La forza degli sconfitti
La Germania e il futuro dell'Unione Europea.
Non molti mesi fa, quando Angela Merkel fu catturata da
calcoli politici talmente piccoli e brevi da perdere di vista l’interesse del
proprio stesso Paese al salvataggio europeo della Grecia, il filosofo Jürgen
Habermas scrisse un articolo importante sulla Zeit, il 20 maggio, in
cui la mise in guardia da una paura comune a tanti europei: «Il timore delle armi
di distruzione di massa che sono i tabloid popolari non vi fa vedere le armi
di distruzione di massa dei mercati finanziari».
È una paura introversa, nazionalista, che rischia soprattutto di vanificare
quello che per mezzo secolo è stato in Germania il principale punto di forza,
appreso secondo il filosofo grazie all’Olocausto: un’attitudine popolare
diffusa a mutare mentalità, ad assumersene le «fatiche infinite», a
riconoscere che esistono necessità che generano nuove libertà. La Repubblica Federale
nacque con queste qualità. Edificò con Parigi l’Europa, forte delle
istituzioni federali che perfezionò in patria e che facilitarono un pensiero
post-nazionale.
Si accinse all’immane impresa dell’unificazione, di cui oggi celebra il
decimo anniversario, e che ebbe costi altissimi: in 10 anni, più di 1.500
miliardi di euro. Come scrive Bernd Ulrich sulla Zeit del 30
settembre, l’unificazione smosse anche le sicumere della vecchia Repubblica
di Bonn, immettendo in essa «16 milioni di punti interrogativi».
Questo adattamento tedesco alla sovranità ridotta (a una «costellazione
postnazionale», dice Habermas) ha vissuto ripetute stasi, ma ora sta
rivenendo in superficie, potente. Spinto dagli eventi, e dalla consapevolezza
che Berlino con le sole proprie virtù non si salva né in Europa né nel mondo,
il governo tedesco ha scelto ancora una volta l’Europa: non solo ha
consentito al salvataggio della Grecia, ma con tenacia vuole adesso che
l’Unione si dia nuove regole per affrontare crisi future. Come scrive Beda Romano,
sono le stesse antiche virtù - costanza, tenacia, pazienza - che oggi
spiegano l’inattesa ripresa dell’economia tedesca, il realismo ineguagliato
dei sindacati, infine la scelta di «impegnarsi in prima fila per il futuro
dell’Europa» chiedendo norme più severe e federali per frenare i deficit
pubblici ( Il Sole - 24 Ore, 1-10-10).
Di qui l’appoggio tedesco alla riforma, proposta il 29 settembre
dall’esecutivo europeo, del Patto di stabilità: una riforma che toglie agli
Stati il potere di bloccare le sanzioni con una maggioranza di due terzi,
creando una disciplina automatica gestita dall’Unione, trasformata di fatto
in governo economico. Ancora una volta dunque la Germania è pronta a
mutare, e a dare un’impronta europea alla propria leadership economica:
purché tuttavia gli alleati colgano l’occasione, scorgendo in essa
un’occasione non tedesca ma di tutti. La storia dimostra che tale condizione
è essenziale, perché la paziente costanza tedesca non è affatto continuativa.
La preferenza per una costellazione postnazionale si è attenuata quando il
Paese, riunificandosi, ha riacquisito parte della sovranità. La sua scommessa
europea si è fatta più scettica, egoista: lo slancio di Adenauer e Brandt, di
Schmidt e Kohl, si è appannato.
Ma è un appannamento non dovuto solo al computo di tornaconti nazionali male
intesi: il computo di chi vede nell’Europa un «interesse esterno», estraneo a
quello interno. La regressione tedesca si manifesta ogni qual volta gli
alleati (Parigi in primis) si mostrano prigionieri della chimera della
sovranità, e si convincono che il suo limite sia un’opzione anziché un fatto.
Quando Kohl trattò con Mitterrand l’unità tedesca offrì la rinuncia al marco
in cambio di un’unione politica europea, e non l’ottenne. Non l’ottenne né da
Parigi né dagli Stati dell’Est, appena usciti dall’incubo della sovranità
limitata teorizzata da Brezhnev nel ’68. Seguirono anni in cui egemone
dell’Unione divenne Blair. Oggi non è più così, ma gli animi rimangono
riottosi: altre proposte di Berlino sono state respinte, durante la crisi
greca, a cominciare dal Fondo monetario europeo e dalla revisione dei
trattati.
