La molecola che governa i geni
Forse si trasmette di padre in figlio: blocca o attiva il Dna
Non passa settimana senza che la principali riviste scientifiche pubblichino
qualche scoperta sull’epigenetica subito ripresa dai giornali di larga
diffusione. La trasmissione di caratteri ereditari non (il «non» va
sottolineato) dovuti a istruzioni contenute nella sequenza del Dna fa un certo
scalpore. Si va, in un certo senso «oltre» e «sopra» (in greco antico «epi») i
geni, da cui il termine epigenetica. Il rischio di esagerare è forte. «Vittoria
sui geni» titola la copertina di un recente numero del settimanale tedesco «Der
Spiegel», aggiungendo che l’epigenetica può farci «più intelligenti, più sani e
più felici».
Meno sensazionalista è il «New York Times», che esamina plausibili conseguenze
sull’ereditarietà, la diagnosi e la possibile cura delle malattie
psichiatriche. Il quotidiano inglese «The Guardian» nel marzo scorso parlava di
rivoluzione epigenetica e suggeriva che il quadro classico dell’evoluzione
neo-Darwiniana centrato sulla selezione naturale va rivisto.
Florian Maderspacher, redattore capo di «Current Biology» insorge contro queste
esagerazioni e agita lo spettro di un ritorno dell’infame biologo stalinista
Trofim Denisovich Lyssenko, nemico dei genetisti sovietici, che faceva
tranquillamente spedire nel Gulag. Basandosi su un processo da lui chiamato
«vernalizzazione», cioè un utile condizionamento del grano a climi rigidi, che
sarebbe poi passato nel seme e trasmesso nelle coltivazioni successive,
Lyssenko modificò l’agricoltura dell’Unione Sovietica con esiti ancora oggi
discussi.
Era implacabile sostenitore dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti, una tesi
particolarmente cara alla dottrina marxista in veste sovietica, in quanto
prometteva di migliorare stabilmente l ’ umanità attraverso l’educazione e lo
stile di vita del socialismo. Era un sinistro figuro, ma per certo si era
imbattuto in trasformazioni epigenetiche delle piante, qualcosa che oggi viene
studiata produttivamente e con ben altri metodi.
Assai meno mortifero e più spesso agitato è il timore di un ritorno del
Lamarckismo, cioè della tesi (dovuta al biologo ed evoluzionista francese Jean
- Baptiste de Lamarck, 1744-1829) che l’evoluzione proceda per un cumulo di
tratti acquisiti in vita dagli antenati e poi trasmessi ai discendenti. Vediamo
di mettere un po’ d’ordine in queste contrastanti notizie, evitando sia il
trionfalismo che lo svilimento dell'epigenetica.
I cosiddetti marcatori epigenetici sono piccole molecole che si fissano
mediante un normale legame chimico al Dna o alle proteine attorno alle quali il
Dna si avvoltola nel nucleo delle cellule. Il Dna e tali proteine, chiamate
istoni, sono molecole immense, nelle quali i marcatori epigenetici si
inseriscono, un po’ come un sassolino in uno pneumatico di un autobus.
Ma, per piccolo che sia, il sassolino può far un po’ sobbalzare l'autobus ad
ogni giro di ruota. Ebbene, questi piccoli gruppi chimici (detti in gergo
gruppi metilici, acetilici, fosforilici, e un paio di altri) possono far
traballare l'espressione dei geni ad ogni divisione della cellula. In
particolare, a seconda di dove vanno a piazzarsi, possono mettere un gene a
nudo, favorendone l’attivazione, o all’opposto schermarlo fisicamente,
bloccandolo. La presenza dell’uno o dell’altro marcatore su questa o su quella
posizione, in questo o quel gene (o nell’istone) è il risultato congiunto di
interazioni con l'ambiente e della struttura chimica del gene (o dell'istone).
Ora viene il bello.
È ipotizzabile che, insieme ai geni, la progenie possa ereditare anche questi
marcatori, ereditando, quindi, un tipo di regolazione dell’espressione dei geni
stessi, mediante un meccanismo, appunto, epigenetico. Detto un po’
sommariamente, l’ipotesi ancora da confermare è che non si ereditano solo dei
geni spogli, ma dei geni corredati di marcatori epigenetici. In gergo, si
erediterebbe un epi-genoma, non solo un genoma.
Dati inoppugnabili dicono che uno stesso gene, se ereditato dal padre, può
avere una marcatura (imprinting) paterna, diversa da quella materna, con
effetti diversi sui tratti biologici che questi geni contribuiscono a formare
nella prole. Trattandosi di modifiche provenienti dall’ambiente cui è stato
esposto l’uno o l’altro genitore, o perfino uno dei nonni, si ha una genuina
trasmissione di caratteri acquisiti, senza alterazioni nella sequenza del Dna
dei geni.
I meccanismi attraverso i quali avviene questo trasferimento da una generazione
all’altra sono per ora ignoti e le ricerche fervono. La trasmissione in quanto
tale è stata ben stabilita recentemente almeno in un numero di casi specifici
ben accertati in specie distinte. La lista di tali casi, in continuo aumento,
spazia dal colore del manto, l’appetito e la suscettibilità alle malattie in
topi geneticamente identici, ma le cui madri sono state nutrite durante la
gestazione con sostanze diversamente ricche in gruppi metilici, a reazioni di
stress in pulcini la cui madre è stata sottoposta a shock, benché i pulcini
stessi non siano stati sottoposti ad alcuno shock.
Nell’uomo, per adesso almeno, i candidati probabili, ma ancora non certi, sono
collegati alla dieta, ricca o all’opposto da fame, cui sono stati soggetti i
nonni, con effetti opposti tra le nonne e i nonni, rispettivamente al momento
della formazione dell’ovulo (ancora nel ventre della loro madre) e degli
spermatozoi (in fase di pre-pubertà). In Olanda, le nipotine delle nonne che
soffersero la fame nella tremenda carestia dell’inverno di guerra 1944-1945
partoriscono oggi neonati più piccoli e gracili della norma, benché esse stesse
non abbiano mai conosciuto la fame.
È veramente il ritorno del Lamarckismo, come alcuni sostengono gongolando e
altri paventano? Non proprio. Innanzitutto perché l'effetto delle condizioni
ambientali sui tratti epigeneticamente trasmessi è quasi sempre molto complesso
e poco intuitivo. Per esempio, sembra proteggere dal diabete e dai disturbi
cardiaci avere avuto un nonno che soffriva la fame da adolescente. Strano, no?
Non è certo la storia Lamarckiana tipica della giraffa cui si allunga
progressivamente il collo, generazione dopo generazione, per poter mangiare i
frutti degli alberi più alti. Inoltre, la trasmissione dei caratteri
epigenetici, a differenza di quelli genuinamente genetici, spesso non è
stabile. Infine, con buona pace di Lamarck, non c’è connessione stabilita,
almeno per ora, tra trasmissione epigenetica e formazione di specie nuove. La
scienza dell'epigenetica è ancora solo agli inizi, ma il dispiego di forze è
imponente. Ne vedremo certo delle belle.
Corriere della Sera 30.11.10

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