La crisi del liberismo di sinistra
L’inadeguatezza del progetto politico che ha ispirato il “riformismo anni ‘90”. Cosa verrà dopo il liberismo di sinistra?
«Oggi tra la durezza della crisi e il riformismo anni ‘90 emerge la stessa
distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella
stagione»: lo ha scritto ieri Massimo Mucchetti sulla prima pagina del Corriere
della Sera ed ha pienamente ragione. Tanto che ormai da un po’ di tempo
l’impasse in cui è venuto a trovarsi quel riformismo è stata rilevata
anche da chi ne è stato – e ne è tuttora – un forte sostenitore, e naturalmente
giudica alla stregua di una sciagura politica la progressiva marginalizzazione
all'interno della sinistra moderata di posizioni fino a poco tempo fa
sostanzialmente egemoniche.
Sempre sul Corriere di qualche giorno fa Antonio Polito lamentava il
fatto che «tornano a circolare a sinistra idee e pregiudizi che avevano ormai
da tempo perso corso legale, del tipo pagherete caro pagherete tutto, un clima
rivendicativo da anni Settanta che comincia a far capolino anche in piazza».
Lamento assi simile a quello manifestato da Franco Bassanini all’ultimo
Festival dell'Economia di Trento, quando già il Partito democratico era sceso
in campo a sostegno dei referendum sull'acqua pubblica tradendo lo spirito
“liberalizzatore” che ne aveva animato il progetto originario: «Sono rimasto
uno dei pochi che non ha cambiato idea!», tuonò l’ex ministro dei governi
Prodi, D’Alema e Amato.
Ma i segnali di difficoltà del liberismo di sinistra sono molti. Rivelano gli
enormi problemi di “adattamento biologico” di questo paradigma fuori dal suo
habitat naturale, quello caratterizzato da elevati tassi di crescita, tali da
far arrivare qualcosa in basso anche senza politiche redistributive, mentre il
volano dell’innovazione e dell’economia della conoscenza garantirebbe una certa
mobilità sociale alla generazione altamente scolarizzata in entrata nel mercato
del lavoro.
Oggi quel mondo non c’è più. La sinistra liberista italiana cerca nuovi spazi
di manovra raccogliendo la bandiera del rigore e candidandosi a vero partito
della responsabilità nazionale contro una destra paralizzata dal proprio
dilettantismo corporativista. In questa direzione va la proposta del pareggio
di bilancio in Costituzione avanzata dalla pattuglia dei liberisti di sinistra
capitanati da Nicola Rossi (già principale consigliere economico del Presidente
del Consiglio D’Alema, ora membro dell'associazione di Luca Cordero di
Montezemolo "Italia Futura" e presidente del think tank liberista
Bruno Leoni), Enrico Morando e Pietro Ichino (entrambi nel Pd ma in netto
dissenso con la linea “neolaburista” – secondo la definizione di Dario Di Vico
– inaugurata nell'epoca post-veltroniana). Una proposta lanciata ben prima che
fosse inserita nell’ultima manovra del governo su pressione delle autorità
europee ma che, come ha spiegato fra gli altri Tito Boeri sulla Repubblica,
è semplicemente «sbagliata» perché «un governo deve poter anche utilizzare il
deficit di bilancio durante le recessioni per ridurne i costi e la durata».
