La grande disillusione
Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione, unita a non meno urgenti operazioni verità sulla democrazia minacciata
A prima vista, si direbbe che due siano ormai le visioni
della crisi divampata nel 2007, e dei modi di sormontarla in Italia. Da una
parte c’è il film proiettato dal presidente del Consiglio per anni: la crisi è
un fulmine, che non turba il cielo sereno sopra le nostre teste. La chiamano
crisi, ma non è tale. Sono i giornali, le istituzioni internazionali, ad
angosciarci con le loro aritmetiche cupe. Dovrebbero tacere, lasciar fare i
governi. Ben diversa la visione di Tremonti, che usa metafore tutt’altro che
confortanti: «La situazione non è bella. Siamo alpinisti aggrappati a una
parete verticale, non possiamo traccheggiare». Tremonti vede il disastro ma
anch’egli proietta un suo film, quando paragona il marasma a un videogioco.
Sullo schermo irrompe un mostro, dal nulla: o lo uccidi o perisci. Non c’è
sguardo lungo. Abbatti l’orco, e passi al successivo. Non c’è tempo per
traccheggiare ma neppure, molto, per pensare. Inoltre il videogame puoi
spegnerlo.
Così muore il reality show che Berlusconi manda in onda sin da principio: un
mondo finto, chiuso. Una sorta di quartiere sigillato, inaccessibile alle
ambasce delle metropoli, simile a Milano-2 costruita negli Anni 70.
In America i quartieri sono chiamati gated community, comunità corazzate da
grossi cancelli, che proteggono da incursioni esterne e spesso sono dotate di
circuiti televisivi stile Mediaset o Tg1, dispensatori di distrazioni. Il reality
non dice il reale; lo fa. La negazione della crisi, fino all’allarme di
Tremonti, è stata un ingrediente base del film berlusconiano. Anche la
negazione dei mostri nascosti (mafia, suoi patti con l’anti-Stato) è
ingrediente di rilievo.
Per questo non è appropriato parlare, a proposito della manovra, di sacrifici.
Quello che urge da noi non sono sacrifici, ma un’autentica disintossicazione,
unita a non meno urgenti operazioni verità sulla democrazia minacciata. Si
tratta di uscire dallo show, di entrare nella realtà, di vederla. Si tratta di
rompere con gli usi e costumi vigenti dietro le comunità transennate: il vivere
alla giornata, il non guardare lontano, il non voler sapere la verità sullo
Stato e su se stessi. Il compito affidatoci è una gigantesca disillusione, più
che una rinuncia ai beni che avevamo. Il disilluso possedeva vizi, oltre che
beni: volontariamente scelse d’illudersi. Anche Manovra è parola sciapa, che
implica un guidatore e masse di guidati. Meglio parlare di un comune, benefico risvegliarsi.
In fondo l’esperienza è simile a quella traversata dal cattolicesimo, dopo lo
scandalo della pedofilia. Il clero ha coperto reati atroci, e ora s’accinge a
punirli. Ma il compito del risanamento spetta all’intera Chiesa, e la Chiesa non si riduce alla
gerarchia: per definizione, è il popolo riunito dei fedeli. Lo spiega
magistralmente, sul sito del Regno, il vicedirettore della rivista Gianfranco
Brunelli. Perché l’istituzione riacquisti credibilità, deve pensarsi come parte
del popolo di Dio, incorporare le vittime, parlare con loro più che a loro: non
c’è esclusivamente il clero, da curare. Guarire significa concepire la Chiesa «non solo come
istituzione ma come popolo di Dio»: giacché «Dio è delle vittime. Dio è nelle
vittime. Là egli si è fatto sentire. Là la Chiesa lo può vedere in maniera privilegiata,
poiché là sempre egli manifesta il suo Spirito (Matteo 25)».
Da secoli la Chiesa
ispira regni e repubbliche, e oggi come ieri la teologia aiuta a capire,
soprattutto in democrazia, il farsi della politica. Lo squasso economico mette
quest’ultima a dura prova, e il rimedio anche qui non consiste nel salvare
gerarchie e caste ma l’intero popolo della politica: composto di governati e
governanti, fondato su sofisticati equilibri fra vari poteri che si bilanciano.
