La domenica degli italiani
L’opera letteraria di Fabrizia Ramondino, tra le più importanti del nostro passato recente. Il rilievo che verrà dato alla sua figura è destinato a crescere nel tempo.
Un po’ più di due anni fa, il 23 giugno del 2008, Fabrizia
Ramondino moriva mentre nuotava nel mare dalle parti di Itri, l’aspro paesino
tra Lazio e Campania dove aveva scelto da tempo di abitare, già patria di
pastori e di briganti. Ce lo ricorda, tornandoci sopra con affettuosa
insistenza, la giovane e promettente e molto simpatica scrittrice (lo dico dai
libri, senza conoscerla) Chiara Valerio nel suo Spiaggia libera tutti (Laterza), che è un agile percorso dentro e
attorno al suo paese natale, un ritratto di Scauri, non lontano da Itri. Quella
data, quella morte hanno inciso a fondo nella biografia della Valerio, che ha
visto in Fabrizia un punto di riferimento e un modello, incontrata la prima
volta nell’adolescenza quando, in una scuola dove era allieva, la visitatrice
Fabrizia disse più o meno che la stupidità era il nemico maggiore del giusto e
del bello. E Chiara avrebbe voluto dirle che anche la Dickinson l’aveva detto,
ma non osò…
Sulla Ramondino c’è stato di recente un convegno internazionale di studi quasi
tutto (o tutto?) al femminile in Inghilterra, mentre la casa editrice
Nottetempo ha ristampato il suo Taccuino tedesco del 1987, arricchito di
scritti più recenti, di “dopo il Muro”.
Ma in Italia la critica o pseudo in voga sui quotidiani e settimanali e
l’accademia tardano ad accorgersi della sua importanza. Tre cose hanno
certamente influito su questo. La prima è stata la sotterranea prevenzione che
ancora corre tra i letterati per le scrittrici; di essa hanno sofferto in vita
anche due grandissime – amiche e sorelle maggiori di Fabrizia – come Elsa
Morante e Anna Maria Ortese – e tante tante altre, perché la nostra letteratura
ha dato nel Novecento scrittrici con niente da invidiare agli scrittori delle
stesse generazioni, da Natalia Ginzburg ad Anna Banti, da Paola Masino a Gianna
Manzini, a poetesse come Antonia Pozzi (di cui Luca Sossella sta per
ripubblicare tutta l’opera accompagnata dal dvd che le ha dedicato Marina
Spada) e molte, molte altre.
La seconda il suo internazionalismo. La nostra letteratura è, con poche
eccezioni, molto provinciale, radicata nel bene e anche nel male nel territorio
nazionale e a volte solo regionale, mentre Fabrizia ha vissuto a lungo in
Spagna e in Germania e si è abbeverata di letteratura francese e di letteratura
inglese, ed è stata curiosa di tutto.
La terza, infine, è stata la capacità di Fabrizia di passare dal letterario al
sociale: dall’arte alla politica. E mai superficialmente, la tensione era la
stessa. Era stata insegnante, e aveva preso parte a molte iniziative
pedagogiche napoletane, dal Ceis di Rimini all’Arn di Napoli, sigle che dicono
poco ai letterati e moltissimo ai maestri elementari migliori, agli animatori
sociali, ai pedagogisti non ottusi come è sono gran parte quelli attuale
ufficiali. Ed era stata militante anarchica e socialista, fondatrice nel ’68 a
Napoli con Pugliese e Mottura di uno dei gruppi meno inquadrati ideologicamente
e più attenti ai bisogni reali della città, il Centro di coordinamento campano.
Ma delle tante cose fatte da Fabrizia si potrà leggere nel libro di Franco Sepe,
Fabrizia Ramondino. Rimemorazione e
viaggio (Liguori), in uscita a settembre.
Sì, la cultura e la società italiana migliori devono molto a Fabrizia
Ramondino, e tutti devono sapere che la sua opera letteraria è tra le più
importanti del nostro passato recente, e che il rilievo che verrà dato alla sua
figura è destinato a crescere nel tempo.
Ho voluto molto bene a Fabrizia e molte analisi, idee e battaglie ci sono state
comuni, a Napoli e altrove. Ricordo la sorpresa e perfino l’irritazione con le
quali lessi, mentre andava scrivendole, le pagine di Althenopis, il libro che la rivelò nel 1981. Sorpresa per la
bellezza e maturità di quella scrittura, irritazione perché, passando Fabrizia
alla letteratura, temevo la perdita di una preziosa militante della politica e
della pedagogia reali, “dal basso”. Ma Fabrizia non desistette affatto dalle
altre vocazioni e accompagnò fino alla fine dei suoi giorni la felicità della
scrittura alla felicità dell’azione, un caso non isolato, nella nostra storia.
di scrittori e poeti che si sono sentiti fortemente responsabili, a volte molto
concretamente, per le strade che l’Italia prendeva.
Oggi sono sempre più rari, mentre prosperano le parodie mediatiche, gli
scrittori divi che profetizzano sul vuoto, senza spessore perché di scarsa
esperienza, e curiosità, e generosità. Anche per questo che la figura di
Fabrizia Ramondino è destinata a crescere nel tempo.
http://www.unita.it 11 luglio 2010

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