La lezione attuale di Moro e Berlinguer
Ora aspettiamo di vedere se le intimazioni alla manovra di crescita che l'Europa e la Bce ci hanno rivolto saranno accolte dal governo. Altrimenti su questo cadrà.
L'uccisione di Gheddafi, la fine della guerra in Libia e il
difficile assetto di quel paese hanno dominato le pagine dei giornali e gli
schermi delle televisioni. Non ho esperienza di quei problemi e quindi non me
ne occuperò, ma voglio dire che cosa penso della feroce esecuzione del
dittatore libico mentre fuggiva da Sirte sulla strada che conduce a Misurata.
Concordo con tutti quelli che hanno riprovato la ferocia; bisognava consegnarlo
alla Corte di giustizia internazionale per un regolare processo sebbene la
stessa Corte, la Nato
e i comandi militari del governo provvisorio dei ribelli ne avessero chiesto la
cattura "vivo o morto".
Quando cade un tiranno che ha terrorizzato e insanguinato un Paese per anni ed
anni, la tentazione del linciaggio è incontenibile e talvolta colpisce perfino
degli innocenti supposti colpevoli. Figurarsi quando la colpevolezza è palese e
si è macchiata di delitti orribili. Se poi l'autorità legale è debole - come
ancora lo è nella Libia di oggi - manca ogni possibilità d'impedire il giudizio
sommario. La storia è purtroppo piena di queste esplosioni di rabbia
incontenibile e incontenuta, sicché dolersene è doveroso ma stupirsene no.
Ciò premesso, i temi odierni sono soprattutto due: il movimento dei cattolici
messo in moto dal cardinale Angelo Bagnasco e dal convegno delle associazioni e
comunità da lui promosso a Todi e il movimento degli "indignati" con
le violenze degli "incappucciati" che gli hanno rubato la scena a
piazza San Giovanni.
Gli "incappucciati" sono un problema di ordine pubblico come gli
"ultras" degli stadi e come quelli vanno trattati. Gli
"indignati" sono invece un problema sociale che si identifica con la
mancanza di lavoro e con l'emarginazione. La situazione che fa da sfondo a
questi avvenimenti è la vera e propria paralisi del governo, il disfacimento
dei due partiti di maggioranza e l'alternativa ancora indistinta dalla quale le
opposizioni non riescono ancora ad uscire.
Partirò da lontano per meglio affrontare e tentar di chiarire questo viluppo di
problemi: da due colloqui che ebbi con Aldo Moro il 18 febbraio del 1978 e con
Enrico Berlinguer il 28 luglio del 1981. Quei due eccezionali personaggi sono
morti da tempo, ma i loro pensieri e le loro previsioni sono attualissimi,
sembrano datati oggi, perciò è da quelle parole di allora che partirà il mio
ragionamento.
* * *
Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ha scritto ieri su queste nostre
pagine un commento di grande interesse sul nascente movimento dei cattolici.
Bianchi è anche lui un cattolico, ma di una caratura molto particolare. Ricorda
per certi aspetti Pietro Scoppola che fu uno dei fondatori del partito
democratico; infatti anche Bianchi come Scoppola non sono molto nelle grazie
della Gerarchia, come del resto non lo è il cardinal Martini e neppure
l'arcivescovo Tettamanzi che ha da poco lasciato la guida della diocesi
milanese.
Quest'ala della cattolicità pone il problema del rapporto tra il laicato
cattolico e la Gerarchia
sottolineando la notevole sproporzione da sempre esistita tra questi due
aspetti della religione, a tutto vantaggio dell'istituzione e a danno del
popolo di Dio. Che l'istituzione guidata dalla Gerarchia sia indispensabile è
un dato di fatto, ma che il popolo dei credenti sia stato ridotto al pio gregge
nelle mani del pastore rappresenta una palese deformazione della predicazione
evangelica. Antepone la liturgia alla pastoralità e quindi il dogma e la
politica all'afflato della fede.
