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La deriva autoritaria delle democrazie

"Bisogna porre sotto controllo le oligarchie economiche, garantire la libertà dell´informazione e la voce delle minoranze, tutelare i diritti sociali dei più deboli"

 

 

 

Esce in questi giorni "Democrazie senza democrazia" di (Laterza, pagg. 96, euro 14). Qui anticipiamo alcune pagine dell´Introduzione.

 

Quando oggi parliamo di democrazia, usiamo un termine che è sinonimo di liberaldemocrazia o democrazia liberale. Infatti la democrazia diretta dell´Atene del V secolo a. C. e quella a cui in tempi moderni si è tentato di dar vita prima nell´effimera Comune di Parigi del 1871 e poi nella Russia bolscevica tra il 1918 e l´inizio degli anni ´20 non sono modelli ed esperienze attivi nella nostra società: l´una perché espressione di una realtà troppo arcaica, l´altra non foss´altro perché soffocata dalle sue contraddizioni interne e da quelle stesse forze che, dopo averla proposta e agitata come modello universale, hanno rapidamente costruito una dittatura di partito sfociata nel totalitarismo.

 

La democrazia di cui parliamo e a cui facciamo riferimento è dunque il sistema politico e istituzionale che si è formato dal connubio con il liberalismo: un connubio non facile e segnato da molte tensioni, su cui mi sono soffermato analizzando tre tipi di regimi. Il primo è il sistema liberale a suffragio ristretto e basato sui partiti, sui parlamenti e sul governo dei notabili di matrice aristocratica e borghese. Il secondo - il primo regime liberaldemocratico - è caratterizzato dal suffragio allargato o universale, dall´avvento sulla scena pubblica dei partiti organizzati di massa, dal dispiegarsi di acuti conflitti sociali e ideologici tra le classi e le loro rappresentanze politiche e parlamentari.

 

Il terzo - il secondo regime liberaldemocratico - è segnato, nel quadro dell´indebolimento e per aspetti importanti dalla scomparsa della sovranità degli Stati, dallo strapotere di oligarchie dominanti della finanza e dell´industria a livello internazionale, dal venir meno delle precedenti antitesi di classe e ideologiche, dalla trasformazione dei grandi partiti di massa organizzati sul territorio in «partiti leggeri» che si mobilitano essenzialmente in vista delle tornate elettorali e non poggiano più su quadri intermedi e gruppi di militanti sempre attivi e distribuiti capillarmente nel territorio, dalla formazione di una opinione pubblica inerte, forgiata prioritariamente dai mezzi di informazione di massa. Si tratta non già di un sistema in cui i cittadini costituiscono le primarie cellule viventi di regimi dotati di una sostanziale natura democratica, bensì di un sistema in cui i governi ricevono una sorta di passiva incoronazione dal basso, sono «governi a legittimazione popolare passiva».

 

Constatata la crisi strutturale della democrazia, chi scrive si è posto in conclusione l´interrogativo se sia dato o meno credere nella possibilità di un suo rilancio, diciamo pure di una sua rinascita all´altezza dei problemi di un mondo in continua trasformazione con ritmi che non fanno precedenti nella storia. Lo spero ma non m´azzardo a dare una risposta. Occorre nondimeno cercare di stabilire qualche punto fermo, qualche parametro.

Tre paiono i presupposti principali di questa rinascita:

 

 1) la capacità delle autorità politiche dei singoli Stati e degli organismi internazionali di porre sotto controllo le oligarchie economiche, in modo da togliere loro il potere di agire pressoché indisturbate nel perseguire i propri interessi particolari e da impedire il ripetersi di crisi catastrofiche come quella scoppiata nell´autunno del 2008;

2) la sottrazione ai potentati della finanza e dell´industria di un dominio sui mass media che vanifica la possibilità stessa di una opinione pubblica informata in maniera veritiera e realmente pluralistica, e il conferimento del dovuto spazio anzitutto alle minoranze quotidianamente minacciate di essere ridotte al silenzio o all´irrilevanza;

3) un´energica azione volta a combattere l´eccesso di disuguaglianze economiche che rendono una parola vuota la solidarietà, minano la coesione sociale e pongono i non tutelati, i poveri, gli emarginati in una posizione che non è di cittadini ma, agli estremi, di veri e propri paria di nuova generazione. Il che vuol dire il ritorno alle politiche di protezione e potenziamento dei «diritti sociali» e delle istituzioni del welfare che nell´ultimo trentennio il neoconservatorismo liberistico ha frontalmente combattuto e il cui ambito e la cui incidenza sono stati fortemente ridotti. Insomma, una robusta combinazione di elementi tale da dare alla democrazia un volto insieme liberale e sociale.

http://www.repubblica.it - 12.6.09
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