La corsa a creare le ronde di partito.
Al di là della prevedibile inefficacia delle ronde in quanto produttrici di sicurezza, il vero pericolo è dato dal diffondersi come senso comune della falsa idea del "popolo che si fa Stato" senza mediazioni istituzionali..
E così, a forza di indifferenza verso le trasformazioni indotte nella "costituzione materiale" del tempo, eccoci piombati in piena era di vigilantismo.
L´istituzionalizzazione delle cosiddette "ronde" - mai come questa volta il nome indica la sostanza delle cose, al di là del tentativo della destra di matrice aennina e dello stesso Berlusconi di riconvertirlo nel più burocratese e fintamente rassicurante "sicurezza partecipata" - segna una svolta pericolosa.
Perché, nonostante i correttivi introdotti nel decreto, mina lo storico primato dello Stato in materia di sicurezza, "privatizzandolo" a favore di gruppi che possono diventare una sorta di milizia personale o di partito: come dimostra la corsa in queste ore, in un Nordest sempre più Far East, dei partiti a mettere le mani sulle ronde. Altro che ex-poliziotti o ex-alpini, come ammette senza falsi pudori un Carroccio che si fida solo dei "suoi". Si tratta di pure milizie di partito: "verdi", azzurre, nere. A ciascuno la sua. Un mix di collateralismo di partito utile alla mobilità sociale e di protagonismo locale a varie tinte. Con il rischio che nella nuova società della sorveglianza itinerante, le "telecamere umane" mettano nel loro occhiuto campo visivo non solo i rischi per la sicurezza, politicamente selezionati, ma anche i comportamenti non ritenuti ortodossi. E, perché no?, anche persone a qualsiasi titolo, sessuale, religioso, politico, sgradite ai vigilantes in pettorina.
Una deriva gravida di rischi. Perché produce conseguenze destinate a mettere in discussione proprio quella sicurezza che si vorrebbe tutelare, dal momento che non sempre sarà possibile controllare l´operato dei "volontari", fortunatamente non armati, così come la reazione dei potenziali sorvegliati. Perché tende a fare dell´ordine pubblico mobilitato il terreno prevalente della politica. Mescolando, in una preoccupante confusione di ruoli, istituzioni, organi di governo, milizie private. Con il concreto rischio che si snaturino gli stessi caratteri dello Stato democratico.
Al di là della prevedibile inefficacia delle ronde in quanto produttrici di sicurezza, il vero pericolo è dato dal diffondersi come senso comune della falsa idea del "popolo che si fa Stato" senza mediazioni istituzionali; di una subcultura politica che vive la Costituzione, la magistratura, lo stesso operato delle forze dell´ordine, come orpelli ingessanti, se non come ostacoli da superare. Una novità, quella del vigilantismo, che accanto alla progressiva trasformazione delle polizie municipali in organo di ordine pubblico generale politicamente orientato e in concorrenza con i corpi di polizia nazionale, rischia di alimentare non solo conflitti istituzionali ma anche drammatiche torsioni dei diritti: come ricorda il caso di Parma.
Un percorso che, se sottovalutato perché confuso, come fanno gli eterni sottovalutatori di turno, con il folclore, rischia di accentuare la corsa verso una sorta di "democrazia totalitaria" che ha come fine l´adesione del cittadino a una supposta "volontà generale". Una concezione di "Stato della paura" che mette paura. Non è un caso che il presidente della Repubblica, pur obbligato a dare via libera al provvedimento, ne abbia immediatamente preso le distanze, precisando come i contenuti del decreto siano di "esclusiva responsabilità del governo". Timori che aleggiano in ampi strati della società italiana, consapevoli che, nelle intenzioni dei suoi promotori, il vigilantismo è destinato a mettere sotto controllo le nuove "classi pericolose", immigrati in primo luogo. Timori, nonostante la presa di distanza del Vaticano, diffusi anche in parte rilevante dello stesso mondo cattolico che si riconosce in quanti, pure Oltretevere, hanno definito il rondismo come un´"abdicazione dello Stato di diritto".
Una deriva che le forze più responsabili del Paese, quelle che storicamente lo hanno salvato nei suoi momenti più difficili pur essendo spesso espressioni di "minoranze attive", devono non solo respingere decisamente ma contrastare culturalmente. Mostrandone, senza i complessi dovuti dall´aver colpevolmente sottovalutato in passato il tema sicurezza, i possibili rischi. Magari cercando di far comprendere alla società italiana che il fondamentale diritto all´incolumità e alla protezione fisica delle persone dovrebbe essere accompagnato a quello alla protezione sociale degli individui. Spezzando, così, la spirale che caratterizza questa incerta fase della globalizzazione e riduce a vicende secondarie una crisi economica che si annuncia durissima, lo sgretolamento del welfare, il drammatico collasso del capitale sociale, a partire dalla formazione e dall´istruzione, il degrado di quel bene indisponibile che è l´ambiente. Su questi versanti la destra populista non ha nulla da dire: il cittadino viene mobilitato solo per sorreggerne il progetto carismatico e securitario. Per il resto, che si arrangi: un salto all´indietro di due secoli.

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