La legalità val bene una mensa
Un comune responsabile di un servizio pubblico a favore dei minori non può comportarsi come un negoziante che, se non vede i soldi sul banco, non serve il cliente.
Prima si è verificato l'episodio di Montecchio Maggiore, in
provincia di Vicenza, dove alcuni ragazzini si sono visti servire pane e acqua
alla mensa scolastica perché i genitori risultavano da tempo morosi nel pagare
le quote dovute alla scuola. Ora un altro caso simile, ad Adro, nel Bresciano. Una
buona occasione per riflettere su come si possa e si debba impostare
correttamente il tema della legalità e dei diritti nel nostro paese.
Alcuni punti dovrebbero essere chiari e indiscussi. Primo: il servizio della
mensa scolastica è un servizio pubblico, erogato per lo più dietro pagamento di
un prezzo a carico delle famiglie. Prezzo che può e forse deve essere anche
differenziato, e dovrebbe essere stabilito avendo riguardo alle condizioni
economiche delle famiglie oltre che alle esigenze di equilibrio del bilancio.
Secondo: le famiglie che accedono al servizio sono debitrici delle quote dovute
nei confronti dell'amministrazione. E dunque, se non pagano, quest'ultima ha il
potere e il dovere di agire perché la morosità ingiustificata cessi. Terzo: le questioni
e le controversie economiche fra amministrazione e genitori degli scolari
dovrebbero essere sempre trattate in modo da non pregiudicare i diritti degli
scolari stessi e da non metterli a disagio.
Ciò posto, le amministrazioni in questione non vanno criticate ma anzi lodate
per avere cercato di recuperare situazioni di morosità che, a quanto pare,
duravano da tempo e investivano un certo numero di famiglie. Non è giusto
lasciare che utenti di servizi pubblici si sottraggano alle loro responsabilità
e ai loro debiti, usufruendo di una tolleranza indiscriminata che si trasforma
in un ingiusto privilegio e in definitiva in un onere per l'intera
collettività. Anzi, un'azione rigorosa per correggere situazioni
d'irresponsabilità e d'indebita tolleranza dovrebbe essere, in generale, più
diffusa nelle pubbliche amministrazioni (viene in mente il fenomeno degli
inquilini morosi di alloggi pubblici). L'idea che un debito verso un ente
pubblico non sia un debito "vero" e possa essere lasciato insoluto
senza conseguenze pratiche è un'idea magari diffusa, ma da combattere: fa parte
della percezione secondo cui un bene pubblico è un bene di nessuno, non un bene
di tutti.
Naturalmente, però, trattandosi di servizi pubblici di cui tutti hanno diritto
di godere (e nel caso della mensa scolastica per di più legati al diritto
fondamentale all'istruzione), le amministrazioni dovrebbero farsi carico delle
situazioni di bisogno sottostanti alla morosità, anche in relazione a eventuali
difficoltà contingenti (disoccupazione, stasi nel lavoro o simili), attivando i
vari strumenti d'intervento sociale di cui dispongono (esenzioni, sussidi a
integrazione del reddito, o altro): dovrebbero accertare le situazioni concrete
e adattare ad esse la risposta, anche di propria iniziativa (senza aspettare
che qualcuno "bussi alla porta"). Senza per questo tollerare che, a
discrezione dei singoli utenti, il dovuto sia pagato o meno.
Ove ci si trovi di fronte a un inadempimento sistematico e non giustificato, e
una volta accertato che questo non è dovuto a stati di bisogno che richiedano
l'intervento del comune, l'amministrazione non solo può, ma deve adottare le
misure di recupero delle somme dovute, attraverso gli strumenti amministrativi
e giudiziari previsti dall'ordinamento, compreso l'invio dell'ufficiale
giudiziario a casa dei debitori. Il comune non ha però diritto di far pesare
sui bambini le conseguenze delle controversie, mettendoli in situazioni di
discriminazione e di umiliazione, quali che siano le colpe dei genitori. C'è modo
e modo anche per esercitare legittimi diritti e poteri.
Dunque, può non essere facile, ma è sempre possibile e doveroso far convivere
il rigore nell'affermazione delle esigenze di legalità nei confronti degli
utenti con l'esigenza preminente di rispetto dei diritti fondamentali delle
persone, in particolare dei minori, nonché col dovere d'intervenire nelle
situazioni di bisogno. Agli amministratori in questione va rimproverato non di
avere agito, ma di avere scelto (è il caso di Montecchio) una strada sbagliata:
e semmai, se fosse il caso, di non avere accertato eventuali situazioni di
bisogno reale e di non avere attivato in proposito i necessari interventi di
supporto. Un comune responsabile di un servizio pubblico a favore dei minori
non può comportarsi come un negoziante che, se non vede i soldi sul banco, non
serve il cliente.
www.ilsole24ore.com 10 aprile 2010

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