La democrazia ha ancora bisogno di maestri
Questa società non ha dunque bisogno di maestri. Sono pateticamente inutili. I mezzi attraverso cui si trasmettono conoscenze e si formano coscienze si chiamano maestra-televisione, maestra-pubblicità, maestra-comunicazione, maestra-moda, ecc. Queste sì sono maestre ugualitarie, stanno sul nostro stesso piano, usano il nostro stesso linguaggio, si prestano a essere comprese da tutti senza sforzi, sono adatte alla società dei grandi numeri, sono perciò pienamente democratiche.
In questo nostro tempo, dove sono i maestri e chi, nella
vita civile, userebbe questa parola senza almeno una punta d’ironia, se non
anche di dileggio? Maître sopravvive senza discredito in francese, nel settore
culinario, alberghiero e forense, mentre il femminile, maîtresse, sembra un
residuo di romanzo ottocentesco. Il maître de conférence è semplicemente un
aiutante del professore che svolge quelle che noi avremmo definito un tempo
"esercitazioni", prima di diventare agrégé. Ma chi si lascerebbe oggi
definire impunemente maître à penser, espressione che suona pretenziosa e
gonfia, allo stesso modo di "maestro di vita"? Meister, che richiama
tempi andati di corti principesche e domestici alle dipendenze (i
Kappelmeister), oppure gilde e congreghe medievali (i Meistersinger wagneriani,
ad esempio), è da tempo fuori uso, come lo sono i mondi cui allude.
Il "gran maestro" delle logge massoniche o degli ordini cavallereschi
appartiene a piccole cerchie iniziatiche e, da queste, non esce facilmente
all’aria aperta.
I tempi sono cambiati. Il "magister" che insegnava nelle aule
universitarie è diventato il professore, un termine di per sé maestoso, ma
ormai totalmente volgarizzato come equivalente a insegnante. Residua il maestro
elementare, con l’iniziale minuscola, e questa sopravvivenza meriterebbe un
esame, prima che una qualche circolare ministeriale lo faccia sparire, sostituendolo
con "operatore" di qualche cosa. In generale, però, possiamo dire che
i maestri si sono ritirati dalla vita civile pubblica. Se vi faranno ritorno,
sarà perché saremo entrati in un’epoca diversa dalla nostra e perché avremo
fatto un ripensamento su noi stessi.
George Steiner, nei saggi raccolti sotto il titolo La lezione dei maestri
(Garzanti, 2004) ha messo in guardia circa i pericoli che questa parola, il
maestro - monumentale, gerarchica, prescrittiva - porta in sé. Il pericolo
maggiore consiste nel viluppo del rapporto maestro-discepolo in vischiosità
sentimentali. Il desiderio del maestro di piacere al discepolo, di
"sedurlo" con la sua personalità, un desiderio che può portare allo
schiacciamento di quella di quest’ultimo; il desiderio del discepolo, a sua
volta, di primeggiare, di essere il più vicino al suo cuore, di oscurare o
annullare tutti gli altri. (...)
Le degenerazioni dei rapporti interni alle "scuole", che possono
portare ad altrimenti impensabili meschinità, sono ben note. Il mondo
accademico ne è una miniera. Ne traggo solo un piccolo esempio, dal mio campo
di studi. Il grande giurista Hans Kelsen, nella sua Autobiografia (in Scritti
autobiografici, a cura di M. G. Losano, Diabasis, 2008) riferisce del suo
incontro a Heidelberg con Georg Jellinek, certo uno dei massimi
"maestri" del diritto pubblico a cavallo tra il XIX e il XX secolo e
lo racconta così: Jellinek «era circondato da un impenetrabile gruppo di
allievi adoranti, che lusingavano in modo incredibile la sua vanità. Ricordo
ancora la relazione di uno dei suoi studenti preferiti, costituita quasi
esclusivamente da citazioni degli scritti dello stesso Jellinek. Dopo quella
riunione potei accompagnare Jellinek a casa e, cammin facendo, mi chiese che
cosa ne pensavo di quella relazione. Io rimasi molto sulle mie e Jellinek ne fu
visibilmente irritato. Affermò che era stata una relazione eccellente e
predisse un grande futuro accademico al suo autore: ma questi – aggiunge Kelsen
maliziosamente - nel corso della sua carriera accademica, ha prodotto soltanto
pochi scritti mediocri».
Ecco un rischio di questo rapporto malato, la mediocrità all’ombra della
megalomania. Quello citato è solo un piccolo episodio di miseria accademica.
Ma, spostandoci ad altro campo, il campo del magistero politico, il quadro, da
ridicolo può farsi tragico. Il rapporto fideistico col maestro, depositario di
una verità ch’egli solo conosce, può condurre a tragedie che annullano la
personalità dei deboli e conducono perfino all´omicidio. (...)
La radice di queste degenerazioni sta nel rapporto meramente bilaterale tra il
maestro e il discepolo. Se non è filtrato, reso oggettivo da un terzo fattore
comune, esso finisce per ridursi a una relazione personale ineguale di fedeltà,
in cui tutte le deviazioni irrazionalistiche diventano possibili, e,
soprattutto, si viene perdendo di vista il fine in vista del quale tale
rapporto ha ragione di instaurarsi: la ricerca di qualcosa che sta fuori tanto
del maestro quanto del discepolo. Se manca questo elemento, la persona del
maestro diventa l’oggetto dell’attaccamento del discepolo e la persona del
discepolo diventa l’oggetto dell’attenzione del maestro. L’amore della verità –
usiamo questa parola con la minuscola – viene a essere sostituito
dall’autocompiacimento dell’uno attraverso l’altro, cioè da manifestazioni di
narcisismo. (...)
