La democrazia contro le oligarchie
Dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza alla riduzione del potere nelle mani di élites
Che sulla democrazia – come su ogni altra forma di governo – incomba il
pericolo del disfacimento, è un dato d´esperienza che non può essere negato. Le
forme di governo sono vitali se sono animate da un principio, un ressort,
secondo l´espressione di Montesquieu. Il ressort della democrazia è la virtù
repubblicana. Quando la molla è totalmente dispiegata e dunque non ha più forza
da sprigionare, quello è il momento d´inizio della decadenza. La questione,
gravida di conseguenze pratiche, è se l´esito finale del processo corruttivo
sia o non sia inevitabile. Se non è evitabile, tanto vale rassegnarsi e, se
mai, lavorare per il dopo. Se è evitabile, la democrazia come ideale politico
non perde di valore, pur in presenza di difficoltà. Possiamo dire la stessa
cosa prendendo a prestito l´espressione di Norberto Bobbio, "le promesse
non mantenute della democrazia", e chiederci: queste promesse possono o non
possono essere mantenute? (...) Che cosa possiamo rispondere a questa cruciale
domanda? È necessario prendere atto di questo apparente paradosso: mentre da
parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla
democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna
morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le
vittime.
Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere per
contestare l´autocrazia dei potenti; ora sembra diventare l´ostentazione di
questi ultimi per rivestire la propria supremazia. Presso i cittadini comuni,
non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche
antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un
«lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla
bocca dei potenti, per lo più trasmettono ideologia al servizio del potere e,
nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve,
una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Quando si sente esclamare
con fastidio: "tanto sono tutti uguali" (quelli della cosiddetta
classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di
valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota
rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque
esclusi? Una "teatrocrazia", è stato detto. L´esito potrà essere
l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un
distacco. Lo scetticismo a-democratico dal basso fa da pendant alla retorica
democratica dall´alto.
Il paradosso sopra segnalato si scioglie pensando alle capacità mimetiche o
camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue
spoglie ideologiche si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza
mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e
il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere
possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e
così è anche nel presente. Basta consultare la storia. Essa ci dice che la
democrazia, come parola, può contenere l´anti-democrazia, come sostanza. Anzi,
oggi il potere antidemocratico ha bisogno di passare per la porta rassicurante
della democrazia (...) Realisticamente o, come si dice,
"sperimentalmente", dobbiamo prendere atto che la democrazia deve
sempre fare i conti con la sua naturale tendenza alla riduzione del potere in
poche mani, nelle mani di élites. Gli studi in proposito sono numerosi; le loro
teorizzazioni presentano diverse varianti e le conclusioni cui pervengono non
sono necessariamente in opposizione alle esigenze minime della democrazia. Ma
le cose cambiano quando dalle élites si passa alle oligarchie, anzi a quella che
è stata definita la "ferrea legge delle oligarchie": una legge che
esprime una tendenza endemica, cioè mossa da ragioni interne ineliminabili, sia
della democrazia sia delle stesse élites. Questa tendenza è denunciata
concordemente dai critici della democrazia, i critici sia di destra che di
sinistra. Il che è quanto dire che la denuncia è corale e che coloro che
proclamano l´ideale del governo del popolo sono o degli ingenui o degli
impostori. La "ferrea legge" si basa sulla constatazione che i grandi
numeri, quando hanno conquistato l´uguaglianza, cioè il livellamento nella
sfera politica, cioè quando la democrazia è stata proclamata, e tanto più è
proclamata allo stato puro, cioè come democrazia immediata, senza delega, per
ragioni strutturali ha bisogno di piccoli numeri, di gruppi di potere
ristretti. Non basta. L´oligarchia non è però l´élite. L´oligarchia si potrebbe
dire così è l´élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a
proprio vantaggio. Trasforma la res publica, in res privatae. Poiché, poi,
questa è una patente contraddizione rispetto ai principi della democrazia,
occorre che queste oligarchie siano occulte e che esse, a loro volta, occultino
il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La
democrazia allora si dimostra così il regime dell´illusione. Il più benigno dei
regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il "principio
maggioritario", che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel
"principio minoritario", che è l´essenza dell´autocrazia:
un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e,
per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole
cerchie di persone che possono sostenersi solo su se stesse.
