La giustizia. Così Amartya sen ci insegna a pensare una società più equa
È fondamentale considerare le possibilità effettive degli individui. La ricchezza non dice nulla sul benessere di un paese
Amartya Sen si è seccato, anzi infuriato, quando un
cronista del Guardian, pensando di fargli un complimento, lo ha definito
"Madre Teresa dell´economia". Il paragone non calza, ha protestato
con ragione. Anzitutto perché lui lo giudica, con spirito cavalleresco,
irrispettoso nei confronti di Madre Teresa di Calcutta; e poi perché le
attività di un economista, per quanto impegnative, non hanno nulla in comune
con quelle di una religiosa che si sacrificava per il mondo dei poveri. Inoltre
lui, ha aggiunto, ama i buoni vini e la buona tavola, insomma desidera campare
nel migliore dei modi. Non nella sofferenza.
È vero, il cronista inglese ha scritto uno sproposito. Ma è altrettanto vero
che dalle opere del professor Sen, senz´altro uno dei pensatori del nostro tempo,
affiora, a volte esplode, un´umanità insolita, un´attenzione piuttosto rara per
le calamità che affliggono gli abitanti della Terra, dalle carestie alla
povertà, ed anche per il raggiungimento del benessere, non dall´esclusivo punto
di vista economico. Di solito la gente della sua casta si esprime, nel migliore
dei casi, con arida erudizione. Ma Amartya Sen non vuole che nei suoi scritti
si prenda per caritatevole quel che è razionale. Una razionalità espressa con
eleganza e, a tratti, non senza ironia. Il professor Sen è un umanista,
qualifica che non si addice a tutti i cultori di scienze economiche. Sono ormai
anni che le sue idee di economista-filosofo riscaldano i numeri della glaciale
aritmetica attraverso i quali interpretiamo il mondo in cui viviamo.
Quando infuriava la tesi dello scontro di civiltà, tutt´altro che defunta, Sen
disse che l´idea secondo la quale le persone possono essere classificate
soltanto sulla base della religione o della cultura è una pericolosa fonte di
conflitto potenziale. La convinzione implicita di una classificazione unica può
incendiare il mondo intero. Questo, secondo Sen, non contrasta soltanto con il
fatto che noi esseri umani siamo tutti più o meno uguali, ma anche con l´idea,
molto più fondata, che siamo diversamente differenti. Se si considera l´umanità
soltanto un insieme di religioni, o di civiltà o di culture, si ignorano le
altre identità, legate alla classe sociale, al genere, alla professione, alla
lingua, alla scienza, alla morale, alla politica, alle abitudini alimentari,
agli interessi sportivi, ai gusti musicali, e ad altre cose ancora.
È stata un´impresa audace, per un economista, ridisegnare la figura dell´homo
economicus, vale a dire il concetto utilizzato nella scuola neoclassica della
teoria economica per modellare il comportamento umano. Insieme al pakistano
Mahbub ul Haq, Amartya Sen ha creato per le Nazioni Unite un nuovo indicatore
di sviluppo umano (Idh), basato sul principio che la ricchezza misurata
soltanto sul prodotto interno lordo non rappresenta un punto di riferimento
soddisfacente. È molto limitato. È un disastro. Gli indici della produzione o
del commercio non dicono granché sulla libertà e sul benessere, che dipendono
dall´organizzazione della società. Né l´economia di mercato né il funzionamento
di una società sono processi che si regolano da soli. Hanno bisogno
dell´intervento razionale dell´essere umano. La democrazia è fatta per questo:
per discutere del mondo che vogliamo. Nel loro Idh, Amartya Sen e Mahbub ul Haq
tengono conto di tanti dati, oltre a quelli economici: ad esempio della
speranza di vita alla nascita, del tasso di alfabetismo degli adulti,
dell´accesso all´educazione e all´assistenza sanitaria. E tra i criteri di
misurazione è compresa la situazione della donna, la cui emancipazione è un
elemento centrale per lo sviluppo di una società.
Nell´ultima opera (L´Idea di Giustizia, in uscita da Mondadori) si ritrova
raccolto il pensiero disperso nei tanti altri scritti di Amartya Sen. Non a
caso è dedicata a John Rawls, l´amico americano morto nel novembre 2002. John
Rawls ha raggiunto una fama mondiale quando sull´onda delle agitazioni sociali
degli anni Sessanta tentò una sintesi tra libertà e uguaglianza, esprimendo il
concetto secondo il quale la democrazia liberale può essere giusta, può
raggiungere la giustizia sociale. «La giustizia – diceva Rawls – è la prima
virtù delle istituzioni sociali come la verità è quella dei sistemi del
pensiero».
