali rispettosi della Costituzione vigente. Per evitare disastri del
genere, un Parlamento serio dovrebbe cancellare quelle norme.
Il predicato rigore finanziario finisce così con l´essere accompagnato da un
irresponsabile lassismo istituzionale, le cui tracce nel decreto sono molte,
figlie di improvvisazione e incultura. L´improvvisazione è stata resa
clamorosamente evidente dai litigi scoppiati nella maggioranza, e le ipotesi di
modifica sono tante che ben possiamo dire che il decreto all´esame del Senato è
stato svuotato di ogni senso politico e istituzionale, è ridotto a un
canovaccio sul quale nelle prossime settimane si svolgeranno prove di forza tra
gruppi in conflitto.
L´incultura traspare in molte norme e nella discussione che le accompagna, dove
quasi non v´è traccia di capacità di analizzare i difficili problemi da
affrontare. Nel momento stesso in cui i contenuti del decreto venivano
annunciati, Tito Boeri, con l´abituale sua nettezza, metteva in evidenza come
la riforma dell´articolo 41 fosse un diversivo, perché le difficoltà
dell´economia non potevano in alcun modo essergli imputate; e come
l´introduzione nella Costituzione della regola del pareggio di bilancio
determinasse una rigidità rischiosa, ricordando gli effetti negativi che un
vincolo del genere aveva appena prodotto negli Stati Uniti.
Molti hanno ripreso questi rilievi, ai quali tuttavia la discussione politica
ha dedicato un´attenzione sommaria e disinformata, visto il modo in cui si è
fatto riferimento agli articoli 41 e 81 della Costituzione. Posso sommessamente
ricordare che alla genesi di questi due articoli ha dedicato studi penetranti
uno studioso attento, Luigi Gianniti, e non sarebbe certo una perdita di tempo
se qualche parlamentare desse loro un´occhiata?
Giuste e alte sono state le proteste contro l´iniquità del decreto, che diviene
un moltiplicatore di quelle diseguaglianze che stanno distruggendo la coesione
sociale, a parole tema di cui tutti si dicono preoccupati. Gli obblighi imposti
dalla crisi finanziaria non sono colti come una opportunità per distribuire
equamente il peso della manovra, per chiamare all´”adempimento dei doveri
inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (articolo 2 della
Costituzione) i moltissimi che finora ad essi si sono sottratti. Leggendo il
decreto, si coglie piuttosto la voglia di usare questa opportunità per una
sorta di regolamento finale dei conti soprattutto con i sindacati, con l´odiata
Cgil.
Alle letture consolatorie vorrei contrapporre l´impietosa analisi del nostro
maggiore studioso di diritto del lavoro, Umberto Romagnoli, che ci ricorda che
il lavoro non è una merce e la dignità del lavoratore non è negoziabile. E le
infinite smagliature delle parti dedicate alle dismissioni di immobili, alla
privatizzazione di servizi e beni pubblici? Si alimentano illusioni facendo
balenare l´esistenza di un patrimonio immobiliare la cui vendita colmerebbe
ogni voragine dei debiti pubblici. Ma quel patrimonio è al 70% nelle mani di
enti locali e i veri esperti stimano che soltanto una quota oscillante tra il
5% e il 10% potrebbe essere proficuamente messa sul mercato. L´urgenza dovrebbe
essere sfruttata per accelerare quel lavoro analitico sui beni pubblici
invocato da vent´anni e per arrivare finalmente a una classificazione aderente
alle loro funzioni (esistono già disegni di legge in materia), non per
incentivare privatizzazioni scriteriate (non insegna nulla l´esperienza degli
anni Novanta?), per fare cassa sacrificando beni e interessi collettivi.
Vi sono sicuramente beni che possono essere messi sul mercato, ma ancor più
importante è stimolare le gestioni virtuose di quelli che possono garantire con
continuità risorse al settore pubblico. Proprio in questi giorni si è messo in
evidenza come vi siano frequenze digitali che possono assicurare un gettito di
tre miliardi. E non dimentichiamo il colpo di mano, per fortuna sventato, con
il quale si voleva fare un vero regalo ai gestori degli stabilimenti balneari,
portando a 90 anni la durata delle loro concessioni. Traspare dal decreto
un´altra voglia di rivincita, contro i 27 milioni di cittadini che, votando sì
nei referendum sull´acqua come bene comune, hanno voluto dare una indicazione
chiara per una gestione dei beni sottratta alle dissipazioni del pubblico e ai
profitti dei privati. Sarebbe grave se il decreto servisse per archiviare uno
dei pochi momenti in cui politica e cittadini si sono davvero riconciliati. ![]()
La Repubblica 28/08/2011.

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