Tuttavia la battuta di arresto che deve oggi subire il “riformismo anni '90” non è solo una conseguenza
della Grande Recessione e della nuova domanda di protezione sociale che da essa
deriva. In Italia la crisi della rappresentanza innescata dal combinato
disposto della crisi economica e del crepuscolo inglorioso del potere
berlusconiano potrebbe in teoria essere generatrice di nuovi alleati per un
disegno politico che ha sempre dovuto scontare il suo carattere “avanguardistico”
rispetto alle organizzazioni di massa sulle quali è stato calato (in primo
luogo sul corpaccione dell’allora Pci-Pds-Ds legato ancora a doppio filo con la Cgil cofferatiana). I
professori “senza divisioni” di un tempo potrebbero trovare nel sentimento
antipolitico sempre più diffuso un interlocutore ideale per una fuoriuscita
“mercatista” e antistatalista dal berlusconismo. Ma a questo possibile incontro
si oppongono molti ostacoli, primo fra tutti la barriera invalicabile che
separa le élites storiche del liberismo di sinistra, con il loro (talvolta
malinteso) anti-giustizialismo e il loro ostentato anti-populismo, dalle varie
famiglie di indignados. In estrema sintesi: il Tea Party lo puoi
mettere su con la sorgiva volgarità di una Sarah Palin, non con la compassata
meticolosità accademica di un Nicola Rossi.
A questo punto è doveroso domandarsi qual’è la situazione del Partito
democratico, che è ad oggi non solo il maggiore partito dell'opposizione ma
anche, stando ai sondaggi, il primo partito italiano e dunque, inevitabilmente,
il crocevia dal quale è necessario che passi – piaccia o no – ogni alternativa
politica all’assetto attuale. Al di là delle questioni più contingenti
(strategie di alleanze, ecc.), si tratta di capire quanto il vento della crisi
abbia saputo avviare un ripensamento all'interno di un progetto che è in fondo
il vero deposito nel sistema politico italiano del riformismo anni '90, cioè
dell'onda lunga del successo della Terza Via di Tony Blair con il quale si è
decretata la morte della socialdemocrazia novecentesca (i tempi lunghi della
politica danno spesso vita al paradosso di un progetto che vede finalmente la
luce proprio quando il contesto attorno è talmente mutato da renderlo già
vecchio appena nato).
L'impressione che si trae osservando l'atteggiamento dell'attuale dirigenza Pd
è quella di una “analisi” molto più avanzata della “proposta” o, se si vuole,
di una proposta non in linea con la gravità del quadro delineato nell'analisi e
con i suoi presupposti teorici.
Nel suo discorso di chiusura della festa nazionale democratica di Pesaro
Pierluigi Bersani ha riproposto una lettura della crisi economica mondiale
fortemente incentrata sugli squilibri strutturali che attraversano tutte le
società occidentali, a partire da quella statunitense: la crisi in Usa è
scoppiata perchè «invece di far crescere e remunerare il lavoro, invece di
garantire redistribuzione della ricchezza e progressività fiscale, invece di
promuovere la sicurezza sociale, si è spinto per lunghi anni su un abnorme
debito privato, poi trasformato dalla finanza in un colossale castello di carte
dentro un meccanismo cui il ciclo conservatore ha fornito la sponda politica e
culturale» (ricordate la “società dei proprietari di case” promessa da George W.
Bush?). In sostanza la compressione della domanda determinata da una
distribuzione sempre più iniqua della ricchezza – fenomeno che ha investito in
pieno anche l'Italia visti i 15 punti di Pil trasferiti fra il 1976 e il 2006
dai salari ai profitti (la media dei Paesi Ocse è di 10 punti) – è stata
compensata da un colossale indebitamento privato, a sua volta trasformato, una
volta scoppiata la crisi finanziaria nel 2007/2008, in debito pubblico. Ora, ha
spiegato il segretario del Pd, gli Stati europei rischiano di trovarsi
stritolati da una spirale di austerità che va a scaricare i costi del rientro
dal debito «sugli investimenti, sull’occupazione, sul welfare provocando una
stagnazione economica che rischia a sua volta di aggravare quel debito».
