La democrazia è uguaglianza
"Questa lezione di Bobbio è quanto mai attuale e ci aiuta a capire la crisi di oggi"
Jean-Paul Fitoussi arriva a Torino per tenere la prima
lezione del ciclo dedicato a Norberto Bobbio ma noi gli chiediamo qual è la
lezione che lui ha imparato dal filosofo torinese: «Che al centro c’è la
questione dell’uguaglianza che spiega allo stesso tempo i conflitti tra gli
uomini e quelli con la natura».
Fitoussi è soprattutto un economista, di quelli però che non ragionano soltanto
in base ai decimali di Pil. L’uguaglianza è un valore matematico, ma anche
politico. L’economia, nella sua parte contabile, sarebbe scienza semplice («Non
ci sono problemi», dice lui), ma è la politica che deve prendere le sue
responsabilità. Soprattutto in questo angolo di mondo che si chiama vecchia
Europa.
Professor Fitoussi, come funziona una democrazia?
«Una democrazia per essere tale deve continuamente vigilare sul grado di
uguaglianza tra i suoi cittadini. Bobbio diceva questo che a me sembra decisivo
per la sua collocazione a sinistra perché in un certo modo la sinistra è
immanente alla democrazia che è basata su un’idea di uguaglianza».
Lei pensa che la crisi finanziaria abbia avuto effetti sulla democrazia
nel mondo?
«Non credo che i regimi politici siano cambiati, ma ciò che è risultato chiaro
è che l’economia di mercato non può sopravvivere senza un regime politico. La
separazione tra economia e politica si è rivelata un’illusione. E va detto che
la democrazia ha fatto il suo lavoro, in modo imperfetto, però l’ha fatto».
Qual è il risultato di questo lavoro?
«Ha evitato che una regressione del Pil si trasformasse in una catastrofe, come
invece è accaduto negli Anni Trenta. La politica si è presa le sue
responsabilità, tutti i regimi democratici a livello mondiale sono intervenuti,
hanno salvato le banche non per salvare delle imprese, ma per evitare
conseguenze disastrose al sistema, come la perdita del risparmio per i
cittadini ha provato a rilanciare l’economia».
Ma non tutti i governi democratici hanno agito nello stesso modo. Quali
sono stati i più efficaci?
«Quando si fa il confronto tra lo sforzo che è stato fatto in America e in
Giappone e quello che è stato fatto in Europa bisogna dire che per quanto abbia
funzionato, ed ha funzionato, la democrazia europea è stata meno efficace di
quella americana».
Perché?
«Perché l’Europa è dottrinale, e dunque bada soprattutto alla stabilità dei
prezzi, al disavanzo pubblico e alla concorrenza. Per questo non ha deliberato
un piano di stimoli economici all’altezza di quello che si poteva sperare. La
causa di tutto è che l’Europa è prigioniera di una trappola che ha costruito da
sé e che si chiama assenza di democrazia».
Praticamente cosa significa?
«Che quando un Paese europeo, l’Italia per esempio, prende la decisione di
rilanciare l’economia deve sapere che questa decisione avrà forse effetti più
positivi sulla Francia o sulla Germania che sull’Italia. Il Paese che fa una
politica di rilancio, la paga in termini di bilancio, mentre gli altri ne
godono i benefici».
Ma non si può rilanciare l’economia senza aumentare il deficit?
«Se lei ha un modo per farlo è un genio. L’Europa ha un debito e un disavanzo
molto inferiore a Usa e Giappone, è una specie di paradiso della finanza pubblica.
Eppure gli speculatori attaccano l’Europa».
Perché?
«Perché non esiste un governo europeo. La
Ue paga un prezzo economico alla sua mancanza di politica.»
L’impressione è che in assenza di questo governo si stia riformando
l’asse franco-tedesco. È così?
«Non credo perché c’è un disaccordo di fondo a livello di teoria economica
tra Germania e Francia. Fanno finta di essere d’accordo. La verità è che per il
momento abbiamo un’Europa tedesca e dobbiamo ubbidire alla cultura economica
tedesca: un basso tasso di inflazione. Ma sappiamo che non serve. L’esperienza
ci ha insegnato che la stabilità macroeconomica del mondo non era dovuta alla
stabilità dei prezzi. Eppure pensavamo che fosse il migliore modo di gestire le
economie nazionali in un contesto di globalizzazione».
Qual è la sua ricetta?
«Non ho ricette miracolose, c’è un problema di decisione a livello politico. Io
credo fondamentalmente che la causa di questa crisi sia stata la crescita della
disuguaglianza nell’ultimo quarto di secolo. È successo che i mercati
finanziari sono cresciuti enormemente e quando la bolla è esplosa si è visto
che non c’era abbastanza reddito per far funzionare l’economia. Troppa gente è
diventata povera e il solo modo che ha avuto di mantenere il suo tenore di vita
è stato quello di indebitarsi».
Chi ha resistito meglio alla crisi?
«Se si guardano le cifre di caduta del Pil, Stati Uniti e Francia. L’Italia ha
sofferto di più, quasi il doppio e la Germania ha sofferto più ancora dell’Italia. Ma
sul piano sociale le cose vanno molto male: la disoccupazione continua ad
aumentare e questa è la vera crisi».
Quando potrà tornare l’occupazione?
«Non si sa. Io temo il contagio dei piani di rigore. Dopo la Grecia la Spagna, poi il
Portogallo, poi... Ecco, vede, è qui che possiamo tornare a Bobbio: vigiliamo
sull’uguaglianza perché è la sostanza della democrazia».
http://www.lastampa.it 2/3/2010

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