Questa, con rare eccezioni, è stata la storia della Chiesa, soprattutto a
partire dalla guerra delle investiture e dalla vendita delle indulgenze, almeno
fino al Concilio del Vaticano II. Di lì, cioè dal pontificato di papa Giovanni,
ebbe inizio un tentativo di modernizzare la Chiesa, ponendola come un seme destinato a
confrontarsi con il pensiero illuminista sul piano culturale e con il laicato
cattolico su una più intensa concezione della fede e dei comportamenti etici da
essa ispirati.
Non sembrino peregrine queste considerazioni; esse costituiscono la base
necessaria per chiarire la natura di quel movimento di rilancio cattolico
promosso dal cardinal Bagnasco, che si propone di affrontare un altro ed
essenziale tema che la modernità pone alla Chiesa e cioè il confronto tra la Chiesa-istituzione
e la democrazia dello Stato laico.
Un'ultima osservazione su questa questione preliminare. Era sembrato,
all'esordio del pontificato di papa Ratzinger che egli parteggiasse piuttosto
dalla parte di chi voleva frenare l'ispirazione conciliare del Vaticano II. Si
sta invece verificando che non è questo, o non è più questo, il pensiero del
Papa. Ne ha fatto fede il discorso da lui tenuto nelle scorse settimane al
Bundestag di Berlino e in particolare nel discorso, durante quel suo viaggio in
Germania, sul cristianesimo protestante.
Ratzinger è un agostiniano e questa sua formazione la dice già molto lunga
sulla natura della sua fede, agganciata al pensiero di chi fece della
"grazia" il pilastro della salvezza. Ma la frase più significativa
Benedetto XVI l'ha riservata al promotore della "riforma":
"Lutero - ha detto - ha creduto in Dio più di noi". Forse voleva dire
che Lutero propugnò il rapporto diretto tra il credente e il suo Creatore,
senza la necessaria intermediazione della Gerarchia, del dogma, della pratica
liturgica.
La frase comunque è stata quella che di per sé evoca una vera e propria
rivoluzione come l'altra: "Meglio un non credente di retto sentire che un
ateo devoto".
* * *
Veniamo all'incontro con Aldo Moro. Si svolse nel suo studio in via Savoia alla
presenza di Corrado Guerzoni, suo stretto collaboratore. Il tema era l'ingresso
del Pci nella maggioranza del governo che si insediò, presieduto da Andreotti,
pochi giorni dopo il nostro incontro e poche ore dopo il rapimento di Moro in via
Fani e la strage della sua scorta.
Alla mia domanda Moro rispose così: "Molti si chiedono nel mio partito e
fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano
i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l'interesse che li
motiva. Se l'interesse egoistico c'è, quella è la garanzia migliore di
sincerità. E qual è l'interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro
essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se
continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte
politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione.
Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo
sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di
"tenere" da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande
solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della
vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia
all'opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente
identici. Dopo la fase dell'emergenza si aprirà quella dell'alternanza e la Dc sarà liberata dalla
necessità di governare a tutti i costi".
Questo disegno moroteo fu attuato e consentì di battere il terrorismo. Lui ci
rimise la vita ma il frutto d'una democrazia finalmente compiuta si realizzò.
Quel disegno era valido allora (e proprio per questa ragione gli interessi
interni e internazionali che non volevano una trasformazione riformista del Pci
organizzarono l'agguato di via Fani) ma è ancora più valido oggi perché il
partito comunista non c'è più e la sinistra - tutta la sinistra - è interamente
democratica.
I cattolici che militano nel Pdl (ma quelli veri sono assai pochi) dovrebbero riflettere
sulle parole di Moro, ma ancor più dovrebbe riflettere Casini che ancora
recalcitra di fronte all'ipotesi dell'alleanza che il Pd gli offre. Casini
vuole essere l'ago della bilancia, accetta l'alleanza col Pd solo se sarà
dimezzato, solo se Vendola andrà per conto proprio portandosi appresso metà del
partito democratico.
