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La grande fuga

Tra gli effetti del viaggiar senza scopo da parte di masse di persone agitate e insoddisfatte c’è anche l’unificazione dei consumi, delle visioni, degli egoismi


 

L’estate è tempo di vacanze e da tempo le vacanze non sono più caratterizzate dallo star fermi altrove che in casa propria. D’estate ci si muove, si corre di qua e di là soprattutto i giovani, ma non solo loro, spinti da occasioni, curiosità, pubbliche proposte feste sagre mostre convegni rassegne. Le autostrade, la motorizzazione selvaggia, i treni veloci (e carissimi) sono d’incitamento, il vecchio autostop non è più praticato, e star fermi più di una settimana sembra essere diventato un’eccezione, nella vita di una buona parte dei nostri connazionali.
Lo chiamano turismo, e la parola viene da tour, giro. Giro a vuoto, si direbbe, senza un reale punto d’arrivo, senza uno scopo definito e in qualche modo necessario. Si contrappongono due modelli, quello ormai antico della vacanza, diciamo, a Rimini o Riccione, amatissimo dalle famiglie degli operai Fiat di un tempo (se chiedevi a uno di loro, “dopo tutto il chiasso della fabbrica, non ti viene voglia di silenzio?” non ti capivano, quel che volevano erano suoni diversi, la musica d’accompagnamento di un dolce far niente, le famigliole servite da veloci cameriere occasionali, le donne liberate dagli obblighi di gestione del loro appartamentino urbano, la libertà dall’orario, e notti lunghe e chiassose seguite da un sonno “a gogò” (si diceva “a gogò” di un sacco di cose, sesso compreso) e quello della corsa dove che sia, altrove e dovunque, in un pianeta che si è fatto piccolissimo, dove aerei (superinquinanti) ci permettono di fare il giro del mondo in 80 ore e non in 80 giorni.


Oggi il turismo di massa, che ha come prima spinta la noia di una condizione di fissità vissuta come condanna, è diventato, secondo certi studiosi, una delle cause del degrado fisico e “culturale del pianeta”, e tra gli effetti del viaggiar senza scopo da parte di masse di persone agitate e insoddisfatte c’è anche l’unificazione dei consumi, delle visioni, degli egoismi. Nella scarsa o nulla curiosità, nello scarso o nullo rispetto per le culture altrui, nell’abbondanza di souvenir fabbricati tutti a Hong Kong e dintorni, restano di diverso, per non molto e non ovunque, i cibi, e i monumenti davanti ai quali farsi fotografare. Guardate Roma, intasata di branchi di turisti (la seconda piaga del traffico è quella delle auto blu, la terza quella dei motorini), perlopiù molto vecchi o molto giovani, e convinti, secondo una loro idea non sbagliata dell’Italia, di esser liberi di fare quel che a casa loro si vietano di fare… Quando molti anni fa si discuteva dei modi di affrontare il turismo che stava dilagando in regioni sino allora preservate, si osò proporre di distinguere nettamente tra i due modelli dello chez vous (sentitevi e comportatevi come a casa vostra) e dello chez nous(siete nostri ospiti, rispettate dunque le nostre tradizioni e il nostro ambiente) ma sapendo già che la seconda proposta avrebbe perso, se non per qualche minoranza privilegiata a caccia di “autentico” e “genuino”. E indietro non si torna, e nessuno ha voglia di stabilir limiti se non economici. L’isteria del mondo contemporaneo esige la fuga di tutti da tutto, senza fine e senza scopo? Davvero il solo scopo latente è, come ci annunciava certa fantascienza, la fine?


Vengono in mente questi e altri pensieri vedendo il bel documentario di lungo metraggio del belga Gilles Coton Qui finiva l’Italia (Playtime, cercate come vederlo su internet) che ripercorre il viaggio dal confine di Ventimiglia lungo le coste della nostra lunga penisola fino al confine di Trieste, compiuto dal “turista” Pasolini in millecento, nel 1959, per conto di una rivista. Si chiamava La lunga strada di sabbia e le sue puntate le ha ripubblicate la Contrasto, che è agenzia fotografica ma anche casa editrice. Lì il testo era accompagnato dalle foto di Philippe Séclier sui luoghi dove un tempo Pasolini s’era fermato. Qui il “viaggio” cinematografico alterna incontri e interviste tutte di oggi, dalla famiglia di Carlo Giuliani a tante persone comuni (anche immigrati) che dicono le troppe rassegnazioni e le troppo scarse speranze di questi nostri anni. Lo sguardo non è sempre acuto, ma giù da Liguria a Sicilia e su da Calabria a Venezia Giulia, l’Italia di costa che vediamo è nettamente diversa da quella di 50 anni fa ma è ancora sorprendentemente non “omologata”, per esempio tra Nord e Sud, al contrario di quanto Pasolini prevedeva. Ed è forse da queste diversità che sarebbe ancora possibile ripensare la nostra nazione, edificare qualcosa, smettere di farla distruggere, di distruggerla e di distruggerci.

 

http://www.unita.it  08 agosto 2010

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