La guerra "giusta" di Obama ormai perduta
La posta rimasta in gioco è una sola: a chi attribuire la responsabilità della sconfitta? I file di WikiLeaks dimostrano la frustrazione di chi sta al fronte senza coperture
La guerra in Afghanistan è persa da tempo. Eppure continua. Non perché sia
possibile vincerla, ma perché chi l'ha persa non trova il coraggio di
ammetterlo.
E di assumersene la responsabilità. Sicché sul fronte afgano-pachistano si
uccide e si muore come mai in questi nove anni di un conflitto apparentemente
interminabile.
Ieri è toccato a due
nostri soldati 1, impegnati in una missione che il nostro
governo non trova il coraggio di chiamare con il proprio nome: guerra. Peggio,
una guerra di cui non sappiamo chiarire l'obiettivo, se non slittando in una
retorica che suona ormai peggio che falsa, offensiva per i nostri caduti e per
la nostra democrazia.
Se vogliamo dare un senso al sacrificio dei nostri militari dobbiamo capire
perché oggi stiamo molto peggio che all'inizio di questa campagna. E stabilire
come uscire da un meccanismo infernale che non siamo in grado di controllare.
Noi italiani in Afghanistan ci stiamo per l'America. Ma l'America non è più
sicura delle ragioni per cui pensava di doverci stare. Se prima potevamo fare
l'economia di un nostro punto di vista, oggi non più. I nostri alleati l'hanno
capito e stanno definendo una posizione propria, visto che quella americana è
piuttosto nebulosa. Lo hanno fatto prima canadesi e olandesi, poi tedeschi e
financo inglesi, tutti alla ricerca di una via e di una data di uscita dalla trappola afgana. Quanto a noi, restiamo a rimorchio di un
convoglio impazzito, con diversi vagoni già deragliati.
Perché la novità degli ultimi mesi è che i militari americani cominciano a non
poterne più, a non credere nella propaganda che d'ufficio sono costretti a
disseminare. I leader politici lo sanno bene, ma si dividono su come affrontare
l'emergenza di un conflitto invincibile. Oltre alla guerra calda, contro gli
insorti, è in corso una guerra fredda fra capi militari e politici. Sul terreno
questo si traduce nel caos operativo, fatto di ordini e contrordini, di scelte
proclamate e subito rivedute, di rivalità personali e di corpo.
Prima il caso McChrystal, poi, in stretta sequenza, i 91.731 documenti più o
meno segreti trapelati attraverso le larghe maglie dell'intelligence Usa,
rivelano la frustrazione di chi sta al fronte senza sentirsi le spalle coperte.
Anzi, teme di finire vittima delle faide di Washington. E dunque vorrebbe
andarsene al più presto. Questo clima può contribuire a spiegare una tale fuga
di notizie riservate: un modo scelto da alcuni militari per alimentare lo
scetticismo dell'elettore americano, per sbattere in faccia ai decisori i fatti
e non le pietose bugie che amano ripetere, ad esempio riguardo
all'"alleato" pachistano.
Difficile bere la favola della talpa ventiduenne incistata in una base a nord
di Bagdad, che avrebbe trasmesso quella miniera di informazioni classificate
all'attivista australiano Julian Assange, sulfureo capo di WikiLeaks. Le
dimissioni dell'ex comandante del fronte afgano scelto da Obama e le
rivelazioni del sito pirata sono le punte emerse della furibonda battaglia
intestina che sta scuotendo l'intera Amministrazione, nei suoi centri nervosi
militari e politici.
I rapporti pubblicati da WikiLeaks non cambiano il quadro afgano-pachistano già
noto al pubblico più accorto, ne accentuano solo le tinte fosche. Ma hanno un
notevole impatto politico-mediatico. Perché illustrando con inediti dettagli il
fallimento afgano, demoliscono il teatrino che Obama stava allestendo per
fingere di vincere la guerra persa. Il "cambio di strategia"
partorito a fine 2009 dopo mesi di scontri fra le diverse branche dell'amministrazione
e fra i troppi Napoleoni che si affrontano negli alti comandi delle Forze
armate Usa, aveva infatti un solo obiettivo: "oscurare" l'Afghanistan
prima dell'inizio della campagna presidenziale del 2012.
Il cuore della famosa controinsurrezione - la bibbia strategica di Petraeus e
McChrystal - consiste infatti nell'imporre la propria "narrativa",
ossia la propria propaganda, come vera. Una paradossale controinformazione
ufficiale. Obiettivo: trasformare qualche successo tattico in Vittoria, fingere
di aver allestito uno Stato non indecente a Kabul, e ritirare il grosso delle
truppe prima del voto. Non molto diversamente da quanto Bush aveva immaginato
di fare appena presa Bagdad.
L'ironia della storia vuole che oggi Bush possa apparire come colui che ha
raddrizzato in extremis la disastrosa guerra mesopotamica - la "guerra
sbagliata" secondo Obama - mentre l'attuale inquilino della Casa Bianca è
additato come responsabile di un disastro maturato sotto il suo predecessore,
come martellano le rivelazioni di WikiLeaks. Percezione accentuata dal fatto
che Obama ha subito fatto sua la "giusta" guerra afgana, quando già
appariva perduta, mentre criticava la campagna irachena, anche quando a Baghdad
l'orizzonte pareva schiarirsi (o meglio, la controinformazione ufficiale ne
offriva con successo, e con qualche fondamento, una fotografia rassicurante).
Obama sperava di potersene andare avendo salvato la faccia con qualche successo
modesto ma ben rivenduto. Come ad esempio la troppe volte annunciata e poi
rinunciata presa di Kandahar, eretta a Berlino talibana. Il guaio è che il
trucco non funziona. Il teatrino non è credibile. La ribellione di McChrystal e
le rivelazioni affidate a WikiLeaks dimostrano che la posta in gioco non è più
la sconfitta o la vittoria, ma la responsabilità della sconfitta. Il cerino è
acceso e sta girando di mano in mano, tra Casa Bianca, Pentagono, Dipartimento
di Stato e dintorni.
Su questo sfondo, suona sempre più patetica la tesi per cui la nostra presenza
in Afghanistan serva a impedire che vi si installino i terroristi. Come
confermano in abbondanza i documenti dell'intelligence Usa, non solo la
campagna ha rafforzato i Taliban, ma ha contribuito a destabilizzare il
Pakistan. Più che nelle caverne o nelle gole afgane, è nel vespaio pachistano
che bisognerà scavare, se davvero intendiamo limitare il rischio, mai
sradicabile, di un nuovo 11 settembre. Rischio aumentato, non diminuito, dalla
guerra in corso.
Un giorno, temiamo non vicino, ce ne andremo. Non perché avremo compiuto la
missione (quale?). Per esaurimento. Con questa inerzia, dall'Afghanistan non ci
ritireremo: lo evacueremo.
http://www.repubblica.it (29 luglio 2010)

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