La finanza spegne la democrazia
Sia al di qua che al di là dell'Atlantico, le esigenze delle élite finanziarie si scontrano con la volontà popolare, apertamente ignorata.
Nel prepararci ad affrontare il quarto anno di crisi
finanziaria globale, appare sempre più chiaro che il patto economico e politico
che sta alla base della nostra società postbellica è ormai in pieno
disfacimento. Non è più il caso di interrogarsi su quando le nostre società
torneranno alla normalità, perché ciò non avverrà. Né dovremmo chiederci quando
finirà la crisi, perché è destinata a prolungarsi forse per decenni. Ed è una
crisi che cambierà la vita della stragrande maggioranza della popolazione più
radicalmente di quanto non abbia fatto la fine della Guerra fredda o l'11
settembre.
Per due decenni e mezzo dopo la
Seconda guerra mondiale, l'Occidente ha conosciuto un periodo
di straordinaria espansione economica. Ma già dagli ultimi anni 60, questa
avanzata aveva cominciato a segnare il passo. Come ha di recente affermato
Wolfgang Streeck, amministratore delegato dell'Istituto Max Planck per gli
studi sociali, il rallentamento della crescita ha innescato, nel sistema
capitalistico, crisi a ripetizione. Prima fra tutte, l'inflazione. Dovendo
fronteggiare la recessione dei primi anni 70, i governi hanno preferito
stampare denaro per stimolare i consumi e tenere a bada la disoccupazione. Ma
entro la fine del decennio l'inflazione aveva strangolato i nuovi investimenti,
facendo aumentare la disoccupazione.
Nei primi anni 80, ancora una volta davanti allo spettro della recessione, i
governi hanno fatto ricorso alla spesa pubblica, gonfiando il deficit dello
Stato per rilanciare i consumi, Usa e Gran Bretagna in particolare hanno
ingaggiato un braccio di ferro con i sindacati nel tentativo di ostacolare le
loro richieste di aumenti salariali.
Però, già nei primi anni 90, debito pubblico e difficoltà di bilancio avevano
cominciato a innervosire i mercati finanziari. Nel tentativo di sostenere la
crescita e al contempo ridurre il deficit, sia Washington che Londra hanno
liberalizzato in maniera decisiva il settore finanziario. Lasciando carta
bianca ai finanzieri di inventarsi e immettere sul mercato un'infinità di nuovi
strumenti di gestione del debito privato, i governi hanno distolto lo sguardo
dagli Stati sovrani, preferendo chiedere prestiti da aziende e individui in
grado di finanziare i loro consumi (e speculazioni), finendo per indebitare le
future generazioni.
Ne sono venute fuori due bolle degli asset, la prima nel settore informatico e
la seconda nel mercato immobiliare americano, provocando il crollo di Lehman
Brothers nel 2008 e dando avvio all'attuale crisi. Pertanto, se consideriamo il
contesto storico, è lecito affermare che ciò che è in fase di sviluppo non può
definirsi semplicemente una contrazione particolarmente grave del ciclo
economico ordinario, destinata a esaurirsi. No, oggi assistiamo
all'accelerazione di una crisi endemica delle economie occidentali che va
aggravandosi da un quarantennio, man mano che si è tentato di ripetere i
successi economici, considerati «normali», di quello che era in realtà un
periodo storico anomalo, ovvero gli anni del dopoguerra. Inoltre, nel corso degli
ultimi due decenni, l'industria finanziaria, sgravata da ogni vincolo, si è
conquistata un potere politico talmente grande da bloccare qualsiasi riforma
delle sue operazioni, in particolare su scala globale, dove sono
indispensabili, imponendo la pratica della distribuzione verso l'alto dei
profitti raccolti.
Negli Usa, stagnazione economica e ripartizione sempre più oligarchica della
ricchezza hanno innescato proteste popolari su una scala che non si vedeva
dagli anni 60. Nel frattempo in Europa l'euro rischia di sparire e l'intero
progetto postbellico di integrazione potrebbe da un momento all'altro inserire
la marcia indietro, molto più in fretta di quanto si possa immaginare. I
governi tecnici insediati in Grecia e Italia sono probabilmente condannati al
fallimento perché le misure varate non sono legittimate dal suffragio popolare.
Negli Usa, l'egemonia del mercato si fa sentire attraverso i contributi
illimitati che il mondo finanziario e industriale può offrire alla campagna
elettorale, e tramite le pressioni esercitate sul Congresso si rivela capace di
aggirare e vanificare le scelte popolari a favore di una più equa
ridistribuzione della ricchezza.
Sia al di qua che al di là dell'Atlantico, le esigenze delle élite finanziarie
si scontrano con la volontà popolare, apertamente ignorata. Se dovessero
radicarsi, tali tendenze potrebbero sfociare in un assetto politico non più
riconoscibile come democrazia, dando vita a un sistema capitalistico, sì, ma
non democratico. È assai poco rincuorante constatare che l'attuale crisi non
rappresenta che un semplice ingranaggio nell'evoluzione storica complessiva del
capitalismo occidentale, che continua a ridistribuire la ricchezza verso
l'alto, a indebolire le istituzioni democratiche e a concentrare il potere
nelle mani di pochi individui. È questa forza trascinante che continuerà a
influenzare la nostra vita nei prossimi decenni, non le vicende altalenanti
delle odierne difficoltà economiche. E se per il momento non è possibile
imbrigliare questa forza, non ci resta che sforzarci di comprenderla con
maggior chiarezza.
(traduzione di Rita Baldassarre)
Il Corriere della Sera 6 dicembre 2011

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