La Libia, Obama e la giravolta del Cavaliere
La conquista dei diritti di libertà (e di lavoro) spinge i rivoluzionari a guardare più verso ovest, cioè verso Occidente, che verso est.
Le rivoluzioni dei popoli nordafricani e mediorientali hanno
numerose differenze tra loro ma anche profonde analogie. Tra queste ce ne sono
tre che meritano d'esser segnalate: sono guidate da giovani, hanno come
primario obiettivo la conquista dei diritti di libertà e sono rivoluzioni
laiche anche se nei paesi musulmani il loro grido di riconoscimento e di
vittoria è spesso quello tradizionale "Allah è grande".
Bin Laden e il fondamentalismo talebano non potevano registrare una sconfitta
storica maggiore di questa: Al Qaeda sperava d'essere alla testa di questo
sconvolgimento storico; invece non ne è stata neppure la coda; semplicemente ne
è rimasta fuori e non ha alcuna probabilità di inserirvisi. Lo sbocco finale è
ancora incerto, in alcuni paesi dipende in larga misura dall'esercito e dai
giovani ufficiali, in altri dalla nascente borghesia, in altri ancora
dall'esistenza di forti legami tribali. Ma la conquista dei diritti di libertà
(e di lavoro) spinge i rivoluzionari a guardare più verso ovest, cioè verso
Occidente, che verso est. E non è un caso che ai giovani che hanno scacciato
Mubarak dall'Egitto abbiano risposto i giovani e le donne iraniani che
vorrebbero liberarsi dal giogo politico e culturale del regime khomeinista.
La stessa Israele è perplessa. Da un lato impensierita dalla caduta dei dittatori
"moderati", dall'altro speranzosa di poter convivere con giovani
democrazie prive di pregiudizi religiosi e storici.
Una convivenza competitiva ma non militare, una più equa diffusione del
benessere, della divisione internazionale del lavoro e delle tecnologie che
caratterizzasse tutta l'immensa regione che va dai due fiumi mesopotamici fino
al Sinai, al Nilo, al Sahara libico e algerino, all'Atlante, a Casablanca.
Forse sarà un sogno, ma le premesse ne stanno prendendo corpo. Molto dipenderà
anche da come si comporteranno l'America di Obama e l'Europa. E meno male che
Obama c'è!
Il Presidente americano ha legato il suo futuro politico al trionfo della
democrazia nel mondo musulmano. Ne parlò un anno fa al Cairo e l'ha ripetuto
adesso con chiarezza ancora maggiore. L'obiettivo è terribilmente ambizioso,
molto di più di quello che portò alla caduta del Muro di Berlino. Sbaglia chi
continua a proporre come metro il confronto tra Obama e Bush: il confronto
attuale riguarda Obama da un lato e il pensiero unico del reaganismo
dall'altro. C'è materia per riflettere e operare in un mondo multipolare che
implica per tutti e per ciascuno una scelta di ruolo e di responsabilità.
* * *
La Libia è
oggi l'epicentro delle ultime convulsioni, ma l'esito è ormai segnato: la fine
di Gheddafi porterà purtroppo stragi e rovine ma politicamente è già avvenuta.
Non esiste alcuna ipotesi alternativa a quella del suo esilio perpetuo e del
giudizio sui crimini commessi. Molti osservatori europei si preoccupano del
petrolio e del gas, degli approvvigionamenti e dei prezzi di mercato; ma si
tratta di preoccupazioni poco significative. Di gas ce n'è fin troppo sul
mercato, l'offerta è maggiore della domanda e gli operatori internazionali sono
ben contenti che ci sia una diminuzione del prodotto. Per il petrolio è
diverso, ma quello libico è uno dei peggiori per qualità e comunque rappresenta
meno del 2 per cento dell'offerta mondiale.
Il prezzo si è impennato a causa della speculazione, ma non ha l'aria di tenere
a lungo anche perché la monarchia saudita deve procurarsi nuovi titoli di
benemerenza con l'Occidente e non ha alcun interesse a speculare al rialzo sui
prezzi del greggio.
Ma il problema libico contiene due elementi di vera preoccupazione: la
costruzione di una stabile democrazia e l'emigrazione nordafricana verso
l'Europa, della quale le coste della Sirte costituiscono il pontile. Questi due
elementi sono fortemente intrecciati tra loro ed è superfluo spiegarne le
ragioni, tanto sono evidenti agli occhi di tutti.
