La diseguaglianza insopportabile
Occupy Wall Street mette in luce questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia.
Che cosa vogliono le migliaia di cittadini che da quasi un mese manifestano
davanti a Wall Street sollevando un´ondata di protesta che interessa ormai le
maggiori città americane?
Come leggere questo movimento variegato che non ha leadership, non ha scopi
definiti, non si lascia facilmente rubricare da un´etichetta di partito? Ha
certo ottenuto l´adesione di alcuni importanti sindacati; ma non è per nulla
inquadrabile in un´organizzazione gerarchica e poco inclusiva come il
sindacato. Ha certo ottenuto l´adesione di alcuni esponenti democratici di
prestigio (e la buona menzione del presidente Obama); ma è critico nei
confronti di un partito che non ha dimostrato coraggio di fronte ai repubblicani
e attenzione all´impoverimento della società americana. Ma, nonostante questi
distinguo rispetto alla politica organizzata, i cittadini che manifestano non
sono "mob", non sono una massa arrabbiata di americani invidiosi dei
loro pochi ricchi concittadini, come gridano i repubblicani di
"FoxNews". E non sono neppure una pericolosa espressione di populismo
anarchico, teste calde che vogliono, ancora secondo le accuse repubblicane,
dividere l´America con la lotta di classe.
In effetti la stessa espressione "populismo" è poco adatta a
rappresentare questo nuovo movimento di protesta, che per la radicalità ma
anche ragionevolezza degli slogan e dei messaggi assomiglia al movimento per i
diritti civili degli anni ´60, quello che ha manifestato contro la guerra in
Vietnam, contro la discriminazione razziale e di genere. In quelle lotte vi era
il futuro. L´America di oggi è figlia di quel movimento giovanile. Sarà anche
questa volta così? Per molti intellettuali e per alcuni commentatori televisivi
potrebbe essere così. E quindi, l´espressione populismo (di per sé una
categoria fumosa e difficile da tradurre in un concetto chiaro) è ancora meno
adatta.
Populista è certamente il movimento del Tea Party, una congerie di molte delle
categorie tradizionalmente associabili a questo tipo di movimento, per esempio:
anti-intellettualismo o attacco ai "sapientoni" (per dirla con il
Senatore Bossi) perché criticano e non si identificano con le opinioni
popolari, istintive e radicali; e anti-governo o attacco alle politiche sociali
che creano grossa burocrazia e mettono in moto più Stato e quindi un surplus di
controllo della sfera economica. Il Tea Party si sente a suo agio con l´agenda
repubblicana che da diversi decenni ha dato la sua totale adesione alla
dottrina liberista, la quale addossa le responsabilità del declino economico
dell´America a chi propone una più giusta distribuzione della ricchezza non a
chi l´avversa, nella convinzione che se la natura degli interessi e
dell´accumulazione seguisse il suo corso, a beneficiarne sarebbero tutti in
proporzione. La retorica cristiana dei talenti e della responsabilità di usarli
al meglio dà pathos a questa ideologia anarco-liberista, che si sente
autorizzata dal Vangelo a svolgere la sua propaganda contro lo Stato, luogo
satanico del potere e contro coloro che pensano di usarlo per una buona causa
di giustizia. Dunque, anti-razionalismo, anti-intellettualismo, anti-governo:
ecco gli ingredienti del populismo dei Tea Party. Il quale non è soltanto un
movimento di protesta, ma è un movimento con un´agenda politica ben precisa,
come il Congresso americano uscito dalle ultime elezioni sta dimostrando.
Certo, il Tea Party non è unito sotto la guida di un leader carismatico e in
questo non è simile ai populismi europei. È federalista come il Paese nel quale
è nato, diramato attraverso le chiese evangeliche, riunito sotto i vari
predicatori che mettono insieme l´omelia ogni domenica.
Occupy Wall Street non ha nulla di tutto questo. Ed è questa la ragione
dell´incredibile attacco dei leader del Tea Party, i quali hanno annusato molto
correttamente che questi manifestanti non hanno nulla da spartire con loro.
Occupy Wall Street è un movimento spontaneo, e quindi democratico nel senso più
elementare del termine, perché ispirato a ideali di auto-governo e di
eguaglianza di cittadinanza. Lo slogan "Noi siamo il 99%" non intende
fare guerra all´1%, cioè ai miliardari. Non è l´invidia che li guida come ha
sostenuto un candidato repubblicano. Lo slogan chiede più semplicemente che chi
ha più deve più contribuire anche perché quel di più lo ha in ragione di
politiche adottate dai governi americani dalla fine degli anni ´70. Politiche
alle quali tutti hanno obbedito e che però hanno favorito non tutti allo stesso
modo. E non a causa dei talenti che il Signore distribuisce diversamente, ma di
una mirata e sistematica politica della diseguaglianza.
L’equità fiscale non è proprio un obiettivo rivoluzionario. Se così appare è
perché le diseguaglianze economiche e sociali sono ormai così radicali da aver
dato vita a due popoli, un po´ come nell´antica Atene: anche oggi, gli
oligarchi, benché dentro il sistema democratico, scalpitano per avere privilegi
e non sottostare alla regola dell´eguaglianza. Occupy Wall Street mette in luce
questa antica e sempre nuova lotta tra oligarchia e democrazia. Soprattutto,
mostra come la seconda non sia semplicemente una forma di governo, ma anche un
ideale, una visione di società che quando le diseguaglianze si radicalizzano,
come ora, non riesce più ad avere il consenso di tutti. L´1% simbolico – i
super miliardari – sta a significare che alcuni sono fuori dal patto
democratico dell´eguaglianza. È questa la radicalità di Occupy Wall Street.
A chi è indirizzata questa radicalità? Qual è la relazione di questo movimento
democratico con la democrazia delle istituzioni? Queste domande mettono in luce
la crisi profonda di rappresentatività delle istituzioni democratiche. Occupy
Wall Street non ha specifici obiettivi se non uno: entrare in comunicazione con
coloro che operano nelle istituzioni, i quali hanno da anni spento l´auricolare
e sono, come si dice in Italia, auto-referenziali. Dall´interno dei parlamenti
non si vuole ascoltare. La scollatura tra dentro e fuori delle istituzioni
democratiche è preoccupante e, purtroppo, non è destinata a risanarsi
velocemente. Questo movimento chiede dunque una ricostituzione della
rappresentanza politica. Sfida gli eletti nel nome dell´autorità dell´ascolto.
E ha senso occupare le piazze fisiche, visto che quelle mediatiche sono interessate
a mettere una cortina di silenzio sulle opinioni dei cittadini. Se c´è un
contributo che Occupy Wall Street può dare è quello di creare un clima politico
finalmente di attenzione; di costringere chi si occupa delle politiche
nazionali a non girare le spalle a coloro che di quelle politiche devono subire
le conseguenze. Si tratta di un richiamo ai principi democratici, dunque: a
quella promessa di libertà e giustizia per tutti che è scritta nelle nostre
costituzioni.
Repubblica 13.10.11

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