Resta che la crisi ha messo fine allo stallo europeo, nonostante i cavalieri
inesistenti delle sovranità nazionali e le loro armi distruttive. Gli stessi
veleni delle dispute tedesche sulla Grecia (i tabloid che invitavano a non
pagare per i peccaminosi; la certezza che l’autarchica disciplina fosse un
bastevole scudo) hanno prodotto, omeopaticamente, quello di cui l’Europa ha
più bisogno: una grande contesa sulla natura dell’Unione.
D’un tratto negli Stati, e specialmente in Germania, si è iniziato a parlare
delle condotte degli alleati come di condotte di concittadini di un’unica
pòlis. Nello stesso momento in cui si riconosceva che malato non era l’euro
ma i singoli deficit pubblici, economie e bilanci cominciavano a esser
dibattuti come affare interno europeo.
La necessità della globalizzazione apriva nuovi spazi di libertà, inventiva.
Sulla Frankfurter Allgemeine, Klaus-Dieter Frankenberger scrisse, il
26 agosto: «La crisi dell’euro, che è in realtà crisi dei debiti pubblici,
può infine riesumare quel che restò incompiuto o fallì alla nascita
dell’euro: l’unione politica». Secondo il grande storico Heinrich August
Winkler, il neo-nazionalismo tedesco può grazie a tale crisi esser superato:
«Nel giro d’una notte, essa risvegliò negli europei la coscienza che nel
frattempo era nata qualcosa come una politica interna europea». Quando l’età
pensionabile, i salari degli statali, le linee sindacali, la disciplina di
bilancio, il debito pubblico d’un singolo diventano oggetti di disputa in
altri Stati dell’Unione, quel che si crea è, anche se all’inizio distorto,
spazio pubblico europeo: «Al progetto Europa, la crisi offre l’occasione
insperata: esso deve esser di nuovo legittimato; non può più essere un
progetto di élite» ( Frankfurter Allgemeine, 13-8-10).
La Germania
ha un vantaggio rispetto a altri europei. Ha una storia maledetta: non
mascherabile, falsificabile, come nella Francia postbellica di De Gaulle,
nell’Italia delle amnesie, nella Grecia succube per decenni del potere
militare Usa. La sconfitta le ha insegnato a vedere le sciagure delle
sovranità nazionali totali. Anche la sconfitta dello Stato comunista l’ha
aiutata, perché i tedeschi dell’Est sono entrati nell’Ovest tedesco
iniettandovi una predisposizione ai mutamenti mentali, ai sacrifici dello
status quo, che i connazionali ricchi stavano smarrendo.
Naturalmente, la tentazione di regredire esiste: nello stesso momento in cui
apre all’Europa, ad esempio, Berlino torna a chiedere per se stessa (e non
per l’Unione) un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo
stesso Joschka Fischer fu incostante, come ministro degli Esteri: nel famoso
discorso all’Università Humboldt, il 12 maggio 2000 a Berlino, propose
una Costituzione europea prima dell’allargamento. Poi fece marcia indietro,
sulla scia dell’11 settembre, preferendo a istituzioni più forti un
allargamento alla Turchia che desse all’Unione dimensioni geografiche più grandi.
I criteri di Copenhagen, che impongono ai Paesi candidati non solo disciplina
economica ma sovranità delegate e un riconoscimento della superiore autorità
dell’Unione - ricorda Winkler - si persero per strada. È il motivo per cui
l’allargamento ha funzionato male, e rischia di degenerare se il
rafforzamento delle istituzioni non torna a esser prioritario.
Se a un certo punto scemano costanza e tenacia, è perché la crisi è una lama
a doppio taglio: può produrre presa di coscienza ma anche nuove illusioni, e
l’infausta passione dell’impazienza descritta da Hegel nella Fenomenologia
dello Spirito: «L’impazienza esige l’impossibile, cioè il raggiungimento del
fine ma senza i mezzi». Nell’Unione, l’impazienza ti fa credere che basta
invocare l’Europa, senza darle i mezzi per esistere.
La Stampa, 3 ottobre 2010

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