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La favola del libero mercato

Se poi chi opera nel mercato è anche chi ha il potere di legiferare, allora il casinò diventa un sistema totale di frode contro il quale ci sono ben pochi ostacoli

 

 

Per una volta almeno il presidente del Consiglio ha offerto un contributo utile e sincero che mette a dura prova chi ancora crede nella favola bella della capacità autoregolativa del libero mercato e, soprattutto, dell´esistenza di un legame naturale tra l´etica del liberalismo e il liberalismo nostrano. Un liberalismo, quest´ultimo, che il fondatore del Popolo delle libertà ha presentato spesso come equivalente del miracolo di un mercato che si regola da sè, che può tutto e non ha bisogno di lacci; che è libero come chi ha licenza di fare quel che vuole. L´invito agli imprenditori italiani – fatto non semplicemente da capo di una corporation privata ma anche da capo del governo – ad affondare economicamente i giornali "disfattisti" ovvero a usare il mercato per eliminare la concorrenza ideologica, è una bellissima prova dell´umanità del capitalismo. Sì proprio dell´umanità, perché nonostante l´etica protestante abbia fatto nascere e prosperare questo sistema economico, la morale quasi eroica e ascetica dell´auto-limitazione che i teorici del capitalismo hanno analizzato e descritto con ammirazione non è mai riuscita a domare le passioni e le irrazionalità delle quali gli uomini in carne e ossa sono fatti. È una morale aristocratica per i pochi (e forse solo per i "santi" di cui parlava Calvino), e probabilmente poco adatta allo spirito latino. La concorrenza non piace necessariamente a chi dice di amare il mercato.
La cultura del libero mercato è una cultura del limite e dell´auto-limitazione perché è arte del coordinamento, non dell´assoluto dominio; è la confutazione radicale dell´idea degli antichi secondo la quale l´autosufficienza è la condizione di perfezione e quindi di libertà. Per i moderni la condizione migliore, anche se mai perfetta, è quella nella quale gli individui possono interagire, scambiare e cambiare idee e cose, mettersi in relazione vantaggiosa e ragionevole. Il liberalismo moderno dà non a caso grande risalto alle procedure, ai diritti, alle regole, ovvero alle condizioni affinché i diversi possano convivere con profitto reciproco. In questo senso, esso è un´arte della resistenza alle tentazioni che persone, ideologie, e poteri hanno o possono avere di essere onnicomprensivi e totali. L´opposto del mercato è per questo non lo Stato ma il monopolio.
Questa visione regolativa del liberalismo si scontra necessariamente con le passioni di chi opera nel mercato, uomini e donne dominati dalla passione di far fuori (metaforicamente, certo) i concorrenti per conquistare tutto ciò che è possibile, ed eliminare così la concorrenza. La limitazione è nei fatti un arte molto difficile e tutt´altro che naturale, anzi molto bisognosa di essere educata e formata. Un´arte che deve riuscire a contrastare passioni naturali molto restie ad ubbidire alla ragione, e spesso così cieche e assolute da non vedere neppure la convenienza della concorrenza. La passione per il potere (attraverso il denaro o il controllo diretto sulla vita degli altri) non ha limiti connaturati; può essere limitata solo da ostacoli esterni, come quello rappresentato da un potere superiore. Per questa ragione, liberali molto autorevoli hanno concepito lo Stato come una condizione indispensabile per la formazione del mercato, non come un suo nemico. Lo Stato è la condizione senza la quale il mercato può finire nel suo contrario: il monopolio. A condizione – questa sì cruciale – che lo Stato non sia esso stesso conquistato e dominato dalle stesse forze che operano nel mercato; la divisione delle sfere di potere è l´Abc della cultura liberale del mercato.
I liberali non negano che un sistema di competizione di mercato possa essere un mezzo equo per allocare costi e benefici – pur con la necessaria precisazione che non tutti i beni sono mercatizzabili perché non tutti possono essere valutati secondo la logica dello scambio (certamente non la salute o l´educazione). Ma i liberali riconoscono anche che il mercato può essere trasformato in un perverso casinò a causa della crescente manipolazione che viene dall´indipendenza progressiva della produzione dal verdetto dei consumatori, i quali perdono il potere di controllare la qualità e i prezzi dei prodotti proporzionalmente alla crescita della complessità del mercato. A questo punto, la pubblicità diventa arte menzognera.
Si legge nei Principi di economia politica di J. S. Mill (1852): «Quindi la frode, iniziata da pochi, diventa costume di scambio, e la moralità delle classi che si occupano dello scambio... è più e più deteriorata». La pubblicità perde la sua funzione, la quale dovrebbe essere quella di dare informazione sui prodotti, e diventa invece un espediente per raggirare i potenziali consumatori e far credere loro ciò che è conveniente. I prezzi (dei beni ma anche dei salari), continuava Mill, sono soggetti allo stesso destino e sono "prodotti dalla frode" e da una etica dello scambio "deteriorata" come è quella di un mercato, appunto, che opera come un casinò, dove lo sgambetto, il raggiro, l´intenzione nemmeno troppo celata è quella di fregare il prossimo per poter accumulare potere senza limiti. Se poi chi opera nel mercato è anche chi ha il potere di legiferare, allora il casinò diventa un sistema totale di frode contro il quale ci sono ben pochi ostacoli. Senza la spavalda sincerità del presidente del Consiglio, queste osservazioni sarebbero niente di più che ipotesi peregrine di una disfattista. Grazie a lui, sono una descrizione autorevole e puntuale della nostra società.

http://www.repubblica.it - 18-06-2009

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