* * *
La telefonata dell'altro ieri di Barack Obama al premier italiano è stata
interpretata dai berlusconisti come un segnale di prezioso rafforzamento
politico del premier italiano sullo scacchiere internazionale. Altri
osservatori più distaccati si sono augurati che le opposizioni non si mettano
di traverso e non operino contro il governo in un'azione che dovrebbe essere un
obiettivo condiviso e "bipartisan".
Non temano e non si preoccupino questi osservatori: per quanto possiamo
capirne, l'opposizione non sarà così meschina da privilegiare i baciamano di
Berlusconi a Gheddafi rispetto all'interesse nazionale. Esiste un peso politico
e strategico dell'Italia nella questione libica che fa premio su ogni
considerazione e così avverrà. Quanto a Berlusconi, la spinta dei fatti e la
pressione americana l'hanno rapidamente costretto ad una virata di 180 gradi,
dal baciamano a Gheddafi alla condanna senza appello del Rais. Del resto, mai
come nel caso libico, vale la distinzione tra Stato e governo e non è di poco conto
la dichiarazione del nostro Presidente della Repubblica che non ha disgiunto il
tema dei diritti di libertà ardentemente sostenuti dai rivoluzionari e la
comune responsabilità europea sul tema dell'immigrazione di massa.
Napolitano rappresenta lo Stato e lo Stato per bocca sua ha parlato chiaro e
netto. Il governo faccia la sua parte e le opposizioni la loro.
* * *
Il ministro Maroni si lamenta per la scarsa voglia dell'Europa di
"spalmare" su tutti i Paesi dell'Unione la temuta ondata
dell'immigrazione verso le coste italiane. La Commissione di
Bruxelles si è dichiarata pronta a cogestire con il governo italiano la fase
dell'accoglienza e i costi che essa comporta, ma ha escluso di poterci aiutare
a "spalmare" gli immigrati.
Le ragioni di questa difficoltà sono due. La prima riguarda l'Unione europea,
la seconda i singoli Paesi membri.
L'Unione - se richiesta dal Paese interessato - può
agire in prima persona per gestire i problemi dell'immigrazione. Qualora il
procedimento sia avviato, la gestione dell'Unione si farà con i criteri
europei. Esistono in proposito almeno due direttive e Maroni dovrebbe
conoscerle.
Proprio perché immaginiamo che le conosca e proprio perché non condivide i
criteri dell'Unione, ha preferito agire direttamente e bilateralmente. I
respingimenti in mare non sarebbero avvenuti nel modo in cui sono avvenuti se
fosse stata l'Unione europea ad occuparsene. Invece sono stati Maroni e
Gheddafi.
Quanto agli Stati membri, quasi tutti hanno obiettato che si potrà
"spalmare" quando il rapporto "pro capite" tra immigrati e
cittadini avrà raggiunto in Italia lo stesso livello esistente negli altri
Paesi dell'Unione. Così l'Austria, così la Germania, così la Francia, così la Gran Bretagna, così
l'Olanda e il Belgio, così molti altri dei 27.
Ci rendiamo conto che la Lega
incontra notevoli difficoltà a condividere questi ragionamenti. A noi purtroppo
sembrano chiari e razionali. Non per pregiudizio, ma per senso della realtà. Ma
appoggeremo i tentativi del ministro dell'Interno di "spalmare" dove
riuscirà a convincere gli interlocutori. Restando chiaro che chi di
respingimento ferisce, di respingimento rischierà di perire.
Post scriptum . Mentre tutto questo accade c'è un problema che
continua ad avvitarsi su se stesso e sul nostro Paese: l'economia non cresce,
siamo al penultimo posto dei Paesi europei (salvati come sempre dalla Grecia),
al quarantesimo nella lista della produttività e all'ottantesimo in quella
della competizione. Ma si sta profilando un altro gravissimo rischio: l'inflazione
combinata con la deflazione, una tenaglia che potrebbe far stramazzare un toro
e figuriamoci un'anatra zoppa come l'economia italiana.
Fino a marzo la Banca
centrale europea non si muoverà, ma è probabile e prevedibile che quando la
primavera sarà in fiore la Bce
alzerà i tassi di interesse con effetti negativi sul costo del debito pubblico
e dei prestiti bancari. Forse sarà necessaria una manovra di bilancio con quel
che ne seguirà sugli investimenti e sui consumi. Senza imposte patrimoniali
ovviamente. A quelle ci dovranno pensare i Comuni per non chiudere i battenti
per bancarotta.
http://www.repubblica.it 27 febbraio 2011)

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