Amartya Sen rende omaggio a Rawls, riconosce, sottolinea che il suo pensiero è
stato tra i più influenti del Ventesimo secolo, ma lo critica, contestando in
larga parte Teoria della Giustizia, il libro di Rawls, apparso nel 1971. Il
quale ha influenzato, forse più di qualsiasi altro testo del nostro tempo, la
filosofia politica, l´etica, il diritto e le scienze sociali. Il pensiero
dominante oggi, influenzato da Rawls, identifica dei dispositivi istituzionali
giusti e ritenuti tali per qualsiasi società. Sen non è d´accordo. Invece di
precisare quel che è giusto di per sé, cerca dei criteri che consentano di
affermare se un´opzione è meno ingiusta di un´altra, stabilisce paragoni tra
società, e cerca di determinare se una riforma sociale particolare crea
giustizia o ingiustizia, nel contesto in cui viene applicata.
Insomma, per Amartya Sen, invece di concentrarsi sulla natura delle
istituzioni, l´analisi della giustizia deve tener conto delle condizioni di
vita delle persone.
La condizione di un individuo, in termini di opportunità, è giudicata inferiore
a quella di un altro se egli ha meno possibilità reali ("capability"
parola chiave nel pensiero di Sen) di realizzare quello cui attribuisce valore,
e meno libertà di usare i propri beni per scegliere un modo di vita.
Immaginiamo tre bambini e un flauto. Anna sostiene che il flauto le deve essere
dato essendo lei la sola in grado di suonarlo. Bob basa la sua richiesta sul
fatto che è povero e non ha altri giocattoli. Carla sul fatto che ha speso mesi
per fabbricarlo. Come far giustizia di fronte a queste tre rivendicazioni? I
partigiani delle teorie oggi dominanti (utilitarismo, egualitarismo, scuola
libertaria) peroreranno ognuno per una soluzione diversa, riferendosi al valore
che danno alla ricerca del libero, naturale sviluppo umano, all´eliminazione
della povertà o al diritto di usufruire del prodotto del proprio lavoro. Ma
Amartya Sen fa notare che non c´è istituzione, né procedura capace di aiutarci
a risolvere la controversia in un modo universalmente accettato come giusto.
Per questo Sen si discosta dalle teorie sulla giustizia che tendono a definire
le regole e i principi di istituzioni giuste in un mondo ideale.
(Egli gira, consapevole, le spalle alla tradizione di Hobbes, Rousseau, Locke e
Kant, ripresa dall´amico John Rawls. E si iscrive, come precisa, in un´altra
tradizione: quella di Adam Smith, Condorcet, Jeremy Bentham, Mary
Wollstonecraft, Marx, o John Stuart Mill).
Il Premio Nobel fu attribuito ad Amartya Sen (nel 1998) per avere introdotto la
dimensione etica nella ricerca economica. La motivazione spinge a dare uno sguardo
all´esistenza del settantasettenne indiano nato nel Bengala, a Santiniketan,
nel campus universitario creato da Rabindranath Tagore. Là suo nonno insegnava
il sanscrito e la civiltà indiana, e da quel campus Amartya Sen, figlio di un
professore di chimica, è partito per un interminabile periplo che lo ha
condotto, prima come studente e poi come professore, a Calcutta, al Trinity
College di Cambridge, all´università di Delhi, alla London School of Economics,
a Oxford, a Harvard, al Mit, a Stanford, a Berkeley.
Ma non è soltanto durante queste tappe prestigiose che è nata la sua idea di
giustizia. Quando aveva dieci anni, nel 1943, il Bengala in cui viveva subì una
carestia che fece più di un milione di vittime. E poi ha assistito alle
violenze della partition tra l´India e il Pakistan. Ogni sei mesi il professor
Sen abbandona i campus universitari occidentali, perché sente il bisogno di
ritornare in India, terra che ha ispirato tante sue opere. Ed egli ha un legame
particolare con l´Italia. Sua moglie, l´economista Eva Colorni, morta nel 1985,
era figlia di Eugenio Colorni, il filosofo antifascista ucciso durante la
resistenza, ed era cresciuta nella famiglia di Altiero Spinelli.
http://www.repubblica.it 18 Maggio 2010

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