La filosofia è un personal trainer
Non si può sperare di cambiare il mondo ma solo di migliorare se stessi
Quando Peter Sloterdijk scrive un libro, in Germania e in Francia, diventa un evento. Da noi non è ancora così noto. Eppure il filosofo di Karlsruhe, classe 1947, domina la scena tedesca come non succedeva da decenni. Già nel 1983, il suo esordio con la Critica della ragion cinica viene definito dal decano Jürgen Habermas come l´avvenimento più importante dopo il 1945. Perché mina i principi dell´Illuminismo e propone un maquillage del cinismo greco per uscire dallo stallo del moderno. Da quel momento diventa un riferimento: con le sue eccentriche, ma solidissime, ricerche colma il vuoto di tante asfittiche variazioni filosofiche. Affrontando, anche in modo provocatorio, la concretezza dei problemi attuali. Lo dimostra il suo ultimo libro, Devi cambiare la tua vita, in libreria per Raffaello Cortina. In Germania ha venduto 50.000 copie in soli due mesi. Un record per un libro di filosofia di quasi 600 pagine. Un libro nel quale, analizzando la condizione umana, Sloterdijk ci dice che siamo alla deriva. Ma possiamo salvarci con l´allenamento, praticare esercizi che ci migliorino. Dobbiamo cambiare vita.
Professore, cosa significa questo
imperativo?
«È quello che io chiamo imperativo assoluto. Una sorta di provocazione
insormontabile. Che si muove su una sconvolgente scoperta, fatta agli inizi
delle così dette civiltà avanzate: l´uomo è un essere stratificato. Del resto
l´idea è presente, ai giorni nostri, nell´opera di Freud. Quando descrive
l´anima la raffigura come una regione su tre piani: nel solaio, al primo piano,
abita il super-io; nel pianoterra c´è l´io; nello scantinato c´è l´es. Da
questa stratificazione si sviluppa quella che chiamo tensione verticale».
Lei raffigura questa tensione come una
scalata, un´ascensione verso il miglioramento di noi stessi. Ma quali sono i
mezzi per compiere questa scalata?
«La vita dell´essere umano non è soltanto una vita omogenea, pacificata e
felice. Sente una tensione verso l´alto, una competizione a essere migliore
rispetto ai suoi simili e a sé stesso. Un´idea espressa nei sistemi di
esercizio antichi. I primi a incarnare questo modello, nella tradizione
occidentale, sono stati gli atleti. Ma poco a poco si è generalizzato, è
diventato un´ambizione di vita che ha formato il nucleo della nostra concezione
filosofica della paideia, l´educazione. La paideia classica dei greci è una
sorta di democratizzazione delle pretese atletiche. Non a caso Platone ha
forgiato il termine philo-sofia sul modello della parola più antica
philo-timia, che designava la virtù degli atleti a lottare per l´amore della
gloria».
È una tradizione riscontrabile solo nei greci?
«No, affatto. La storia continua con il cristianesimo. I primi monaci orientali
si erano denominati atleti di Cristo. E vivevano nell´asketeria, cioè luogo di
allenamento: questo il primo nome di quello che più tardi avremmo chiamato
monastero. Perciò i primi cristiani si allenavano a imitare il Cristo, l´essere
umano che ha raggiunto la cima dell´autoperfezione divenendo il figlio di Dio,
sviluppando la facoltà di vincere la morte e realizzare così l´ascensione verso
il cielo. In questo senso la verticalità è l´idea più radicale della nostra
storia. Imitare il Cristo è partecipare a un gigantesco esercizio di
antigravitazione umana. I primi cristiani erano tutti discepoli dell´arte
dell´antigravitazione».
Eppure nelle sue pagine lei ipoteca la
religione. Addirittura sembra voler spogliare la teologia del suo carattere divino.
«Il mio proposito è far cadere il concetto di religione. È una conseguenza che
traggo dalla teoria generale dell´esercizio. È più giudizioso descriverla con
una terminologia legata all´allenamento. Quindi propongo una naturalizzazione
del concetto di religione per esprimere la sua verità in termini immunitari. La
religione è il primo sistema immunitario dei gruppi umani, un sistema
d´immaginazione che promette loro la salvezza. Ma la salvezza non è gratuita: è
il risultato di un´attività permanente, uno sforzo di solidarizzazione
collettiva che dovrà essere regolarmente ripetuto. Solo così gli uomini possono
immunizzarsi contro la paura della morte e della dannazione eterna. E questa
immunità è acquisita attraverso l´allenamento».
Il sottotitolo del suo libro è
Sull´antropotecnica. Cos´è?
«La definisco come la somma degli esercizi e delle pratiche attraverso le quali
gli esseri umani elaborano il loro potenziale. Allo stesso tempo è la somma
delle tecniche che gli individui utilizzano per mettersi in forma. Quindi un
ambito della conditio humana che bisogna finalmente integrare nell´antropologia
generale».
E quali sono le conseguenze politiche?
«L´antropotecnica nasce nella sfera politica durante la rivoluzione russa. I
rivoluzionari sono stati i primi a fare apertamente la propaganda del
miglioramento dell´uomo. In origine il termine compare nell´enciclopedia
sovietica del 1926. Nasce dall´ideologia di Trotsky, che voleva creare una
nuova umanità con un livello medio più elevato. Ovvero un mondo di geni, in cui
al confronto Goethe o Michelangelo apparissero addirittura mediocri. Si può
dire che è la ricezione dell´idea nietzscheana del superuomo asservita
all´ideologia rivoluzionaria. In rapporto a ciò, oggi l´ideologia cattolica
predica la modestia: l´uomo è così com´è. Anzi, meglio che vi rimanga più a
lungo possibile. È un atletismo piatto, uno sport di massa senza vere
ambizioni. Si è perduta la grande tensione dell´età classica. La generazione
contemporanea ha dimenticato il concetto di antigravitazione e di tensione
verticale. E se vi è un elemento pedagogico nel mio libro, consiste nella
volontà di ricordare questa dimensione».
Quindi il filosofo oggi è una specie di
allenatore che deve contribuire a indicare gli esercizi per esser migliori. C´è
una certa assonanza con l´idea di Alexandre Kojève, che diceva di non esser più
interessato ai filosofi ma soltanto ai saggi…
«In un certo senso ha ragione. La filosofia in quanto tale ha già giocato la
sua ultima carta. E non ci si può più attendere molto da lei. Ma bisogna dire
che il saggio kojèviano è legato al compimento del sapere, alla chiusura del
grande ciclo della riflessione umana. Dopo il desiderio, dopo la storia, dopo
la lotta, il saggio partecipa al Sapere Assoluto o lo realizza lui stesso. Un´idea
molto stimolante e seducente, ma riservata a chi oggi può permettersi di vivere
di rendite, senza la costrizione del lavoro. Ma tutti noi che invece
continuiamo a lavorare siamo fuori portata dalla tentazione kojèviana. Per noi
la storia continua, il lavoro continua…».
Quindi oggi a che serve la filosofia?
«Ci sono due risposte contrastanti. Fino alla fine della Seconda guerra
mondiale, e negli anni che seguirono, la risposta era: la filosofia serve a
interpretare e preparare il miglioramento del mondo. Così però la filosofia è
una sorta di serva della sociologia, come nel Medioevo si diceva lo fosse della
teologia. C´è poi una seconda risposta, accennata nel secolo scorso e che va
ripresa: prima di migliorare il mondo esterno, l´individuo deve migliorare sé
stesso».
Repubblica 22.10.10

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