La crisi? Scuole di pensiero parlatevi
L'occupazione tornerà a salire, velocemente o lentamente, solo se sarà trainata dalla domanda di investimenti.
Nelle guerre fra teorie, che sono anche guerre sulle scelte
politiche, due teorie cattive cacciano le teorie buone. L'economia keynesiana,
finita nel dimenticatoio in campo macroeconomico, ha trovato adepti
dall'esterno. Questi keynesiani sostengono che lo stimolo di bilancio, di
qualunque genere sia, è efficace contro le crisi. La loro strategia è
sconfiggere gli unici rivali che possono contare su una certa popolarità, i
neoclassici, deridendo la loro visione per cui il calo occupazionale comporta
una contrazione dell'offerta di manodopera.
Ora la teoria neoclassica dell'equilibrio, vista con scetticismo da alcuni
macroeconomisti, ha trovato nuovi seguaci, convinti che, eccezion fatta per i
casi di decisioni politiche errate, le recessioni, anche quelle grandi, sono
provocate da eventi di mercato casuali e sono corrette da adeguamenti del mercato.
Lo stimolo alla domanda non è di alcuna utilità, perché non c'è una carenza
sistematica di domanda.
I portavoce di queste tendenze conoscono poco le prospettive teoriche emerse in
campo macroeconomico negli ultimi cento anni. I keynesiani sembrano non aver
studiato Keynes; i neoclassici non hanno letto o hanno letto male Hayek: non
c'è da stupirsi che gli errori abbondino.
Quello dei keynesiani consiste nel partire dal presupposto che tutte le crisi
siano il prodotto di problemi di coordinamento, aspettative errate che
provocano deficit di domanda. Avendo modellizzato gli effetti delle aspettative
decenni fa, so bene che le aspettative hanno conseguenze. Convengo sul fatto
che le aziende apparentemente hanno sottovalutato tagli e riduzioni dei prezzi
dei concorrenti; questo eccesso di ottimismo segnalava una carenza di domanda
di prodotti e manodopera, e perciò qualunque stimolo avrebbe potuto avere un
effetto keynesiano. Questo ottimismo è stato di certo estromesso dal sistema.
Pompare la domanda di consumi o la domanda pubblica spingerebbe al rialzo i
tassi di interesse e al ribasso i prezzi delle attività, forse abbastanza da
distruggere più posti di lavoro di quelli creati.
L'errore dei neoclassici è il precetto secondo cui l'occupazione totale, anche
se colpita da shock, è sempre diretta verso un livello di normalità. Per questa
visione, l'occupazione è indifferente alle variazioni di una domanda specifica.
Se dite loro che i consumi sono crollati, dicono che i mercati risponderanno
abbassando i tassi d'interesse fino a quando gli investimenti avranno colmato
il divario. Se dite loro che gli investimenti aziendali sembrano fiacchi e non
potranno contare sull'aiuto di un altro boom dell'immobiliare, dicono che un
deprezzamento del tasso di cambio colmerà il divario facendo crescere le
esportazioni. Non capiscono che i tassi di interesse non possono scendere di
molto in un'economia aperta, e che una valuta più debole ha effetti contrattivi
sull'offerta di produzione che potrebbero vanificare l'espansione che deriva
dagli effetti sulla domanda di esportazioni e sulla domanda di importazioni.
Questi errori inducono gli analisti a cullarsi nella falsa sensazione che sia
in vista una ripresa, grazie alla spesa pubblica o alle capacità autocorrettive
delle forze di mercato. Per come la vedo io, lo stato deficitario dei bilanci
di famiglie, banche e molte aziende preannuncia una crisi strutturale di lunga
durata. L'occupazione tornerà a salire, velocemente o lentamente, solo se sarà
trainata dalla domanda di investimenti. Non è affatto chiaro se la spesa
pubblica in infrastrutture potrà dare una mano, tenendo conto degli effetti
sull'occupazione legati agli aumenti delle tasse necessari per finanziarla.
L'errore di fondo è la stravagante idea che sia stato il disallineamento degli
incentivi nelle banche a provocare la bolla immobiliare (bolla che, quando è
scoppiata, ha scosso l'economia nelle fondamenta). Tutti possono convenire che
l'incremento del credito e dell'edilizia si è scontrato con lo sgradevole dato
di fatto che i costi aumentano quando la produzione cresce. Per questo i prezzi
sono saliti. Questa analisi non basta a spiegare la brusca impennata dei prezzi
delle case in quattro anni, di oltre il 60 per cento.
Per spiegare un incremento tanto forte, dobbiamo ammettere che hanno giocato un
ruolo le aspettative. Gli speculatori apparentemente prevedevano un aumento
marcato dei prezzi delle case, e i prezzi sono decollati, e hanno continuato a
salire nella previsione che ci si stava avvicinando a quei prezzi. Le banche,
vedendo che le case offerte come garanzia valevano sempre di più, hanno
risposto offrendo sempre più mutui.
Da questo punto di vista, è la speculazione che ha trainato la crisi. Il
disallineamento degli incentivi non era sufficiente, e nemmeno necessario. Le
bolle sono nate molto prima dei bonus. La crisi sarebbe potuta avvenire anche
con il settore finanziario degli anni Cinquanta. La lezione che la crisi
insegna, anche se ancora non è stata colta, è che non c'è alcuna magia nel
mercato: le aspettative alla base dei prezzi delle attività non possono essere
"razionali" rispetto a un modello noto e concordato, perché tale
modello non esiste.
L'errore più grave del dibattito fasullo fra due candidati
senza alcuna possibilità di successo è che il loro carattere meccanico e
superficiale - il meccanismo impeccabile del sistema neoclassico e l'idraulica
di quello keynesiano - concorrono a distrarre le autorità dagli interrogativi
fondamentali sul dinamismo dell'economia americana e di quella britannica. I
flirt con la teoria keynesiana e quella neoclassica sono costati cari
all'economia. Ora le autorità si lasciano fuorviare dalle sirene di queste
stesse, irrimediabilmente inadeguate, ideologie.
(Traduzione di Gaia Seller)
www.ilsole24ore.com 4 novembre 2009

Precedente: Sindrome di Tokyo per la Ue

