La deriva delle istituzioni
Le ragioni (meglio, gli errori) che hanno consentito a Berlusconi di trionfare. Che fare oggi?
In un recente articolo su questo giornale Stefano Rodotà ha
sottolineato con forza il fatto che siamo ormai entrati nella fase di una
"crisi di regime". Quella attuale, l´ultima della serie che hanno
segnato la storia d´Italia, presenta la peculiarità di essere la conseguenza
dell´assalto portato alle istituzioni da un plutocrate avente quali scopi
determinanti l´allargamento del proprio impero economico e della rete degli
interessi ad esso legati e il piegare la legge alle esigenze della sua persona
e delle sue clientele, in un contesto favorito dalla debolezza delle forze di
opposizione. Le quali non sono riuscite a costruire un efficace schieramento di
difesa e a offrire, anche quando al governo, un´alternativa in grado di
contrastare la crescita di consenso da parte di un popolo largamente manipolato
dal bombardamento propagandistico messo in atto, grazie ai copiosissimi mezzi a
sua disposizione, dal plutocrate, e inteso a dargli l´immagine di un nuovo uomo
della Provvidenza.
Se volgiamo lo sguardo alle radici di questa crisi, credo che la prima sia da
ascriversi all´incapacità, diciamo pure alla non volontà, della sinistra di
prendere di petto fin dagli inizi il conflitto di interessi incarnato da
Berlusconi. Ci si limitò a denunciarlo, nell´illusione che – lasciandolo in
sordina – si potesse rendere più agevole la normalizzazione del sistema
politico, nel timore che uno scontro decisivo facesse da ostacolo alla
legittimazione della sinistra; e perciò si respinsero o mal tollerarono le voci
di quanti avvertivano che quel conflitto apriva la strada ad una pericolosa
"emergenza democratica". Così la frana iniziale ha potuto diventare
una valanga che si è rovesciata sul Paese. Estesa la sua rete nell´economia e
nei mezzi di informazione, Berlusconi ha provveduto a creare il suo partito
basato su una rete di clientele inglobando Alleanza Nazionale e legandosi con la Lega. Una coalizione,
non sempre pacifica, ma rivelatasi nondimeno uno strumento che lo ha ben
servito nei suoi obiettivi: ottenere il sostegno necessario per opporsi ai
giudici nei processi a suo carico, far varare le leggi ad personam, rafforzare
la sua leadership populistica. E su queste premesse Berlusconi ha portato
l´attacco ai principi costituzionali, posto in stato di accusa la magistratura,
gettato il discredito sulla Corte Costituzionale, cercato di imporre i suoi
diktat al Presidente della Repubblica, sovvertendo gli equilibri tra i poteri
dello Stato, con la volontà di accreditarsi quale unico potere legittimo in
forza della maggioranza parlamentare e del consenso del popolo che a suo dire
lo vorrebbe arbitro unico e incontrastato della politica nazionale.
In un simile contesto un esito era inevitabile nella
parabola del berlusconismo: considerare chiunque al di fuori del perimetro
della sua fortezza non già un avversario politico, ma un nemico, rigettare la
reciproca legittimazione degli schieramenti, vagheggiare il ritorno ad un
sistema politico bloccato con una sinistra condannata a restare eterna
minoranza. L´ansia di strapotere di Berlusconi e il gusto della sua esibizione
si sono poi trasferiti irrefrenabilmente dai comportamenti politici a quelli
festaioli, dalle clientele di partito agli harem, dal machismo politico ad un
senile bullismo sessuale, mentre un ego smisurato, gonfiato dal culto della
personalità tributatogli da una corte di nani e ballerine, lo ha fatto
approdare all´idea della propria onnipotenza e irresistibilità di uomo che fa
le cose che vuole e le porta sempre a termine. L´onda è andata per anni
crescendo, ma sembra che sia giunto il momento del riflusso.
Il disegno strategico berlusconiano del grande sfondamento si era già imbattuto
nei paletti posti a mano a mano dagli stessi alleati del Cavaliere: la
defezione di Casini, lo stare in allerta da parte di un Bossi inteso ad
impedire che il Pdl andasse a pascolare nel suo orto, i distinguo sempre più
sgraditi di Fini (che non si capisce però quali conseguenze riterrà di trarne)
su molti importanti problemi. Ora sono arrivati gli scandali legati alla gestione
della Protezione civile; è emerso l´atteggiamento protervo oltre ogni limite
assunto dal Presidente del Consiglio nell´ultimissima vicenda delle liste per
le elezioni regionali; l´aggressione alla magistratura è stata spinta
all´estremo in relazione sia a tale vicenda sia alle sue pendenze penali; e la
pretesa di imporsi al Capo dello Stato ha assunto il carattere dell´aperta
provocazione. È da pensare che a questo punto – nonostante tutti gli sforzi dei
telegiornali di Mediaset e di Minzolini di coprire lo stato delle cose – ogni
cosa essenziale risulti chiara alla maggioranza del popolo italiano. Ma come
reagirà questa maggioranza? E come agiranno le forze di opposizione per
contrastare la deriva in cui sono caduti lo Stato, le sue istituzioni, la politica
nazionale? Queste le due grandi questioni all´ordine del giorno.
Quanto alla prima, una risposta la daranno a breve termine i risultati
elettorali, che rappresenteranno un test inequivocabile dello stato dello
spirito pubblico e della misura in cui esso è stato inquinato dal
berlusconismo. Se Berlusconi dovesse ancora una volta uscirne appena scalfito o
addirittura rafforzato, allora l´allarme suonerebbe estremo per le sorti
dell´Italia, che si condannerebbe ad un affondamento politico e civile dalle imprevedibili
conseguenze. Quanto alla seconda questione, è da sperare che le opposizioni
comprendano che è giunto il momento di dar vita insieme ad un fronte di difesa
democratica, mettendo in secondo piano le loro pur inevitabili differenze nel
perseguire i propri interessi di partito. È finito il tempo di mirare anzitutto
a erodere l´uno il consenso dato all´altro, perché questa sarebbe la via della
dèbâcle collettiva.
Una considerazione finale sul Partito democratico. Mi sia consentito di dire
che per parte mia ho guardato con atteggiamento critico alla sua nascita,
ritenendolo basato su un amalgama di componenti troppo eterogenee (hanno finito
per pensarla allo stesso modo i Rutelli, le Binetti e gli altri che hanno
abbandonato il partito). Ma non si può ignorare che il tentativo della sinistra
oggi guidata da Vendola di dare vita ad una forza autonoma di una qualche
consistenza non ha avuto successo e che il Pd, quali che possano essere le
riserve nei suoi confronti, costituisce la spina dorsale dell´opposizione. Dal
che traggo la riflessione che la logica e la saggezza vorrebbero che le parti
separate tornassero a riunirsi, così rafforzando il soggetto che è chiamato a
porre fine a un capitolo infausto della nostra storia nazionale. I risultati
elettorali ci diranno se il Paese va verso la ripresa politica e civile oppure
se la crisi che si è aperta è destinata a diventare ancora più acuta
trascinando l´Italia sempre più in basso.
http://www.repubblica.it 17 marzo 2010

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