La democrazia liberale ha bisogno di un caudillo per funzionare?
Il liberalismo genera nuove e maggiori disuguaglianze sociali
Il fatto importante non è tanto che Obama abbia perso così tanto del suo appeal
– è già accaduto infatti a presidenti che poi, nelle elezioni di secondo
mandato, hanno riscosso molto successo, in particolare Reagan e Clinton. Il
fatto veramente importante è che il vecchio algoritmo dello Stato liberale non
regge più. In questo articolo intendo sostenere che il degrado di questo
algoritmo è talmente grave che lo Stato liberale può adempiere ai suoi compiti
essenziali soltanto se il presidente usa tutti i suoi poteri – e si tratta di
molti poteri – dimenticando i convenevoli come la ponderatezza legislativa e lo
spirito bipartisan.
Il provvedimento sull'assistenza sanitaria, per esempio, è passato una volta
che la Casa Bianca
ha deciso che fosse il caso di proporre un disegno di legge, dopo aver atteso
per un anno che il ramo legislativo ne presentasse uno, cosa che non ha fatto.
Inoltre, ora appare chiaro come gli sforzi di Obama per apparire bipartisan non
abbiano sortito alcun effetto, e che il disegno di legge sarebbe passato anche
nel caso Obama avesse semplicemente tralasciato lo spirito bipartisan. Si
tratta di due fatti piuttosto illuminanti. Che sollevano la questione di un
grave deterioramento del governo democratico negli Stati Uniti. L'anno che ha
portato alla campagna elettorale degli Stati Uniti indica che abbiano raggiunto
un ulteriore livello di degrado, relativo al significato della libertà di
espressione.
E' abbastanza chiaro che non c'è niente che vada come dovrebbe. Il dibattito
non riguarda più le differenze sul modo in cui interpretare i fatti. I fatti
stessi sono stati lasciati fuori da una quota rapidamente crescente di
dibattito politico. Molte distorsioni plateali dei fatti e “fatti”
completamente immaginari hanno avuto una circolazione globale, e non c'è
bisogno che li ricordi in questa occasione: hanno già avuto il loro anno di
celebrità. Ciò di cui ci sarebbe bisogno negli Stati Uniti, ma di cui non c'è
traccia, sono dei dibattiti nazionali sui tanti abusi di legge compiuti dal
ramo esecutivo del governo durante l'amministrazione Bush-Cheney, alcuni dei
quali continuano tuttora, perché sono divenuti parte del modo stesso in cui
opera il sistema.
Il pubblico americano sembra essersi stufato della guerra, nonostante
un'esorbitante quota delle tasse sia destinata a finanziarla, anziché essere
impiegata per sistemare le infrastrutture in degrado, per estendere
l'assistenza sanitaria al 40% della popolazione priva di assicurazione, per
combattere l'alto tasso di disoccupazione che potrebbe diventare permanente, e
via dicendo. Ma la passione ideologica e soprattutto emotiva hanno avuto la
meglio perfino sul buon vecchio spirito utilitaristico americano, che
apprezzava sinceramente il valore monetario di tutto questo. Non più.
Siamo di fronte a una questione che investe soltanto gli Stati Uniti, oppure
potremmo riconoscere un segno di decadimento nella politica dei partiti anche
in Europa, sebbene in forma meno degradata rispetto agli Stati Uniti? La
recente (ora defunta) alleanza tedesca di due partiti che sono stati per lungo
tempo in competizione tra loro per il potere, dunque non alleati, può essere
vista come un segno che le posizioni dei partiti contino meno: sta diventano
tutto grigio. E poi c'è Berlusconi e le sue manipolazioni della legge per
proteggere se stesso – neanche una classe o un gruppo di amici, soltanto se
stesso – dal carcere (mi sembra che, in paragone, gli exploites sessuali,
almeno se osservati da una distanza di sicurezza, siano meno rilevanti,
qualcosa che somiglia più a un'operetta comica che a un abuso di legge). Oltre
questo livello della politica dei partiti pubblici esiste però uno svilimento
più profondo, meno visibile, dei fondamenti di un sistema politico democratico,
uno svilimento strutturale che può parzialmente spiegare il più visibile, e
particolarmente evidente, degrado della politica dei partiti.
Una tragedia shakespeariana?