A tutto ciò si somma un antico e profondo problema di crescita e di
produttività che caratterizza il nostro paese da ben prima della Grande
Recessione. Ha detto giustamente Bersani a Pesaro che «da anni e anni noi
cresciamo meno degli altri, diamo lavoro meno degli altri, perdiamo il doppio
degli altri nelle crisi e recuperiamo meno della metà degli altri nelle incerte
riprese». Sono semplicemente i numeri che lo dicono, e sono numeri sui quali
tutti gli osservatori seri possono concordare, al netto di qualche inguaribile
ottimista che dalle parti della Fondazione Edison ha tentato di tenere acceso
il lume del primato di un made in Italy in realtà sempre più declinante . Nella
sua semplicità ragionieristica l’“operazione verità” sullo stato di salute del
sistema produttivo italiano è comunque un grande passo avanti per una sinistra
riformista che con il suo precedente leader, nel corso della campagna
elettorale del 2008, aveva quasi replicato le pirotecniche evocazioni
berlusconiane di un nuovo miracolo italiano alle porte.
A fronte di una analisi così consapevole – e così connotata dalla centralità
del lavoro, dei salari, della distribuzione della ricchezza, e, più in
generale, dalla necessità di riattivare un motore di domanda interna per
l'economia europea – non sembra ancora esserci una proposta altrettanto
radicale, di quella radicalità di cui anche una sinistra moderata e di governo
si deve dotare quando sono i tempi e le situazioni a non essere
moderati. Un esempio fra tanti: perché ripetere ossessivamente per due anni che
mai e poi mai il Pd si sarebbe fatto promotore di una patrimoniale? Questo tipo
di imposta – al di là delle formule specifiche con le quali può essere
elaborata e anche a prescindere dagli interventi di emergenza sul debito per i
quali è ritornata prepotentemente nel dibattito pubblico – è uno strumento
assolutamente indispensabile se vogliamo procedere a serie politiche
redistributive in un paese come l'Italia, caratterizzato da intollerabili tassi
di evasione dell’imposta sul reddito e da una enorme sperequazione nella
distribuzione della ricchezza: il decimo più ricco delle famiglie detiene il
44% della ricchezza totale e i cinque decimi più poveri posseggono in tutto
soltanto il 10% di essa. Perché la sinistra – pur moderata o riformista che si
voglia definire – deve ritrovarsi ad inseguire il Montezemolo o il banchiere di
turno su questo terreno, come ha fatto nelle ultime settimane? Tanto più che la
proposta aveva trovato una sua prima formulazione – sia pure nella forma di una
imposta “straordinaria” e non “strutturale” - proprio nell’aera liberal e
veltroniana interna al partito… La risposta a questo interrogativo l’ha fornita
con estrema chiarezza Stefano Menichini su Europa (8 settembre): «Il
Pd ha il giusto complesso di essere liquidato come il partito del tassa e
spendi. Inoltre non vuole essere assimilato alla sinistra che marcia al suono
di “anche i ricchi piangano”: è uno dei traumi post-Unione, assolutamente
giustificato».
Ma il mondo della Grande Recessione è completamente cambiato da quello in cui
certi tabù sono nati, per non parlare del fatto che il muro di Berlino è
crollato da più di venti anni: è decisamente giunto il tempo che certe prudenze
da “accreditamento” siano definitivamente messe da parte. Nei prossimi 12 mesi
si andrà a votare in Spagna, Francia, Danimarca, Polonia, Romania, Slovenia,
Serbia, Croazia, Lettonia, e dopo poco anche in Germania. Il vento della crisi
probabilmente spazzerà via i due governi conservatori che tengono attualmente
in mano il timone politico del continente, quelli di Angela Merkel e di Nicolas
Sarkozy. Ma non risparmierà i loro successori socialisti se non sapranno dare
risposte credibili, coraggiose, fantasiose e forti ad una crisi economica che
sta sempre più prendendo le forme di una vera crisi di civiltà.
NOTE
[1] Per una rapida rassegna di questa letteratura anti-declinista fare
riferimento, ad esempio, a M. Fortis e S. Corradini, I mille primati del made
in Italy, in “Quaderni della Fondazione Edison” 47/2010; M. Fortis, Export
qualcosa si muove, in “Economy”, 3 marzo 2010; M. Fortis, Italia 2010
una realtà nascosta dai numeri, in “Il Sole 24 Ore”, 6 aprile 2010
MicroMega(14 settembre 2011)

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