La lezione di Tocqueville
La libertà di stampa non accetta limiti: solo così si può formare una libera opinione.
La libertà di stampa è una di quelle libertà per le quali
non può esistere una via intermedia tra massima libertà e dispotismo. Lo aveva
capito quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville, il quale, da critico
diagnostico della trasformazione democratica delle società moderne, non si
faceva scrupolo a confessare la sua ambigua attitudine nei confronti di questa
libertà.
Una libertà che diceva di amare non perché un bene in sé ma perché un mezzo che
impedisce cose veramente indesiderabili come l´impunità, l’abuso di potere e le
tentazioni assolutistiche di chi governa. Proprio perché ogni tentativo di
regolare la libertà di stampa si risolverebbe invariabilmente in uno
sbilanciamento di potere a favore di chi regola, meglio, molto meglio una
libertà senza limiti.
Del resto, chi può decidere su quale sia il limite giusto? E poi, chi
controllerà colui che decide sul limite? Per questa ragione, Tocqueville
osservava che se i governanti fossero coerenti con la loro proposta di limitare
la libertà di stampa per impedirne un uso licenzioso ed esagerato, dovrebbero
accettare di sottomettere le loro azioni ai tribunali, di essere monitorati dai
giudici in ogni loro atto. Se non amano il tribunale dell’opinione dovrebbero
preferire il tribunale vero. Ma questo, oltre che essere irrealistico,
comporterebbe se attuato un allungamento della catena di impedimenti fino al
punto da asfissiare l’intera società sotto una cappa di controllori e censori.
A meno di non ripristinare l’assolutismo di età pre-moderna - un vero assurdo.
L’impossibilità di trovare una giusta limitazione per legge della libertà di
stampa sta nel fatto che nei governi che si fondano sull’opinione, come sono
quelli rappresentativi e costituzionali, non è possibile sfuggire all’opinione,
la quale deve pur formarsi in qualche modo ed essere libera di fluire. È per
questa ragione che l’azione del premier contro i due tribunali - la stampa e la
magistratura - è in qualche modo anacronistica e assurda. Lo è per questa
semplice ragione: nonostante la sua persistente passione censoria, egli vive di
pubblico e non può restare celato agli occhi di chi è deputato a preferirlo e
perfino amarlo. Il suo desiderio più grande è quindi quello non tanto o
semplicemente di mettere il bavaglio alla stampa, ma invece quello di esaltare
una forma soltanto di opinione, quella che non fa conoscere ma fa invece
ammirare, preferire, amare. Egli vuole quindi l’impossibile: vivere di pubblico
senza pubblico.
Poiché il pubblico è formato proprio attraverso diverse opinioni (questo è vero
anche quando il pubblico è fatto di consumatori, e l’opinione è pubblicitaria,
poiché in fondo anche di dentifrici ce ne sono di vari tipi sul mercato). Ma il
premier vuole creare il suo pubblico e vuole che questo solo goda di libera
circolazione: questa è l’ambizione assurda dell’assolutismo dispotico nell’era
dei media.
Come ha scritto Ezio Mauro a commento dell’attacco in diretta che il premier ha
lanciato contro chi aveva ricordato le sue passate dichiarazioni di sostegno
agli evasori fiscali (Massimo Giannini) e contro chi aveva mostrato con i dati
un suo calo nei consensi (Ipsos e Pagnoncelli), egli vuole «impedire ai
giornali di raccontare la verità» per distribuire invece «un’unica verità di
Stato». I monarchi assoluti dell’età pre-moderna non avevano a che fare con il
pubblico: il decidere liberamente (fuori dai vincoli dell’opinione e del voto)
li rendeva, se possibile, meno esposti alla menzogna e se menzogna c’era era
all’interno della cerchia di potere nella quale vivevano. Arcana imperii era il
nome della politica fatta a porte chiuse in un sistema di potere nel quale non
c’era nessun obbligo a tenerle aperte. Ma con l’avvento della politica del
consenso - in primis della designazione elettorale dei governanti - questa
condizione di libertà ha perso giustificazione e, soprattutto, si è rivelata
impossibile. Infatti, per il leader, l’essere scelto, sostenuto, e perfino
amato è possibile solo se acquista o si crea un’immagine pubblica, un’immagine
che esca dal palazzo e circoli liberamente. La condanna del leader con
ambizioni assolutisiche nell’era democratica è quella di non poter più aspirare
al potere assoluto mentre i mezzi di cui dispone - la stampa e l’opinione- -
alimentano enormemente questa sua aspirazione.
Ecco quindi il paradosso del quale siamo testimoni (e vittime) in Italia: un
leader che è stato creato dai media e che per restare al potere deve poter
contare sulla pubblicità di quell’immagine vincente, e per tanto su un sostegno
acritico dei media stessi. La premessa non detta di questo paradosso è che la
verità sarebbe fatale a quell’immagine, e deve per tanto restare celata alla
vista e all’udito. Ecco allora che la limitazione della libertà di stampa deve
per forza essere più di questo per poter funzionare: deve coinvolgere non
soltanto il momento della divulgazione delle opinioni scomode, ma anche quello
del reperimento delle informazioni sulle quali quelle opinioni si basano (deve
cioè mettere in discussione entrambi i tribunali). Aveva ragione Tocqueville:
nella sfera della libertà di stampa non si dà né può darsi una via mediana tra
massima libertà e dispotismo, perché una volta imboccata la strada della
censura un limite tira l’altro senza che si riesca a vederne la fine.
http://www.repubblica.it 4 giugno 2010

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