Nelle democrazie, l’esecutivo è stato a lungo il potere più forte. Ma al potere
esecutivo si sono sommati, in modi doversi, la crescita dell'economia
finanziaria e delle corporation globali, insieme alla “Guerra all'Iraq” e “al
Terrore”. Allo stesso tempo, però, questi processi hanno indebolito altri
settori dello Stato. Il ramo legislativo americano, per esempio, è stato
svuotato, e ciò costituisce una delle ragioni della sua incapacità di
affrontare i principali problemi con cui deve fare i conti. Questo spiega
inoltre la profonda disaffezione della popolazione nei confronti del Congresso,
il potere che negli Stati Uniti registra il più basso consenso – generalmente
tra il 18 e il 25%. Questo enorme vuoto al centro del legislativo, verso cui i
cittadini possono esercitare un potere più ampio – rispetto all'esecutivo e al
giudiziario –, è stato gradualmente riempito da radio petulanti e commentatori
Tv per i quali la verità e l'oggettività sono irrilevanti, e che hanno alimentato
l'immaginario pubblico con bugie e distorsioni della verità. Non ci dovremmo
sorprendere che si sia affermato un gruppo come il Tea Party. I partiti e le
iniziative europee di natura radicalmente razzista potrebbero rappresentare uno
sviluppo equivalente?
In tutto ciò c'è una sottile e allarmante ironia. La combinazione di tendenze
significa infatti che l'unico strumento affinché l'apparato statale possa
occuparsi delle questioni più urgenti è un esecutivo forte con la volontà di
esercitare pienamente il suo potere. Eppure, non è così che si pensava che le
cose dovessero funzionare in uno Stato liberale. In un sistema politico in cui
il legislativo è stato svuotato, la riluttanza di Obama a esercitare tutto il
suo potere diventa una seria disfunzione. A questo si aggiunga il fatto che
Obama non sembra dotato di una bussola precisa sull'economia e sulla guerra:
questi non sono infatti gli ambiti in cui ha maggior interesse ed esperienza.
In un quadro simile diventa fondamentale la scelta dei consiglieri economici e
militari e il modo in cui essi presentano la situazione al presidente.
Per finire, come se questa miscela esplosiva non fosse abbastanza,
l'intelligenza e la limpidezza mentale di Obama significano che lui può
seguire, rispettare ed essere persuaso da una presentazione intelligente dello
stato delle cose, usando semplicemente il suo ragionamento. E ciò può accadere
anche nel caso della scelta di una politica sbagliata. Così, se si tratta della
guerra o dell'economia e non c'è un'opposta tesi sostenuta da un consigliere
ugualmente intelligente e persuasivo, si può facilmente assumere la decisione
sbagliata. Nel caso dell'economia, diversi esperti riconoscono che Summers, il
consigliere economico della Casa Bianca, ha marginalizzato coloro che non erano
d'accordo con la politica da lui suggerita, da Paul Volker a Christina Roemer,
capo del Council of Economists, che ora ha lasciato il posto.
C'è un'ironia quasi shakespeariana in quest'uomo di governo le cui
preoccupazioni sono rivolte soprattutto alla generale questione sociale, ma che
deve confrontarsi in modo più urgente e immediato con due ambiti (non
necessariamente i più fondamentali) come l'economia e la guerra, e la cui
intelligenza e brillantezza mentale diventano causa stessa della sua rovina.
Lo Stato liberale, dunque, non funziona più. Non è all'altezza di uno dei suoi
presidenti più intelligenti, seri, onesti, dallo stile vecchia maniera. Anzi,
pare che, affinché lo Stato realizzi ciò che deve essere fatto, ci sia bisogno
di un caudillo – di un presidente imperiale. In sé, Bush non era imperiale, ma
lo era il regime della sua presidenza, caratterizzato dallo stato d'emergenza
(il Patrioct Act) che consentiva massicce violazioni della legge del regno.
La storia di tali violazioni non è del tutto di dominio pubblico, e non lo sarà
ancora per molti anni. Ma le parti che conosciamo di questo regime di
violazioni sono profondamente allarmanti. Il popolo americano, però, sembra
essere distratto da altre questioni, sia allora – da un patriottismo fuori
luogo che rasentava il fanatismo per andare in guerra – sia ora, da un
fanatismo fuori luogo che riguarda il ritorno della religione, la cittadinanza
di Obama, e altre simili preoccupazioni che appassionano molto.
