La follia secondo Einstein
E’ follia ripetere la stessa cosa aspettandosi risultati diversi
L’Italia vanta un’evasione fiscale stimata intorno ai 200 miliardi di euro, un
tasso di disoccupazione crescente (pari, su fonte CGIL, a circa il 12%), un
tasso di disoccupazione giovanile, che riguarda individui nella fascia d’età
compresa fra i 15 e i 24 anni, pari al 29% e soprattutto un tasso di crescita
che stenta ad assestarsi all’1%. In un contesto di crisi di entità e durata
superiore alla Grande Depressione degli anni trenta del Novecento, vi era
ragionevolmente da attendersi un indirizzo di politica economica finalizzata a
incentivare consumi e investimenti, anche mediante il ricorso a politiche
fiscali espansive. Nell’ultimo biennio, è prevalsa la linea esattamente opposta
e, con straordinaria accelerazione, su sollecitazione dell’Unione Europea,
l’obiettivo che il Governo si è dato, con la manovra fiscale recentemente
approvata, è giungere al pareggio di bilancio entro il 2014, riducendo la spesa
pubblica e soprattutto accrescendo l’imposizione fiscale.
I punti principali della manovra fiscale, approvata in tempi rapidissimi dal
Parlamento, sono i seguenti. Sono previsti tagli alle agevolazioni fiscali e
misure di contenimento della spesa per le spese sanitarie e di istruzione, i
redditi da lavoro dipendente, gli asili nido, il finanziamento delle imprese
non-profit, le ristrutturazioni edilizie. A ciò si aggiunge la rimodulazione
dell’IVA, che, in quanto imposta diretta, è per sua natura redistributiva,
configurando una manovra che, letta nel suo complesso, colpisce prevalentemente
le famiglie con redditi medio-bassi. Per contro, i parlamentari guadagneranno
12,000 euro in più all’anno rispetto alla precedente versione della manovra, e
i tagli ai compensi vengono rinviati alla prossima legislatura: potente
incentivo a tenere questo Parlamento in vita più a lungo possibile, come messo
in evidenza da Tito Boeri sulle colonne della voce.info.
Fermi restando i rilievi critici che molti economisti, non solo italiani, hanno
a più riprese messo in evidenza nei confronti della irrazionalità di politiche
di austerità in regime di crisi, è qui opportuno soffermarsi sull’efficacia di
questa manovra ai fini degli obiettivi che essa stessa si propone.
a) Le politiche di austerità sono principalmente finalizzate a scongiurare la
speculazione sui titoli del debito pubblico e il possibile conseguente default
del Paese oggetto di ‘attacchi speculativi’. L’evidenza empirica mostra che le
politiche fiscali restrittive semmai accrescono il rapporto debito pubblico/PIL:
dal 2007 al 2010 l’indebitamento del settore pubblico in Italia è aumentato di
3 punti percentuali a fronte di reiterate misure di contenimento della spesa.
L’evidenza empirica mostra anche che la contrazione della spesa pubblica e/o
l’aumento della pressione fiscale non agiscono da argine alla speculazione: ne
è prova il recente attacco speculativo sui titoli del debito pubblico italiano,
con un differenziale di rendimento, a nostro sfavore, rispetto ai titoli
tedeschi ai livelli storici alla metà di luglio. Sia chiaro che la speculazione
non è moralmente censurabile, che non è un fatto nuovo nella storia del
capitalismo, e che è semmai – in queste dimensioni - parte costitutiva della
‘nuova’ modalità di riproduzione capitalistica, generatasi in particolare a
seguito della crisi 2007-2008. E’ da intendersi come ‘nuova’ nel senso che,
rispetto alla stagione precedente la ‘globalizzazione’, soprattutto in
considerazione della maggiore facilità di acquisire profitti mediante scambio
di moneta contro moneta, l’incentivo ad investire si riduce e il paradigma
dominate diventa quello della finanziarizzazione, con progressiva
identificazione dei capitalisti con i rentier. La questione ora di
massima rilevanza si sintetizza così: se l’ennesima manovra di contenimento
della spesa pubblica e di aumento dell’imposizione fiscale non è riuscita a
fermare la speculazione, ciò dovrebbe instillare il ragionevole dubbio che,
delle due l’una, o i tagli sono insufficienti (così che occorrerebbe andare
verso l’avanzo di bilancio) o la speculazione è mossa (anche) da altre
variabili, che attengono alla cosiddetta economia reale (disavanzo dei conti
con l’estero, basso tasso di crescita). A ciò si può aggiungere che
l’esperienza storica mostra che alla speculazione è sempre seguita una politica
di privatizzazioni, che - questione di non poco conto - l’austerità comporta
necessariamente calo dell’occupazione, dei salari, della produzione, e che, per
quest’ultima ragione, eventuali ulteriori tagli sarebbero socialmente insostenibili
e politicamente non praticabili. L’esperienza recente mostra che la linea delle
manovre “lacrime e sangue” non è la strada da seguire. E ci si augura che non
la si persegua ulteriormente, dal momento che, come usava dire Einstein “è
follia ripetere la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.
