La classe dirigente e` scomparsa
Il vero leader è chi sa trasmettere il senso di responsabilità verso l’intera comunità ed agire in questa direzione. Non chi esaspera le divisioni.
Archiviamo dunque la retorica della «sana società civile»
italiana contrapposta alla «politica» inefficiente e corrotta o semplicemente
impotente. La nostra politica rispecchia la nostra società. Questa tesi è stata
espressa più volte su questo giornale, in tempi non sospetti, senza aspettare
le ultime vicende, mettendo in guardia contro l’autoinganno della «sana società
civile».
Non per negare l’esistenza di strati e settori che sono sani e generosi (e che
si sentono offesi dalla nostra analisi) ma perché rimangono frammenti di
società, senza capacità coagulante. La società civile è a pezzi, depressa,
senza guida.
Siamo così al punto cruciale: alla scomparsa o all`inesistenza di una classe
dirigente italiana, degna di questo nome.
Per classe dirigente non si deve intendere innanzitutto il ceto politico
professionale, ma l’insieme dei gruppi responsabili - nell’economia, nei media,
nella cultura, nella magistratura - che di fatto svolgono un ruolo di guida. Lo
fanno con le loro decisioni, con i loro atteggiamenti. Ebbene questi gruppi
sono o diventano «classe dirigente» quando intenzionalmente, esplicitamente
(oppure anche implicitamente) si sentono responsabili «in solido» della
comunità nazionale. E agiscono in questo senso. Non si limitano a rappresentare
i legittimi interessi del loro settore, dichiarandoli senz’altro di interesse
generale, ma si assumono una responsabilità comune. Sacrificando magari alcuni
dei loro interessi «legittimi».
In questa prospettiva il ceto politico professionale, con la sua dialettica
interna, dovrebbe essere il fattore di raccordo di questa responsabilità comune
condivisa (per dirla con l’aggettivo ora più inflazionato). Invece non è così.
La politica oggi è diventata la fonte prima di disgregazione, di
contrapposizione, di incompatibilità culturale e morale. E gli altri pezzi di
classe dirigente - in particolare quella economica - giocano di sponda sulle
contrapposizioni interne della politica, addirittura su questo o sull’altro
ministero, su questa o sull’altra struttura istituzionale.
Particolarmente penosa è la situazione del ceto intellettuale che - quando non
è apertamente schierato in trincea - non riesce a offrire in modo convincente
piattaforme di intesa morale e culturale che abbiano valore comune. Non è in
grado di andare oltre le diagnosi più impietose. E quando lo fa, le sue suonano
come prediche edificanti. La scissione, il sistematico mancato incontro tra
l’energia propositiva intellettuale e l’energia realizzatrice politica è la
scoperta più sconfortante degli ultimi anni.
Si è fatta tanta ironia sugli «intellettuali organici» della vecchia
repubblica, con le loro ideologie e le loro obsolete visioni del mondo. Eppure
a loro modo, con alti e bassi, in momenti importanti hanno consentito
l’incontro tra intelligenza e operatività, con una positiva ricaduta sulla
dialettica tra forze di governo e forze di opposizione.
Oggi l’elemento che più paralizza il ceto intellettuale nel suo virtuale ruolo
critico dirigente è la prepotenza del sistema mediatico, intimamente
appiccicato al sistema politico. Solo in apparenza infatti il sistema mediatico
esercita la sua funzione critica. In realtà cementa insieme la classe politica
esistente. A «Ballarò» solo in apparenza ci sono contrapposizioni e
contro-argomentazioni: in realtà va in scena lo stesso spettacolo della stessa
politica. Ci si insulta: ma non si scambiano argomenti in grado di convincersi.
E’ sconcertante, ma è così.
In queste condizioni come si ricostruisce una classe dirigente che è fatta di
politici, di intellettuali, di manager, di sindacalisti, di magistrati ecc?
Tutti forti delle loro specifiche competenze eppure consapevoli di avere una
comune, vincolante responsabilità verso la società civile?
Il vero leader è chi sa trasmettere questo senso di responsabilità e condurre
in questa direzione. Non chi esaspera le divisioni.
http://www.lastampa.it 19 Febbraio 2010

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