Movimenti tettonici nello Stato liberale
Secondo la mia analisi, il crescente potere dell’esecutivo è, dunque, uno
sviluppo strutturale che è parte dell'evoluzione/adattamento del cosiddetto
Stato-liberale. Si tratta di un punto che analizzo in modo dettagliato nel
libro Territorio, autorità, diritti, in particolare nei capitoli 4 e
5. Tale sviluppo strutturale deve essere distinto dallo stato d'emergenza o
dallo stato d'eccezione – una condizione anomala che può tornare “normale” una
volta che l'emergenza sia cessata.
Oggi la maggior parte dei commenti relativi alla crescita del potere esecutivo
(sia del presidente che del primo ministro) si concentrano sullo stato
d'emergenza (per esempio il Patriot Act negli Stati Uniti, o le nuove politiche
d'emergenza anti-terrorismo negli Stati membri dell'Unione Europea). A causa di
tale lettura, è facile tralasciare questa seconda, strutturale tendenza di un
crescente potere esecutivo, che non è anomala dunque, ma rappresenta piuttosto
la nuova norma dello Stato liberale. Nella sua manifestazione estrema, questa
tendenza potrebbe segnalare una nuova fase nella lunga storia delle democrazie
liberali, una fase in cui l’esecutivo ottiene parzialmente potere attraverso le
sue attività sempre più internazionali.
Nel corso degli ultimi venti e più anni, questo internazionalismo incipiente è
stato sviluppato in favore dell'economia globale che si andava sviluppando,
oltre che per combattere la “Guerra contro il terrorismo”; in questi termini il
salvataggio delle grandi banche non rappresenta tanto un “ritorno alla Stato
nazionalista forte”, come vorrebbe qualcuno, ma è piuttosto l'uso da parte
dell’esecutivo della legge e dei soldi dei contribuenti per salvare un sistema
finanziario globale. E' una forma di internazionalismo. Ed è un peccato che sia
stata sviluppata per questi scopi. Tuttavia, è possibile che queste nuove
capacità internazionali dell’esecutivo possano essere ri-orientate verso
obiettivi più meritevoli – il cambiamento climatico, la fame globale, la
povertà globale, e molti altri che richiedono nuove forme di internazionalismi.
Ma per sfruttare il crescente potere dell’esecutivo perseguendo obiettivi
domestici e globali meritevoli ci sarebbe bisogno di un presidente eccezionale.
Credo che Obama possa essere quel presidente, ma che debba riconoscere che la
vecchia e buona maniera di governare è ormai finita. Dovrebbe esercitare tutto
il suo potere, così come ha fatto Cheney durante l'amministrazione Bush per
obiettivi non desiderabili. Ho fiducia in Obama, proprio perché desidera una
società più giusta per tutti. E con i consiglieri adatti, ora che sono andati
via quelli non proprio adatti, potrebbe cominciare a ri-orientare l'apparato
statale per fare un po' di quel lavoro fondamentale che deve essere fatto.
Certo, questo non è lo scenario ideale per una democrazia davvero funzionante.
E' altamente instabile, ed è tremendamente suscettibile di favorire un abuso di
potere. Ma è quel che è capitato allo Stato liberale in una delle sue versioni
più deteriorate – gli Stati Uniti.
Perché siamo scivolati così in basso sul piano democratico dalla fine del
periodo keynesiano? Malgrado tutte le loro imperfezioni, i decenni che
caratterizzano la metà del ventesimo secolo hanno visto un'espansione delle
classi medie, floride classi lavoratrici, un rafforzamento delle protezioni dei
lavoratori, l'adozione di diritti civili, di protezioni ambientali, e molte
altre leggi e regolamenti che hanno rafforzato i diritti della gente e
rivendicato maggiore trasparenza da parte dell’esecutivo. Inoltre, è stata un'epoca
in cui sono diminuite le disuguaglianze. Per molti versi è stato il trionfo
delle battaglie dei lavoratori e delle minoranze ad aver fatto sì che lo Stato
rispondesse alle loro vecchie rivendicazioni. Questo stato di cose è diventato
insostenibile, e non solo a causa di alcune forze esterne, come la
globalizzazione.
