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La nascita dei diritti umani e le radici dell’Occidente cristiano

Vita, libertà e beni sono infatti diritti naturali insopprimibili

 

 


Nel suo ultimo libro (Dalla città sacra alla città secolare, Rubbettino editore) Luciano Pellicani sviluppa una amichevole polemica con me, poiché tempo fa gli avevo obiettato (recensendo su una rivista il suo precedente libro Le radici pagane dell’Europa) che senza la rivoluzione spirituale attuata dal cristianesimo la nostra civiltà non sarebbe nemmeno concepibile. In quella occasione ricordavo a Pellicani un bellissimo passo dalle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel: «Completamente scevro di ogni particolarità individuale, l’uomo, in sé e per sé, e cioè già per il solo fatto di essere uomo, ha quindi (nel cristianesimo) un valore infinito, e appunto questo infinito valore abolisce ogni particolarità di nascita e di patria. Egli non conta in quanto ebreo o in quanto greco, o per alta o bassa estrazione: conta in quanto uomo. Dove il cristianesimo è reale, non ci può essere schiavitù» . A questa affermazione di Hegel Pellicani obietta che il cristianesimo in realtà non ha una concezione universalistica dei diritti umani, poiché esso ha discriminato gli uomini fra figli della luce e figli delle tenebre, fra credenti e non-credenti: due famiglie spirituali concepite in modo tale che fra di esse — come si legge in Gregorio di Nissa— non sono immaginabili «compromessi o mediazioni» . Infatti, per la nuova religione, i credenti erano «figli di Dio» , e i miscredenti «figli del Diavolo» (Prima lettera di Giovanni, 3, 10). Inoltre, dice Pellicani, per molto tempo il cristianesimo ha tollerato o addirittura giustificato la schiavitù. Si legge nella Lettera agli Efesini (6, 5-7) di San Paolo: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo» ... E affermazioni analoghe si trovano in altre lettere paoline. Dunque, conclude Pellicani, la verità è che la concezione universalistica dei diritti umani si è affermata— attraverso una serie infinita di conflitti di interessi e di valori— solo a partire dal momento in cui è stata cancellata la distinzione-discriminazione fra credenti — «figli di Dio» — e miscredenti — «figli del Diavolo» . «E ciò è avvenuto— non lo si ripeterà mai abbastanza — grazie alla rivoluzione culturale attuata dall’Illuminismo» . Io penso che le cose siano un po’ più complicate di come Pellicani le prospetta. E credo che per orientarsi su una tematica così complessa sia opportuno considerare il cristianesimo in alcune sue manifestazioni storiche. Ora, la storia ci dice che la prima grande teoria, espressa nel mondo moderno, dei diritti inviolabili e imprescrittibili della persona è stata elaborata da un pensatore profondamente cristiano, John Locke, la cui dottrina ha avuto una enorme importanza per la civiltà occidentale. Nel Secondo trattato sul governo (1690) Locke afferma che il potere politico, che viene istituito dagli uomini al fine di proteggere la loro vita, la loro libertà e i loro beni, non può avere più diritti di quelli che gli vengono trasmessi. Vita, libertà e beni sono infatti diritti naturali insopprimibili; e «le obbligazioni della legge di natura— dice Locke— non cessano nella società, ma in molti casi diventano più coattive» . Tutte queste affermazioni Locke può farle sulla base della sua concezione giusnaturalistica di ispirazione cristiana, come è dimostrato dai suoi fondamentali Saggi sulla legge naturale, che egli compose quando era poco più che trentenne. Inoltre, quando noi parliamo dei diritti dell’uomo e del cittadino, il nostro pensiero va subito, prima di tutto, alla Dichiarazione francese dell’Ottantanove. Ma quella Dichiarazione ha alle proprie spalle i Bill of Rights degli stati americani (Massachusetts, Virginia, North Carolina, Maryland, ecc.), che i rivoluzionari francesi conoscevano molto bene. Senza le Dichiarazioni dei diritti degli stati americani, la Dichiarazione francese dell'Ottantanove non è nemmeno concepibile (come ha mostrato assai bene Georg Jellinek nel suo classico saggio su La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino). Ma— ha affermato Jellinek— «l’idea di fissare in forma di legge i diritti innati, inalienabili e sacri dell’individuo non è di origine politica, bensì di origine religiosa. Ciò che fino ad oggi è stato considerato opera della Rivoluzione, fu in verità un frutto della Riforma e delle sue lotte» . Vide molto bene Alexis de Tocqueville, nel suo capolavoro sulla democrazia americana, che una radice di fondamentale importanza di tale democrazia era da cercare nel fatto che la maggior parte degli emigranti in America apparteneva a quella setta inglese che per l’austerità dei suoi principi era chiamata puritana. «Perseguitati dal governo della madre patria, feriti nel rigore dei loro principi dall’andamento quotidiano della società nel cui seno vivevano, i puritani cercarono una terra così barbara e così abbandonata dal mondo, in cui essi potessero vivere a modo loro e pregare Dio in libertà» . Come sottovalutare queste radici cristiane della nostra civiltà?

 

Corriere della Sera 8.5.11

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