La crisi, i ricchi e il ruolo della solidarietà
...ciascuno deve il proprio successo agli altri, in ragione dei beni pubblici dei quali ha potuto fruire grazie alla democrazia.
La crisi ha rivelato che le nostre società sono costituite apparentemente non più da classi sociali, ma da universi paralleli: una differenza non retorica, conseguenza di un’evoluzione implacabile che ha diviso le popolazioni in categorie distinte, pur senza unire le persone in seno a ogni categoria. Ai tempi delle classi sociali, se così posso dire, ciascuno aveva un’identità sociale, e la coscienza di appartenere a un gruppo. Per di più, i rapporti tra le classi, spesso conflittuali anche se talora pacificati dal paternalismo dei capitani d’industria, erano frequenti, se non continui; in breve, non avevano nulla di anonimo. Era il senso di appartenenza a una classe, insieme ai rapporti tra le classi, a fare la società.
Le rette parallele si incontrano solo all’infinito: è un modo per dire che gli universi di cui sopra generalmente si ignorano. Quest’evoluzione è il frutto di un cambiamento dei valori e del crescente individualismo. I valori della solidarietà, anche se imposti dalle disuguaglianze e dalle difficoltà della vita quotidiana, hanno ceduto progressivamente il passo a quelli del merito individuale, misurato col metro del denaro. Paradossalmente, una parte di quest’evoluzione potrebbe essere ascritta a due dinamiche eminentemente positive: la lenta azione della democrazia, che liberando l’individuo lo rende al tempo stesso più solitario, e gli effetti di un sistema di protezione sociale che mutualizza i rischi, rendendo l’individuo più autonomo rispetto al suo gruppo di appartenenza. Questa solitudine, e quest’autonomia, inducono sempre più a ritenere che nel bene e nel male, ciascuno sia il solo responsabile del proprio destino. Ed è evidentemente qui che si produce il controsenso. Difatti, se l’individuo è libero e autonomo, lo è soltanto in ragione delle decisioni collettive prese in seguito a un dibattito democratico, e in particolare di quelle che hanno assicurato a ciascuno l’accesso (diseguale) ai beni pubblici: istruzione, salute ecc. Diseguale, perché la fruizione dei beni pubblici è anche determinata dalle condizioni iniziali di ogni individuo. Come dimostrano numerose inchieste, le università più prestigiose (anche quando l’iscrizione ai corsi è gratuita) sono frequentate in grande maggioranza dai giovani dei ceti più favoriti. La solidarietà permane, ma è divenuta talmente astratta che chi è stato favorito nel gioco a dadi del destino non si sente in alcun modo debitore. Pensa di essere ciò che è solo per meriti propri, e ignora il ruolo delle decisioni collettive grazie alle quali ha potuto realizzare le proprie potenzialità. Secondo questa logica, le scuole e le università della Repubblica ad esempio non avrebbero avuto alcun peso!
Ma ad aprire la strada agli universi paralleli di cui ho parlato è intervenuta un’altra astrazione: il denaro. Se il merito, come ci racconta non la teoria (che è più sottile) ma l’ideologia liberale, si misura col metro del denaro, allora non esistono più limiti morali all’entità delle remunerazioni. Se io guadagno mille volte (o cento, o dieci volte) più di te, vuol dire che il mio merito è mille volte (o cento, o dieci volte) superiore al tuo. In tal modo diventa possibile attribuire al denaro un valore intrinseco: quello del mio merito, della mia competenza. Al resto pensa la natura umana – l’ego e/o l’arroganza: sono in molti a considerare il proprio valore precisamente inestimabile. Il luogo privilegiato ove questa (iper)valutazione di sé incontra i minori ostacoli è evidentemente il mercato finanziario, nel senso generico del termine. La moneta è un’astrazione – l’«astrazione delle astrazioni», diceva Hegel. Si comprende così come mai può accadere che le remunerazioni non abbiano più alcun rapporto con la realtà. A confortare il suddetto credo è stata la dottrina del libero mercato, divenuta una quasi religione: il mercato è efficiente, e quindi la remunerazione che mi fa avere (la cui entità, come si è visto in alcuni casi recenti, può anche andare oltre ogni immaginazione) è legittimata dalla mia propria efficienza. Posso dunque dire di partecipare al bene comune, ancorché indirettamente e astrattamente, attraverso la creazione di valore resa possibile dal mio lavoro, e ne sono ricompensato.
Ma ecco che – patatrac! – il sistema crolla: la creazione di valore si trasforma in distruzione, e gli universi paralleli entrano in rotta di collisione. Il risultato è spettacolare e, a memoria di matematico, inaudito: le rette parallele si incrociano, l’autonomia diventa interdipendenza, la solidarietà è riaffermata con enfasi per convincere il «tax payer», o contribuente, a soccorrere chi prima aveva voluto le camere separate. In ogni modo, non c’era scelta, dato il fittissimo intreccio tra economia e finanza e gli stretti rapporti di dipendenza reciproca tra i pseudo-universi paralleli. Le scaglie cadono dagli occhi: l’illusione di un arbitraggio tra efficienza e solidarietà dimostra la sua inconsistenza. La crisi ricorda a ciascuno quanto deve agli altri, sottolineando – se ce ne fosse bisogno – una verità etica dimenticata troppo in fretta: sono i ricchi a trarre il maggior vantaggio dalla loro cooperazione con gli altri membri della società, e in particolare con i poveri.
Da tutto questo si possono trarre due conclusioni: la prima è che almeno in parte, ciascuno deve il proprio successo agli altri, in ragione dei beni pubblici dei quali ha potuto fruire grazie alla democrazia. Ne consegue l’invito a una maggior modestia e sobrietà nel fissare le remunerazioni più elevate, per ragioni non morali, ma di sostenibilità del sistema: perché altrimenti è la società intera a dover pagare il conto, se si vuole evitare una catastrofe.
Seconda conclusione: i più favoriti, che nel contesto attuale hanno beneficiato della solidarietà altrui, non possono più rifiutare agli altri il proprio contributo. Perciò le voci di chi insiste nel giudicare eccessivi i contributi sociali e le tasse dovrebbero essere messe in sordina. Ma lo saranno?
(Traduzione di Elisabetta Horvat)
http://www.repubblica.it - 1 maggio 2009

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