Il maestro è ridicolmente anacronistico. Sembra non essercene bisogno, sembra
anzi un ingombro nella società egualitaria dei grandi numeri, propria del
nostro tempo, che propone bensì modelli di successo, ma, per così dire, di
successo applicativo, non creativo. La via del perfezionamento personale, della
conoscenza, della sperimentazione e della consapevolezza, e quindi anche della
critica e della ribellione, la via che indicano i Maestri, non è confacente a
questa società. (...) Questa società non ha dunque bisogno di maestri. Sono
pateticamente inutili. I mezzi attraverso cui si trasmettono conoscenze e si
formano coscienze si chiamano maestra-televisione, maestra-pubblicità, maestra-comunicazione,
maestra-moda, ecc. Queste sì sono maestre ugualitarie, stanno sul nostro stesso
piano, usano il nostro stesso linguaggio, si prestano a essere comprese da
tutti senza sforzi, sono adatte alla società dei grandi numeri, sono perciò
pienamente democratiche. Che c´è di meglio? (...)
E invece no. Le cose non stanno affatto così. Non si tratta di aristocrazia
contro democrazia, ma di due concezioni della democrazia, l’una in opposizione
all’altra. L’una, la potremmo definire democrazia critica; l’altra, acritica.
La democrazia critica pone se stessa sempre necessariamente in discussione, non
è mai paga e tronfia, sa riconoscere i suoi limiti e sa correggere i suoi
sbagli. È un sistema capace di auto-correzione, in vista di un bene o di una
verità non assoluti ma relativi al momento e alle condizioni date e alle
capacità ch’esso ha di padroneggiarle. Il suo senso è dato da questa tensione,
tra ciò che si è e ciò che, in meglio, si potrebbe essere; il suo ethos, la
molla che lo mette in movimento, è l’esigenza di colmare questa distanza.
La democrazia critica non assume, come sua massima, il detto vox populi, vox
dei, per l’implicita supposizione di infallibilità ch’essa comporta. Considera
un cedimento a un’inaccettabile ideologia della democrazia anche l’espressione,
spesso ripetuta con leggerezza, secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, e
ciò non perché la maggioranza abbia presumibilmente torto, come ritiene ogni
pensiero antidemocratico ed elitario che divide la società in migliori (i pochi)
e peggiori (i tanti), ma perché semplicemente, nella democrazia critica è
bandito il concetto stesso di ragione, contrapposto a torto. La maggioranza non
ha né ragione né torto; ha invece diritto di decidere perché si ritiene che le
decisioni che riguardano tutti siano assunte, se non da tutti, almeno dal
maggior numero. È una questione di distribuzione e assunzione di
responsabilità, non di ragione o di torto.
Questo modo di concepire la democrazia comporta la capacità di estraniarci da
noi stessi, di uscire dalla nostra pelle per poterci osservare per quello che
siamo e confrontarci con quello che non siamo e vorremmo essere. Essere al
tempo stesso soggetto e oggetto, cioè la coscienza di se stessi, è forse ciò
che di più difficile possiamo immaginare, nella vita individuale e, a maggior
ragione, in quella collettiva. Quando si dice "la lezione dei
maestri", si dice innanzitutto distanza tra noi, come soggetti, e noi,
come oggetti, cioè coscienza critica. La funzione del maestro, nella democrazia
critica, non è un lusso, è una necessità vitale.
Tutto il contrario, nella democrazia acritica. Se la maggioranza ha sempre
ragione, se la sua volontà è infallibile come quella divina, la voce
ammonitrice del maestro è semplicemente un inutile fastidio, come quella del
grillo parlante che Pinocchio, che non vuol sentir parola, schiaccia con un
colpo di martello. Non c’è bisogno di maestri in questa democrazia, ma di
ideologi, di comunicatori, di propagandisti o di pubblicitari, cioè di quelle
false maestre (televisione, pubblicità, moda, ecc.) di cui s’è detto. Esse non
creano tensione, allontanano da noi l’inquietudine del dubbio, ci fanno credere
che ciò che siamo sia anche ciò che non possiamo non essere, che dove siamo non
possiamo non essere. Ci fanno stare in pace con noi stessi, perché ci privano
della coscienza di noi stessi e ci trasformano da soggetti in oggetti.
I maestri non esistono se non ci sono discepoli. Non sono i maestri a creare i
discepoli, ma i discepoli a creare i maestri. Quando tra noi, potenziali
discepoli, incominciano a porsi domande di senso ed esigenze di ethos, allora
possono comparire i maestri. Questo – porre domande inevase e far valere
esigenze insoddisfatte - è il compito di chi crede che valga la pena di
impegnarsi per una democrazia con gli occhi aperti su se stessa e sul suo
futuro, cioè per una forma di convivenza che coltivi l’inquietudine non come un
vizio, ma come una virtù.
Abbiamo di fronte a noi degrado della vita pubblica, deterioramento della
democrazia, inquietudine senza sbocco per l’avvenire e incapacità generalizzata
di indicare prospettive diverse dal tirare in qualche modo a campare per
allontanare soltanto il momento di una crisi che, non possiamo non saperlo,
prima o poi verrà. In quel momento, la presenza o l’assenza di un magistero
civile sarà determinante.
Da la Repubblica, 26 maggio 2008

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