La crisi, i ricchi e le oligarchie
Chi ci garantirà che le elezioni non verranno giudicate non opportune perché passibili di interrompere la stabilità di governo?
L'eguaglianza ha fatto il suo grande rientro nella politica quotidiana. Ed è un
ospite non gradito per chi tiene le fila delle transazioni finanziarie e delle
politiche monetarie. Lo si vede da come i governi hanno accolto la proposta di
istituire una tassa sulle rendite patrimoniali – il nostro è all'avanguardia
nell'aver escogitato tutte le misure che possono pesare sui molti senza
direttamente toccare i pochi (in extremis e nella disperata ricerca di
sopravvivere qualche giorno in più tira fuori la proposta di ‘Tobin tax' ma
senza dimostrare di crederci).
Presumibilmente perché a Roma l'oligarchia governa direttamente, senza
intermediari. È fuori di dubbio che Silvio Berlusconi sia il più ricco italiano
e quindi tra quell'1% che Occupy Wall Street ha individuato come la minoranza
che accumula e concentra potere entrando fatalmente in rotta di collisione con
la maggioranza e, quindi con l'eguaglianza. Oligarchia e democrazia sono
esplicitamente visibili e in tensione.
In un ottimo libro dal titolo chiaro, Oligarchy, uscito per Cambridge
University Press pochi mesi fa, Jeffrey A. Winters ci ricorda che la democrazia
non elimina l'oligarchia ma la incorpora. Questo lavoro di inclusione dura e ha
successo fino a quando l'economia cresce e produce ricchezza alla quale tutti,
chi più e chi meno, possono sperare di accedere e, nei fatti, vi accedono
anche. Ma quando questa condizione decade, allora la moltitudine comincia a
proporre politiche che intaccano le ricchezze e le proprietà dei pochi,
politiche fiscali redistributive. È a questo punto che la differenza tra
oligarchia e democrazia si mostra con tutta la sua radicalità.
Occupy Wall Street – il nome di un movimento che è globale nella sua
semplicità, come globale è l'1% –– è il segno che la tregua tra oligarchia e
democrazia si è interrotta. Le pressioni delle dirigenze finanziarie e bancarie
sulla democrazia greca, ce lo ricordava recentemente Gad Lerner su questo
giornale, affinché non ricorra al referendum è il segno di un'escalation del
potere oligarchico su quello democratico. E che il popolo greco non vada al
referendum è un segno del potere che l'oligarchia ha di fare sentire la sua
voce. Ma è anche un segno del fatto che le procedure democratiche stesse
possono diventare un problema se il loro uso paventa esiti che possono mettere
a repentaglio l'interesse materiale dei pochi. In questo frangente si è buttata
alle ortiche la logica del proceduralismo democratico, che i manuali scolastici
ci insegnavano a non giudicare dal punto di vista degli esiti ma delle
possibilità di determinarli con le nostre autonome forze. Ora invece è proprio
l'esito che viene invocato per neutralizzare la procedura. Un rovesciamento
pericolosissimo poiché chi ci garantirà che le elezioni non verranno giudicate
non opportune perché passibili di interrompere la stabilità di governo?
Il linguaggio per dualismi – “i pochi” e “i molti” – ha un sapore quasi antico,
arcaico. Chi sono i pochi? E come denotarli? Non essendo più i pochi che
producono dirigendo masse di lavoratori, non possono essere qualificati come
capitalisti tradizionali. Sono super-ricchi – nuovi e meno nuovi. Individuabili
solo per quantità: 1%. E infatti, quando Aristotele doveva definire il governo
democratico lo faceva identificandolo con i poveri, che sono i tanti. Non
perché una società democratica sia fatta di poveri, ma per una ragione molto
più sottile e che si vede oggi molto bene: perché non appena la questione della
ricchezza materiale si fa critica in quanto la sua distribuzione prende vie
inegualitarie, allora i molti si rappresentano (e spesso sono) come poveri o
impoveriti. A questo punto, il dualismo è una realtà che può essere
rappresentata solo con la quantità, e ciò è in sintonia con la democrazia, la
quale è un governo fondato sulla quantità (dei voti).
Allora 1% contro 99% diventa la raffigurazione aritmetica dell'identità della
democrazia quando il patto tra i molti e i pochi si rompe perché la ricchezza
si muove in una direzione soltanto.
Sono molti i casi di lotta oligarchica che il libro di Winters ricostruisce,
dall'Atene e Roma classiche, all'Indonesia e le Filippine, da Venezia e Siena,
dalle commissioni mafiose negli Stati Uniti e in Italia fino alle famiglie
degli indiani Apalachi. Insomma non esiste società senza oligarchia. Gli Stati
si possono quindi distinguere tra quelli schiettamente oligarchici e quelli che
hanno siglato un compromesso con la democrazia. Nell'Atene classica quel
compromesso riuscì per alcuni decenni, benché l'alternativa oligarchica
restasse sempre una concreta possibilità visto che le grandi famiglie non
accettarono mai il governo dei molti. I governi rappresentativi sono riusciti a
correggere questa condizione di endogena precarietà della democrazia traducendo
in meccanismi costituzionali il rapporto con “i pochi”, dalla cui collocazione
è sempre dipesa la stabilità dei sistemi politici. Consentire a questi di
competere attraverso le elezioni è stato un modo per incorporarli – con il
contributo dei molti che li eleggono, giudicano, controllano e limitano nel
potere.
Il successo delle democrazie rappresentative costituzionali ha corrisposto a due
secoli e mezzo di espansione della società di mercato nelle due forme che
conosciamo: il capitalismo industriale e, ora, quello finanziario. È stato un
successo reso possibile da una condivisione generale degli oneri che ha
consentito che il divario tra arricchimento dei pochi e dei molti non fosse
fuori controllo. Oggi questo compromesso è rotto. E per molti ordinari
cittadini è cominciato un duro periodo di impoverimento – che non è la stessa
cosa della povertà. La durezza di questa crisi consiste nel fatto che per la
prima volta cittadini che avevano conosciuto per due o tre generazioni
un'espansione dei diritti e delle possibilità, si trovano oggi di fronte alla
perdita di status, a non potere aver progetti per il futuro. Con la propaganda
mediatica, come ci racconta Paul Krugman, che li vuole convincere ad accettare
l'impoverimento senza dare loro in cambio alcuna certezza per il domani. In
passato quando si trattava di tirare la cinghia si invocava “l'interesse
nazionale”, e i super-ricchi erano in molti casi, come gli Stati Uniti, i primi
a partecipare. Ma oggi non vogliono condividere gli oneri.
Questa è la gravità dell'attuale tensione tra oligarchia e democrazia: se le
due forze si mostrano così bene oggi, se in altre parole l'eguaglianza, anzi la
sua violazione, è oggi il tema centrale è perché il patto che mitigava la
diseguaglianza e incorporava l'oligarchia dentro la democrazia mostra la corda.
Nessuno può allo stato attuale delle cose dire come lo scontro si evolverà. Ma
le pressioni dei “mercati” sulla Grecia affinché non convochi i molti a
giudizio è un segnale nemmeno troppo velato dei rischi politici che questa
crisi contiene. Per la democrazia non si promette nulla di buono.
Repubblica, 8 novembre 2011

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