(...) Le oligarchie nascoste di cui stiamo parlando, per il sol fatto d´essere
tali, tendono naturalmente, anzi necessariamente, all´illegalità e alla
corruzione. Poiché le oligarchie del nostro tempo sono costruite e finalizzate
all´accaparramento di ricchezza sempre questo: pecunia regina mundi il potere
di cui si parla oggi è il potere illegale e corruttivo del denaro di cui si
occultano il possesso e la gestione per poter corrompere ogni altro ambito
della vita sociale. È una tendenza "naturale", per l´ovvia, antropologica
legge del potere che già Montesquieu ha chiarito, nella sua crudezza: chi
detiene il potere, se non incontra limiti, è portato ad abusarne. Le oligarchie
del nostro tempo non incontrano altri limiti se non quelli rappresentati da
altre oligarchie. Ma l´abuso come limite all´abuso è semplicemente una
complicazione dell´abuso. È anche una tendenza "necessaria", perché i
regimi dei pochi sono incompatibili con la legalità uguale per tutti. Le
oligarchie hanno bisogno di privilegi, cioè di leggi che valgono solo per loro,
diverse da quelle che valgono per tutti gli altri. O, quanto meno, hanno
bisogno che le leggi generali e astratte siano interpretate e applicate a loro
in modo tale da non contraddire l´esistenza dell´oligarchia stessa. Ciò che
occorre loro è una "giustizia dei pari", diversa da quella comune; un
"foro speciale" non di giudici imparziali, ma di giudici amici.
"Un´aristocrazia ha scritto Tocqueville, e noi potremmo senz´altro dire:
un´oligarchia non potrebbe lasciarsi sfuggire i suoi privilegi senza cessare
d´essere una aristocrazia". La legalità uguale per tutti lo si comprende
senza spiegazioni è incompatibile con la divisione della società in
appartenenti ed esclusi dal potere oligarchico. Quando, alla fine, nel senso
comune si sommano due percezioni: l´estraneità al potere e la sua illegalità e
corruzione, ecco la miscela esplosiva che può indurre a chiedere che la si
faccia finita con la democrazia, se essa, in concreto, significa queste cose.
Che dire, allora? La democrazia è destinata a trasformarsi in oligarchia;
l´oligarchia è in se stessa disuguaglianza di fronte alla legge; l´illegalità e
la corruzione sono la conseguenza. Allora, dunque, alla domanda se le promesse
della democrazia siano tali da non poter essere mantenute, la risposta sembra
che debba essere: sì, non possono essere mantenute. Si fondano le democrazie e
si mette in moto un processo destinato alla rovina delle società. Fermiamoci un
momento, però, prima di questo passo fatale, del quale, se lo facessimo
leggermente, ci dovremmo presto pentire, perché, abbandonata la democrazia,
avremmo solo autocrazie e le autocrazie non sono un rimedio, sono anzi
l´accentuazione dei mali.
(...) Potremmo forse dire così: la democrazia non è nel senso che non può
essere l´autogoverno del popolo che si afferma durevolmente. È invece la
possibilità istituzionalizzata, dunque resa stabile secondo procedure
riconosciute e accettate, di combattere e distruggere sempre di nuovo le
oligarchie ch´essa stessa nutre dentro di sé. Una definizione in negativo,
dunque: qualcosa che si qualifica per essere contro un´altra. Da questo punto
di vista, la democrazia è tutt´altro che un ideale impossibile. È invece una
possibilità, cioè una serie di strumenti che spetta a noi di utilizzare, per
tradurre in pratica l´avversione alle oligarchie. Se gli strumenti esistono e
non sono utilizzati, non si può dire che non c´è democrazia, ma si deve dire
che la democrazia (come possibilità) c´è e ciò che manca è la pratica della
democrazia. Allora, la responsabilità dello scacco non deve essere addossata
alla democrazia come tale, ma deve essere assunta da noi, incapaci di
utilizzare le possibilità ch´essa ci offre. Se cediamo all´accidia della
democrazia, è perché prevale sulla libertà morale il richiamo del gregge e la tendenza
gregaria, che sono il lato biologico profondo degli esseri umani che
l´avvicinano agli altri esseri viventi, come ha messo in luce Sigmund Freud nel
suo studio sulla psicologia delle masse. Ma il gregge è una possibilità, non un
destino.
(....) Diciamo così, a costo di cadere nell´enfasi: la democrazia vuole potenti
gli inermi e inermi i potenti; vuole forti i giusti e giusti i forti. È per
questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del
potere. Contro le concezioni ireniche della democrazia, non possiamo pensare
ch´essa sia il regime che definitivamente pone fine ai conflitti, eliminandone
le cause. Il suo tempo non è quello in cui tutto è pacificato. Non è il regno
dell´armonia, della giustizia e della concordia. È illusione che sia il luogo
ove "il lupo dimorerà con l´agnello, il leopardo si sdraierà accanto al
capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme, il lattante si
trastullerà sulla buca della vipera" (Isaia, 11, 1-9). Questo sarà, se mai
sarà, il tempo messianico. Finché ci sarà politica, ci saranno conflitto,
ingiustizia e discordia. La questione non è come eliminarli, ma come
affrontarli.
Repubblica 5.3.11

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