Il soffio mortale del liberalismo è tornato in scena dopo che era stato
parzialmente controllato nel periodo keynesiano. Gli agenti storici del
liberalismo – le borghesie nazionali e la classe lavoratrice industriale – non
esistono più come tali. Questi due soggetti fondamentali sono stati costruiti
per legge come attori profondamente diseguali. La loro diseguaglianza non è
dunque anomala o aberrante. Sta nella legge del liberalismo. Questa caratteristica
fondamentale è riemersa con rinnovato rigore nell'era globale neoliberale che
ha preso piede negli anni Ottanta. Altrove ho esaminato questa transizione
dallo Stato keynesiano a quello liberale, emersa negli anni Ottanta negli Stati
Uniti e, in forma mitigata, in Europa.
Conclusione
Ci troviamo dunque con uno Stato liberale che non funziona. Con il suo picco
negli Stati Uniti. Ma sta ugualmente emergendo, in modi circoscritti ma
crescenti, negli Stati europei, con la differenza significativa che questi
Stati hanno affrontato la questione sociale in maniera molto più seria e
complessiva durante l'era keynesiana rispetto a quanto non abbiano mai fatto
gli Stati Uniti. E alcune di queste protezioni rimangono ancora in piedi,
sebbene indebolite. Il fatto che la situazione possa peggiorare è segnalato dai
tagli draconiani adottati lo scorso anno da paesi diversi come Francia, Grecia
e Regno Unito, con il ritorno al potere in quest'ultimo paese del partito
conservatore.
Al cuore della democrazia liberale, sia come pratica che come dottrina, c'è una
tensione tra il privilegio accordato ai diritti di proprietà da una parte e
un'interpretazione più sostanziale dell'uguaglianza, inclusi oggi i diritti
umani, dall'altra. Una tensione che non è mai stata risolta. Il periodo
keynesiano ha prodotto le condizioni per una classe media prospera e crescente
in molti paesi e per una classe lavoratrice attiva. Plausibilmente, potrebbe
essersi trattato di un passaggio all'interno di una traiettoria democratica liberale
che costituiva un avanzamento rispetto al passato e che sarebbe dovuta
proseguire, portando soltanto maggiore uguaglianza. L'attuale fase di
neoliberalismo globale ci mostra però qualcosa di diverso: nelle democrazie
liberali più vecchie, un impoverimento delle classi medie tradizionali e delle
classi lavoratrici – mentre alcune delle democrazie liberali più recenti sono
entrate nel processo, evidente in India, di espansione delle classi medie.
Il potenziale del liberalismo, relativo alla sua capacità di rendere possibili
le battaglie degli svantaggiati – sia nel passato sia oggi nelle democrazie
emergenti – ha mantenuto la sua promessa nello Stato regolatorio e nel
contratto sociale keynesiano. Ma nell'attuale fase di neoliberalismo globale
potrebbe anche mostrare i suoi limiti, con un ritorno a disuguaglianze e
povertà spesso estreme, in forme che i liberali consideravano parte del passato
durante l'epoca keynesiana. La fase attuale, infatti, ci mostra i limiti del
liberalismo nell'assicurare un progresso continuo per gli svantaggiati e una
continua limitazione del potere e del benessere estremi. Il cambiamento
riguarda proprio la composizione, piuttosto che l'esistenza, di ogni estremo.
Oggi lo “svantaggiato” include non solo le classi medie impoverite, ma anche
una crescente gamma di aziende capitaliste che hanno dominato i capitalismi
nazionali. E il “privilegiato” include le elite globali con sempre più rari
interessi nazionali e sempre più dominanti wealth-funds sovrani che
stanno rimodellando le logiche del capitalismo. Molte delle capacità
economiche, organizzative, ideative edificate storicamente con la nascente
borghesia esistono ancora oggi, dunque, ma hanno saltato logiche di
organizzazione.
Per concludere, il liberalismo non è riuscito a superare la disuguaglianza
fondamentale dei suoi due soggetti storici. Si potrebbe sostenere che questo
non preclude il fatto che, per quanto sia imperfetto, non possa ancora essere
l'opzione migliore. Avrei potuto essere d'accordo se non fossi stata testimone
dell'attuale era di neoliberalismo globale e dei suoi disastrosi esiti sociali
ed economici.
traduzione di Giuliano Battiston
da Micromega (3 dicembre 2010)

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