b) La manovra fiscale incide negativamente sul tasso di crescita in quanto
accresce ulteriormente le disuguaglianze distributive. Le disuguaglianze
distributive sono normalmente quantificate con l’indice di Gini: valori elevati
di questo indice rilevano la massima disuguaglianza distributiva, valori bassi
rilevano la massima eguaglianza. Nel corso dell’ultimo decennio, l’Italia è
stato il Paese nel quale - rispetto alla media OCSE - l’indice di Gini è
cresciuto di più. Vi è ampia evidenza in merito al fatto che un assetto
distributivo equo garantisce maggiori aumenti del PIL, rispetto al caso
opposto. Ciò soprattutto a ragione della circostanza che i percettori di
redditi bassi hanno una più alta propensione al consumo rispetto alle famiglie
con più alto reddito, così che, all’aumentare delle loro retribuzioni,
aumentano, a seguire, i consumi, la domanda, l’occupazione. Sebbene non si
possa stabilire una correlazione certa, sta di fatto che al crescere delle disuguaglianze
distributive in Italia la crescita economica è significativamente rallentata.
Peraltro, un assetto distributivo equo riduce la conflittualità sociale,
associandosi a un aumento delle ore lavoro effettive e ad aumenti di
produttività. Non a caso, il Governo – nel varare misure di austerità – ha
contemporaneamente messo in cantiere, tramite il Ministro Sacconi, misure volte
a limitare l’esercizio del diritto di sciopero: nella visione della destra,
all’impoverimento di gran parte della popolazione sembra opportuno reagire
limitando ope legis gli spazi di protesta.
Va ribadito che il problema principale dell’economia italiana è la bassa
crescita. Se si decreta il definitivo fallimento delle politiche di austerità,
o quantomeno se si comincia a dubitare della loro efficacia, la spesa pubblica
può svolgere una funzione rilevante per l’aumento del PIL. Non soltanto per il
noto effetto keynesiano, per il quale la spesa pubblica in disavanzo accresce
la domanda aggregata, l’occupazione e la produzione, ma anche perché misure di
rafforzamento del welfare state possono contribuire alla crescita della
produttività. Ciò a ragione di due circostanze. In primo luogo, il
potenziamento delle ‘reti di protezione sociale’ rende i lavoratori più
produttivi, perché ne accresce i salari ‘indiretti’ (si pensi alla sanità e
all’istruzione). Non vi è dubbio – e l’esperienza cinese, su questo aspetto, docet
– che disporre di forza-lavoro sana e istruita è una pre-condizione
fondamentale per l’aumento della produttività. In secondo luogo, l’aumento
dell’occupazione incentiva le imprese a una modalità di competizione basata
sulle innovazioni, dal momento che la ‘minaccia’ di licenziamento diventa meno
credibile se il tasso di disoccupazione è basso, ed è conseguentemente più difficile
competere riducendo i salari. Anche per questa via, vi è da attendersi un
aumento della produttività e del tasso di crescita: obiettivo logicamente
prioritario rispetto alla disciplina fiscale.
MicroMega (21 luglio 2011)

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