L’Italia economicamente sta meglio della Grecia (grazie al governo Prodi,
essenzialmente), ma in molte cose i Paesi si somigliano. Atene è precipitata
perché una classe di governanti, per anni, proiettò chimere: visse senza
guardar lontano, fino a truccare - in casa, in Europa - le cifre del proprio
bilancio. Lo fece per immunizzare caste, politici. Non pensò (qui è la
somiglianza) che in custodia aveva tutto il popolo della politica, e in primis
i poveri, le vittime, i contribuenti che pagano per gli evasori, i meno
organizzati e garantiti. Epifani che annuncia scioperi anti-manovra ha
comportamenti immodesti e suicidi: cos’ha dato il sindacato agli italiani,
quando bocciò la vendita di Alitalia a Air France, se non più licenziati e fardelli
più grevi sulle spalle dei contribuenti?
Degli aspetti tecnici della manovra si sa poco, ma ci sono elementi che fanno
impressione: alcune misure sono spudoratamente copiate dal governo Prodi,
abbattuto due anni fa. Restano memorabili gli insulti a Visco, stratega
agguerrito dell’anti-evasione: fu dipinto come vampiro, nei videogame
dell’attuale maggioranza. Ora le sue misure (tracciabilità dei redditi) sono
riesumate, e Tremonti non può dar torto a quel che Visco scrive sul sito della
Voce: «Se si ritiene che la riduzione dell’evasione sia utile, andrebbero
reintrodotte integralmente le misure varate dal governo Prodi e subito abrogate
dal governo Berlusconi».
Ma le similitudini tra Grecia e Italia sono innanzitutto politiche. In ambedue
i casi, il rigore riesce a due condizioni: se la tecnica è buona, e se la
democrazia ha le virtù raccomandate dall’Ocse alla finanza: correttezza,
integrità, trasparenza. Per imporre rigore, infatti, i governi devono avere la
legittimità etica di chi non tratta il «popolo della politica» come mezzo, ma
come fine.
Sulla prima condizione si può sospendere il giudizio. Ma la seconda condizione
di sicuro in Italia manca. Questo è un governo che ha passato più tempo a
proteggere premier e politici dai processi, che a far politica per gli
italiani. Questo è un governo cui l’ex presidente Ciampi chiede solennemente la
verità sui pericoli corsi dalla democrazia nelle stragi inaugurate dall’eccidio
di Falcone e Borsellino (Repubblica, 29 maggio). Questi sono giorni in cui il
partito fondato da Berlusconi è sospettato di un patto con la mafia, che dopo
Tangentopoli avrebbe convogliato su Forza Italia i voti di vaste aree del Sud
in cambio di favori e promesse.
La crisi, come a Atene, disvela i trucchi ottimisti del film berlusconiano ma
anche i suoi scantinati tenebrosi. L’evento fondamentale dei giorni scorsi è
stato il discorso di Piero Grasso, mercoledì a Firenze nella commemorazione
della strage dei Georgofili. Il procuratore nazionale antimafia non cita
Berlusconi e Dell’Utri - non ha le prove - ma dice cose gravi: «Cosa nostra
ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione», e le stragi
del ’92-93 volevano causare disordine per dare «la possibilità a un’entità
esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera
situazione economica, politica, sociale che veniva dalle macerie di
Tangentopoli. Certamente Cosa Nostra, attraverso questo programma di azioni
criminali, che hanno cercato d’incidere gravemente e in profondità sull’ordine
pubblico, ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero
poi esaudire le sue richieste». Grasso in genere è uomo prudente. Nel ’98, con
altri magistrati, archiviò l’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri ritenuti
mandanti occulti del terrore mafioso.
Il procuratore disse queste verità già allora. Per motivi non chiari, il
verbale rimase però nascosto. Lo dissotterrano Lo Bianco e Sandra Rizza, in un
libro che uscirà il 10 giugno per Chiarelettere («L’agenda nera»). Se Grasso
torna a parlarne oggi è perché ha deciso di abbandonare le autocensure. In
parte perché nuovi pentiti testimoniano. In parte perché, grazie alla crisi, il
Truman Show berlusconiano si sfalda. Può darsi che la bolla sopravviva un po’,
come nel film di Peter Weir. Ma il «popolo della politica» difficilmente si
farà persuadere ancora da miraggi e occultamenti dell’incantatore di Palazzo
Grazioli. Questo non è tempo di mostri che irrompono nel videogame. Ci sono
mostri da stanare, non visibili perché non programmati per esserlo. È vero: «La
situazione non è bella». Che diventi, almeno, vera.
http://www.lastampa.it 30/5/2010

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