Ma valgono anche per Vendola e per Di Pietro le parole che Moro allora
indirizzava all'intero Pci. Chi pensa alla propria bottega vede l'albero ma non
la foresta, antepone i propri interessi e le proprie ambizioni alla salvezza
del Paese. E chi, nel partito democratico, si divide tra l'alleanza con Casini
e quella con la sinistra radicale, fa lo stesso errore. Ci vuole - e tutti
dovrebbero volerla - la grande alleanza del centro e della sinistra riformista.
Con un programma comune, limitato ai pochissimi punti necessari a superare
l'emergenza. Poi verrà il tempo dell'alternanza tra i moderati e i riformisti,
entrambi ligi all'etica costituzionale e repubblicana.
***
Il colloquio con Berlinguer avvenne tre anni dopo quello con Moro. Il Pci aveva
sperimentato l'alleanza con la Dc,
il terrorismo era stato battuto lasciando dietro di sé una lunga scia di
sangue. Ma i nodi del Paese non erano stati risolti, la questione morale si era
diffusa con tutte le sue brutture, la
Dc aveva registrato una regressione con l'alleanza
Craxi-Andreotti-Forlani, mafia e corporazioni dominavano, il debito pubblico
aveva superato la soglia della tollerabilità.
Berlinguer illustrò a lungo la questione morale individuandone la causa
nell'occupazione delle istituzioni da parte dei partiti (anche del suo in
alcune diffuse situazioni locali). Poi parlò della "diversità"
comunista. Ne enumerò tre, ma le prime due avevano piuttosto l'aria di voler lanciare
una sollecitazione contro il pericolo che anche il Pci diventasse
"casta" anziché rappresentanza popolare quale fino ad allora era
stato.
La terza "diversità" ha invece un tratto sorprendente di attualità:
"Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi
della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici, ma anche
quelle degli strati emarginati della società a cominciare dalle donne, dai
giovani e dagli anziani. Il principale malanno delle società industriali è la
disoccupazione. L'inflazione è l'altro rovescio della medaglia. Bisogna
impegnarsi a fondo contro tutte e due, ma guai se per domare l'inflazione si
debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e di un'altrettanta massiccia
disoccupazione. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di
proporzioni impensabili. Noi abbiamo sostenuto l'austerità contro il
consumismo. Abbiamo detto anche che i lavoratori avrebbero dovuto contribuire
per la loro parte a questo sforzo di risanamento, ma che l'insieme dei
sacrifici doveva esser fatto applicando un principio di rigorosa equità. Il
costo del lavoro va anch'esso affrontato e contenuto operando soprattutto sul
fronte della produttività. Voglio dirlo però con tutta franchezza: quando si
chiedono sacrifici al Paese si comincia sempre con il chiederli ai lavoratori;
quando poi si abbia alle spalle una questione come la P2 è assai difficile ricevere
ascolto ed essere credibili". Su queste parole debbono meditare tutti, al
centro e a sinistra. Della destra non parlo nemmeno perché la destra non c'è.
C'è un'accozzaglia di clientele tenute insieme dall'interesse e da residui di
un ex comunicatore che ha scelto come amici intimi Scilipoti, Lavitola e
Verdini. "Unicuique suum" direbbe la liturgia. Quanto alla fede, chi
ce l'ha avrebbe dovuto sapere da gran tempo che nei luoghi del morente Pdl la
fede non è mai stata di casa. Quel partito e il suo premier possono aver
concesso qualche favore ai "valori non negoziabili". Al quale
proposito -da un non credente interessato alla questione - concludo con due
osservazioni: 1) anche i laici hanno valori non negoziabili; chi vuole
affermare i propri deve concedere la reciprocità. 2) I valori non negoziabili
non sono separabili l'uno dall'altro, costituiscono nel loro complesso una
coscienza etica e dunque è su quella che ci si confronta.
Ora aspettiamo di vedere se le intimazioni alla manovra di crescita che
l'Europa e la Bce
ci hanno rivolto saranno accolte dal governo. Altrimenti su questo cadrà.
http://www.repubblica.it (23 ottobre 2011)

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